(Credit: SlimVirgin/Wikimedia)

Di Rossano Lo Mele

Chissà se conoscete la Roller Band. No, non la Rollins Band di Henry Rollins. Trattasi di un trio composto da Simón, Nico y Pedro. Li trovate ogni sera verso le 20 al numero 42 del digitale terrestre, canale Rai Gulp. Sono fra i protagonisti della serie argentina per teenager dal titolo Soy Luna. Questi tre adolescenti dal suono pop e dal look post emo quando entrano in scena si comportano come qualche sceneggiatore decenni fa ha deciso debbano comportarsi i musicisti. Svagati, svalvolati, spettinati, ma sempre fighissimi. Il batterista ha sempre le bacchette per suonare in mano. Questa cosa pare funzioni. Il batterista (di norma quello scemo del gruppo, fa parte del menu) ha sempre le bacchette in mano, anche nel pur amabile film Almost Famous, ricorderete. Sarebbe superfluo confutare che i musicisti non vivono sempre con lo strumento in mano: magari, magari lo facessero, che qua oggi basta aprire GarageBand su un laptop e usare i primi campioni e suoni a disposizione e via. Però le bacchette in mano sono un’icona, fanno passare il messaggio, sono pittoriche, rendono l’idea senza troppo sforzarsi. Ecco, questo iterarsi della mancanza di sforzo ha tuttavia partorito dei danni. Ma ha anche agevolato dei percorsi. Dicevamo: gran parte dei produttori o musicisti oggi usa suoni prestabiliti da altri software, ma nessuno ci fa caso. Un po’ perché la maggioranza non ha gli strumenti, la voglia, il tempo per decrittare certe sottigliezze, un po’ perché siamo impegnati a sentire altro: la cassa spinge? Il testo è arguto? Fa ridere? Fa piangere? Posso condividerlo ora sulla timeline suscitando ilarità o emozioni? Esiste insomma una gigantesca forma di buffet esistenziale fatto di distrazioni che tutto offre e che però tutto mangia. Quindi, anche se tutti i dischi suonano uguali, chi se ne accorge. Sono gratis.

Stesso dicasi coi libri. L’editoria è in crisi? Cerchiamo metodi alternativi per vendere comunque il prodottoculturale. Se facciamo libri di musicisti, il firma copie e lo smercio andranno bene? Sì? Allora facciamoli. Ecco una delle piaghe odierne dello spettacolo e relativo mercato. I libri dei musicisti. Alcuni musicisti hanno una fanbase (la mitica fanbase). Vendiamogli pure i libri oltre ai dischi, no? Vuoi che non vengano a fare la coda in Feltrinelli? Appunto: almeno una volta al mese vado in Feltrinelli, sotto il Duomo, per comprare o anche solo capire che aria tira. Vengo assalito. Un tempo dai libri di narrativa e saggistica, oggi anche dai musicisti. Gente di 20 anni (in questi mesi preferibilmente di area capitolina, ma non facciamo distinzioni spiacevolmente razziste) che ha già sperimentato tutto, e ci racconta i drammi di esistenze venerande: l’esame di maturità e la provincia, come dice un grande editore, Michele Foschini, Bao Publishing. (La maturità e la provincia, voglio dire). Dice: eh, ma hanno dei ghost writers. Ah capito. E che bisogno c’è dei ghost writers per scrivere quello che si trova nel 90% dei libri dei musicisti italiani? Dice: no, no, è stato proprio lui/lei a scriverlo. Peggio ancora. Però, la grande distrazione che tutto avviluppa fa sì che: il libro si venda, ma nessuno lo legga. Quindi il meccanismo si alimenta. Editori, so che il mio appello non conta nulla, ma: le cose ai musicisti fatele fare a chi le sa fare, non a chi vende. Fatele fare a Emidio Clementi, a Simone Lenzi, gente così. Hanno sbagliato dei libri pure loro, tutti sbagliamo, ma è gente che scrive di mestiere, pubblica libri sapendo tenere la penna in mano. Da quando il lit rock (contrazione di literature rock) è diventato un genere, annaspiamo nella produzione. Prima era solo un fatto angloamericano. Ora si è ampliato anche al contesto nazionale. Negli anni sono stati pubblicati libri spassosissimi (l’autobiografia di Phil Collins, per citarne solo una), altri esaustivi (quella di Elvis Costello), folli (Julian Cope), intensi (Johnny Cash). Per non dire epici, come Born To Run di Bruce Springsteen. Ci lamentiamo spesso di quanto l’Italia sia un paese per vecchi. Ma meno male: i libri scritti da Francesco Guccini, Ivano Fossati – persino Luciano Ligabue che nelle sue short stories ha un taglio asciutto e americano adattato alla Bassa piuttosto sorprendente – dicevo i libri di questi signori maturi sono oro rispetto all’attualità itpop o come si chiama. Tendono peraltro a non rappresentare i batteristi con le bacchette in mano. Tic di cui non è ostaggio neppure, per fortuna, lo spagnolo David Trueba nel suo recente libro La Canzone Del Ritorno (Feltrinelli). Se v’interessa l’idea di un romanzo contemporaneo ma classico, che parla con la giusta complessità di amicizia nel tempo, sesso coi calzini, solitudine nel pomeriggio, morti che viaggiano, giovinezza inconscia, vecchiaia imminente, Nick Drake, segreti da venditori, auto ricerche su Google e l’eterna, gustosa c della vaniglia, eccolo qua. Nella mia vita di lettore musicale non me ne sono capitati tanti così. Sperando sfugga alla grande distrazione.