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Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

Di Letizia Bognanni

Avere diciott’anni è dura per tutti. Avere diciott’anni, essere un tipo non omologato in una piccola città dell’Inghilterra in cui il punk non è ancora arrivato a salvare i disadattati come te, e stare per infrangere i sogni dei tuoi genitori, è molto dura. Head On, l’autobiografia di Julian Cope, si apre nell’estate in cui i genitori del diciottenne Julian vedono sfumare il futuro che si erano immaginati per il figlio:

I miei genitori volevano che andassi all’università di Oxford e diventassi il nuovo Charles Dickens. Un risultato minore avrebbe significato fallimento totale. A meno che, forse, non fossi diventato come Shakespeare. Così, avevo pensato bene di cullarmi sugli allori delle “potenzialità” che gli insegnanti dicevano di vedere in me, e avevo tenuto segreto il fatto che, in realtà, l’unica cosa che mi interessava era suonare e andarmene in giro con gli amici.

E, almeno per qualche anno, il proposito di “suonare e andarsene in giro con gli amici” e basta viene rispettato. Nel frattempo è arrivato il punk, e poi la new wave, il momento è propizio, anche se lui è troppo fuori dalle righe per non guardare al di là anche di tali seppur elastici confini musicali. Il mondo è pronto per accogliere le allucinazioni sonore dei Teardrop Explodes prima, e poi del Julian Cope solista, della sua creatività iperattiva e di una psichedelia sui generis che lo avvicina a personaggi come Jim Morrison o Syd Barrett. Sciamani. Oppure: “io volevo solo essere un cantore. Mi sentivo come un bardo nordico dimenticato che sale dalle profondità”.

Forse, dopotutto, le ambizioni dei signori Cope non erano fondate sul nulla: Julian non andrà a Oxford, non diventerà il nuovo Dickens, né il futuro Shakespeare, ma la sua missione di cantore si espliciterà anche con la parola scritta. Prolifico e curioso anche in questo campo, Julian passa con scioltezza dalla doppietta autobiografica Head On/Repossessed alla musicologia, con gli articoli sul suo blog e soprattutto con i saggi Krautrocksampler. Guida personale alla Grande Musica Cosmica dal 1968 in poi e Japrocksampler. Come i giapponesi del dopoguerra uscirono di testa per il rock ‘n’ roll, e alla narrativa: il romanzo Uno tre uno è folle abbastanza da guadagnarsi lo status di cult al pari di alcuni dei suoi album, con la sua storia di viaggi in Sardegna e viaggi nel tempo, rapimenti e mondiali di calcio. Un on the road che ci porta dritti sull’autostrada 131 e da questa alla terza e ultima (per ora) incarnazione del bardo Cope.

Rock Section, l’ex rockstar protagonista del romanzo, viaggia tra il presente e la preistoria proprio come fa il suo autore (alter-ego?), rockstar e viaggiatore nel passato remoto, studioso – e naturalmente divulgatore – di archeologia e antiquariato. Anche in questo caso, prima attraverso il sito/guida agli antichi siti Gran Bretagna e Irlanda, come Stonehenge e Avebury, poi con il libro che ne raccoglie e approfondisce i contenuti, The Modern Antiquarian. Ben più di un hobby da vecchia star annoiata, almeno a giudicare dalle recensioni, che all’uscita parlano di «una fantastica lettura. La storia antica è il nuovo rock’n’roll» (“The Times”) e di «una miscela unica di informazione, osservazione, esperienza personale e idee», e dall’approvazione di storici di professione come Ronald Hutton, che arriva a definirlo «la migliore guida popolare ai monumenti del neolitico e dell’età del bronzo da cinquant’anni». Vista tale accoglienza non poteva non arrivare un seguito: The Megalithic European: The 21st Century Traveller in Prehistoric Europe, il documento di un viaggio lungo 6 anni per raccontare 300 siti, dall’Irlanda ai Paesi Bassi, da Creta alla Danimarca, fra storia e mito. E spingendo lo sguardo anche oltre l’Europa, in Armenia e Giappone. Cose che magari racconterà più a fondo nei prossimi libri, oppure chissà, saremo noi a dover un giorno raccontare una quarta vita. Del resto per gli sciamani le regole del tempo sono diverse, e quindi per lui potrebbe ancora valere il pensiero scritto su un bigliettino a capodanno del 1990: “Oggi sono contento: la gente mi capirà. Ho tutto il tempo del mondo”.


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