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(The Pogues – If I Should Fall, 1988 – Warner/Island)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Gianluca Runza

È stata talmente forte la personalità di Shane McGowan dentro i Pogues che, per un verso, viene da dire “Ragazzi, siamo sinceri: li abbiamo scelti perché volevamo parlare di Shane”. Di questo Re del blues dell’autodistruzione. Che appartiene naturalmente alla categoria di quanti identificano nella consunzione l’unico vero significato dell’esistenza – e, riconoscendo di non avere nulla da perdere, ne fanno la propria ragione di vita. Ma faremmo un torto a tutti, anche e soprattutto a lui, se spingessimo così tanto sul pedale del romanticismo maledetto. Non solo Shane è Maradona, e per tale va trattato, e non un fenomeno da baraccone, ma soprattutto la musica dei Pogues è emblematica di quanto avvenne a un certo punto degli anni ’80 in una significativa porzione del panorama musicale anglofono. “Prendere sul serio gruppi che usano fisarmoniche e violini?” Così si interrogava Simon Reynolds, nell’inverno del 1986, in un articolo uscito per i-D, intitolato “Spalle Al Futuro”. La tesi di fondo è che fosse in atto una rivoluzione antimoderna in cui ex punk, delusi dal mondo così come non era diventato, ritrovavano la propria carica eversiva nella tradizione, nel folk, rigorosamente bianco. Da Kicking Against The Pricks di Nick Cave agli Hüsker Dü e le Throwing Muses, passando per Blasters, Elvis Costello o i Mekons. E i Pogues, ovviamente. Un ritorno alle radici, intese come vocabolario e luogo dello spirito. Come risposta alla delusione per i tempi moderni, incarnata politicamente dalle presidenze Reagan e Thatcher. Reynolds scrive che “la musica roots è utilizzata come critica dell’odierna assenza di radici. … Il folk come arma contro gli yuppie.”

Shane, che è nato irlandese ma in Inghilterra, nel Kent, il giorno di Natale del 1957, in effetti il punk lo ha vissuto in prima persona. Poco dopo la sua nascita la famiglia si trasferì in Irlanda per poi spostarsi a Londra. Parafrasando Losing My Edge di LCD Soundsystem, lui era lì, insieme a Johnny Rotten, a urlare che “Non c’è futuro nel suono inglese”. Tanto convinto da fondare immediatamente i Nipples Erectors. Bizzarre circostanze della vita, va detto, una dozzina di anni dopo quella del punk, Shane si ritroverà a Londra al centro di un’altra estate, quella dell’acid house: “Era grandiosa! La musica in un certo senso è una cazzata, anche se qualcosa di buono c’è. Ma devi essere sotto ecstasy o acido per ascoltarla, ovviamente. Ma non è diversa dal punk e da tutto lo speed che devi prendere per ascoltarlo, o no?”. I Pogues inizialmente si chiamavano Pogue Mahone, che in gaelico significa Baciami Il Culo: allo stesso modo, la loro formula musicale, che assimila del punk e della musica tradizionale irlandese la rabbia, la furia e il desiderio. Musica che come il primo rock’n’roll nasce per essere suonata dal vivo e chiede il corpo a corpo al proprio pubblico. Con un tasso alcolico altissimo, specie del cantante, che sarà presto il loro principale problema. “È estremamente timido, ma si guadagna da vivere restando inebetito a farsi guardare da migliaia di persone alla volta”, lo ha descritto Nick Kent, firma storica del giornalismo musicale. “La stupefazione sembra la sua unica difesa e l’ebbrezza la sua musa, ma le sue canzoni migliori tradiscono una profondità, un desiderio e una limpidezza che si fanno beffe di questi risvolti ignobili”. If I Should Fall From Grace With God è il loro terzo album, pubblicato il 18 Gennaio del 1988. Trascorsi 30 anni, a riascoltarlo oggi, la sensazione è di trovarsi di fronte a un classico. Un disco che mostra la band al suo apice di maturazione. Canzoni in cui l’autenticità vorace di race, milieu e moment non tracima e s’impantana nelle pastoie estetiche del contingente, ma è passata attraverso il filtro di una scrittura e soprattutto di una produzione esemplari. Con uno Shane McGowan al suo canto del cigno, perché i problemi legati ad alcolismo e consumo di droghe giocavano già un po’ troppo spesso a nascondino con il punto di non ritorno. La produzione artistica è affidata a Steve Lillywhite, eminenza grigia di quegli anni (dagli U2 a Talking Heads e Rolling Stones), che subentra a Elvis Costello, che aveva prodotto Rum, Sodomy & The Lash. Si tratta di due dischi eccellenti. La differenza è nel rigore della forma e nella consapevolezza dei propri mezzi. Lì dove Costello volle mostrare il qui e ora di una band che nel suo incantevole abbandono alcolico dispensava iconoclastia e devozione per le radici, Lillywhite ne forza i limiti per spingerla oltre la siepe dell’espressione folk e il rischio della macchietta. Le riletture di brani della tradizione cedono il passo a quelli scritti dalla band, che ha perso la bassista Cait O’Riordan, andata in sposa a Costello (!) e assoldato Darryl Hunt al basso elettrico e Terry Woods per strumenti come cetera, banjo, mandola, concertina e dulcimer. A una scrittura esemplare corrisponde una paletta dei colori più ampia, ma la musica non interferisce con le canzoni, come era avvenuto negli album precedenti, e le canzoni non interferiscono con la musica. Che si tratti del glorioso folkabilly di If I Should Fall…, che apre l’album, delle spezie mediorientali di Turkish Song Of The Damned o del falso storico della spagnoleggiante Fiesta, che, sebbene i crediti del disco assegnino a MacGowan/Finer, è una rilettura di Lichtensteiner Polka, brano sempliciotto, pubblicato nel 1957 da Edmund Koetscher and Rudi Lindt. D’altro canto, qui sono contenute due fra le canzoni simbolo della band, Fairytaile Of New York, che sta ai Pogues come There Is A Light That Never Goes Out agli Smiths, e Thousands Are Sailing, firmata da Philip Chevron.

La prima è caratteristica delle contraddizioni su cui si basa l’arte dei Pogues e di MacGowan: è la più bella canzone di Natale di sempre ma è anche l’unica in cui il Natale non è la soluzione ma il problema – come ebbe a dire Dorian Lynskey in un articolo di qualche anno fa per il Guardian. Shane duetta con Kirsty MacColl. Notte di Natale a New York, la canzone si apre con il protagonista rinchiuso in una drunk tank, le celle in cui lasciano trascorrere la notte agli sbronzi in attesa che gli passi. Dopo aver mandato al diavolo un vecchio ubriacone con cui divide l’alloggio, si addormenta e sogna di lei, che lo ha mollato per sempre, con cui inizia un dialogo serrato e straordinario in cui si mette in scena l’amore secondo gli sconfitti. Lui le dice di amarla, che sa che arriverà il momento in cui i loro sogni si avvereranno. Lei risponde rievocando il loro primo Natale, quando le promise che Broadway l’aspettava. ‘Eri bellissimo’/’Eri la regina di New York’… ‘Ci siamo baciati in un angolo e abbiamo ballato tutta la notte’ mentre i ragazzi del Coro della polizia cantavano Galway Bay e le campane suonavano a festa. Poi lei sbrocca e lui con lei: ‘Sei un ubriacone, un punk’, ‘Tu sei una puttana strafatta’. Il climax prosegue fin quando lei gli dà del ‘disgustoso frocetto da due lire’ e prega perché questo possa essere il loro ultimo Natale insieme. Il finale però è di una dolcezza incredibile: ‘Ti sei preso i miei sogni dalla prima volta che ti ho incontrato’, gli rinfaccia amara, ‘Li ho tenuti per me, piccola, li ho mischiati ai miei’, le risponde lui, ‘ma da solo non riesco a realizzarli, perché li ho costruiti attorno a te.’ La canzone è una classica ballad irlandese, e a causa del suo vocabolario, arse, slut e soprattutto faggot, è stata censurata da BBC e MTV. Dal punto di vista lirico è interessante notare come Shane utilizzi il monologo interiore di Joyce (la cui foto campeggia, quarta da sinistra, nella copertina alternativa utilizzata per il mercato di USA e Canada). Sfatiamo così il luogo comune della sua necessità artistica di andare fuori di testa. “Scrivere canzoni è una tecnica. … Ho sempre saputo che i miei testi sono migliori di quelli di chiunque altro. Li edito più di quanto facciano gli altri, ecco qual è il mio cazzo di segreto. Una continua revisione.” Un labor limae che per esempio costa una gestazione di due anni a Fairytale, la cui genesi risale addirittura al disco precedente. Le sue canzoni del resto sono piene di riferimenti, a volte anche furti, letterari alti: da Emily Dickinson a Federico Garcia Lorca. Passando per La Ballata Del Vecchio Marinaio di Coleridge, un classico del Romanticismo con cui condivide anche i temi dell’acqua e del viaggio, ricorrenti in MacGowan sotto forma di mare, oceano, fango (“Let me go down in the mud where the rivers all run dry”), fiume e persino whisky. Di oceani da attraversare parla difatti Thousands Are Sailing, la canzone di tutti i terroni di questo mondo, costretti a salpare verso la terra delle opportunità: “Wherever we go, we celebrate the land that makes us refugees”.

L’identità irlandese, il senso di appartenenza e la rivendicazione umana e politica nei confronti della Gran Bretagna resta ovviamente forte. Tanto che un’altra canzone di questo disco subì la censura di Stato a causa del suo animo repubblicano. Si tratta di Streets of Sorrow/Birmingham Six, in cui cantano dei Sei di Birmingham e dei Quattro di Guildford (la cui storia è raccontata dal film di Jim Sheridan, Nel Nome Del Padre, del 1993), due fra le pagine più nere nella storia della guerra tra il governo inglese e l’IRA, l’esercito di liberazione clandestino dell’Irlanda del Nord. Faccenda calda ancora oggi, a una trentina di anni dalla scarcerazione, figuriamoci cosa dovesse significare suonarla dal vivo il 15 aprile del 1988 al Friday Night Live su Channel 4, con tutti rinchiusi in carcere con l’infamante accusa di strage. Con tanto di pubbliche scuse del governo inglese, i primi furono definitivamente assolti nel 1991, i secondi nel 1989. Kirsty MacColl se n’è andata nel 2000, Philip Chevron nel 2013. A gennaio di quest’anno una formazione allargata dei Pogues, con un gruppo di altri amici, da Nick Cave a Johnny Depp, ha festeggiato i 60 anni di Shane, ormai ridotto alla sedia a rotelle dopo una bruttissima frattura al bacino qualche anno fa. If I Should Fall from Grace with God, ci ricorda ancora: se perdessi la grazia di Dio. Un pensiero preciso nell’animo di colui che ha sempre e solo cantato, con tutto l’amore che gli era possibile, delle vite degli emarginati, di chi non ce l’ha fatta e non crede “nella cazzo di etica del lavoro inventata per tenere la gente in linea come un mucchio di cazzo di schiavi felici.”

“Sono molto consapevole che se non fosse per la grazia di Dio sarei lì anch’io” spiegò una volta. “Sono solo fortunato. Perché non sono diverso da loro. Però io posso comportarmi come loro davanti a 24.000 persone, ecco tutto.”

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