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di Letizia Bognanni

Questo report comincia con una dichiarazione in stile “non sono razzista ma”, ovvero: chi scrive non è fan della musica muscolare, del rock troppo americano, del grunge, degli assoli di chitarra, ma. Ma i Pearl Jam giocano un campionato a parte, quello delle band per le quali le categorie e le epoche sono concetti relativi, quello delle band di cui puoi anche non essere un fan sfegatato, puoi anche dire che gli album più recenti non è che proprio, puoi anche considerarli troppo anni novanta, conservatori, logorroici, ma quando alla fine di tre sudate ore in cui ti sarai sgolato su canzoni che sono inevitabilmente parte della tua vita e non ci puoi credere che abbiano quasi trent’anni, e un po’ ti sentirai tornato sedicenne un po’ ti faranno male le gambe e saluterai quegli ultracinquantenni sul palco che hanno l’aria di chi resterebbe volentieri a suonare altre tre ore, solo una parola: rispetto. Eddie Vedder e compagni sono in forma invidiabile – dei problemi alla voce di qualche giorno fa resta solo qualche strascico – e si spendono al mille per cento dall’inizio alla fine di quest’ultima data delle tre italiane (qui potete vedere le foto di quella milanese) che ha un sapore speciale anche perché il gruppo mancava da Roma da ben 22 anni, come ricorda il frontman in uno dei tanti momenti in cui, fogli alla mano, parla col pubblico in un improbabile italiano, raccontando aneddoti di viaggi dalla capitale a Porto Ercole, introducendo i compagni di band in modi piuttosto originali – notevole l’amorosa canzoncina per Matt Cameron –, e facendo proclami politici che sicuramente non saranno graditi a tutti i presenti, se la statistica non è un’opinione, ma – scusate il francesismo – sticazzi, i tempi sono bui e ben vengano gli artisti che approfittano del palco anche per prendere una posizione chiara, e senza paura della retorica: ben venga Imagine, ben venga quel salvagente apparso sui maxischermi alla fine della cover di John Lennon, con gli hashtag #apriteiporti e #saveisnotacrime, ben vengano la bandiera arcobaleno e la scritta “fuck trump”.

Imagine non è l’unica cover della serata: ci sono i Pink Floyd, omaggiati con due pezzi, Interstellar Overdrive e Comfortably Numb, i Van Halen di Eruption, Brandi Carlile con Again Today e i Kiss di Black Diamond, cantata da Matt Cameron e Mike McCready. E naturalmente ci sono tutti i grandi classici dei Pearl Jam, che non avendo un disco in promozione (per fortuna?, anche se va detto a onor del vero che la nuova Can’t Deny dal vivo ha un bel tiro) possono scatenarsi in un concerto-festa-greatest hits che sarà anche paraculo ma non facciamo gli alternativi a tutti i costi: chi è che vuole andare a sentire i Pearl Jam e non cantare Alive? Ed Alive sia allora, quasi in chiusura del secondo encore, dopo pochi pezzi post-1998, fra cui una Sleeping By Myself del Vedder solista che vede il cantante imbracciare il suo amato ukulele, e tutti gli inni, non c’è altro modo di chiamarli, degli album del decennio d’oro: Corduroy, Do The Evolution, Even Flow, Wishlist, Better Man, Jeremy, Daughter, fino all’epico finale con una Black sempre da brividi, Rearviewmirror, Alive e quella Rockin’ In The Free World che ormai è quasi più loro che di Neil Young, e che continua a risuonare come un’eco mentre lasciamo lo stadio e ancora dopo: siamo ancora vivi, e fino a quando saremo ancora vivi continueremo a rockeggiare (in un mondo libero, speriamo).


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