di Paolo Plinio Albera

Ho più di trent’anni, guardo molti concerti, vivo in una città (Torino) che propone mediamente buone cose, anche se meno di un decennio fa. Compro ancora dei dischi, anche se meno di un decennio fa. Se mi facessero un questionario in cui mi chiedono di mettere in ordine le cose importanti della vita, posizionerei la musica in alto. Penso che la stragrande maggioranza del pubblico all’entrata del concerto di Cat Power all’Hiroshima Mon Amour possa identificarsi in questa descrizione. Ma quanto è difficile, ormai, emozionarsi oltre un certo punto a un concerto. Ne ho visti così tanti che ormai le emozioni le ho provate un po’ tutte. A volte rubo pure una foto col cellulare, cosa che un tempo mi sembrava una bestemmia. Apro Facebook e c’è un amico che ha condiviso un articolo secondo il quale andare ai concerti rende più felici, gli metto like ma non sono poi tanto convinto.

Però poi suona Cat Power e tutto è rimesso in discussione, il discorso non regge più, ecco l’eccezione che conferma la regola (anche perché lei, di regole, tutto sommato non ne ha). Ci apre la porta al suo mondo privato dove non esistono routine, scalette, auto celebrazioni. Si sa la sua imprevedibilità dal vivo, serate eccezionali alternate a concerti disastrosi. Fatto un breve sondaggio tra amici e conoscenti che hanno assistito a esibizioni della cantante americana, la quota “giornate no” supera la quota “giornate sì”. Premetto subito che questa si rivela assolutamente una giornata sì. Magari ha imparato a gestire l’alcol, o da quando è diventata mamma è cambiata, o semplicemente oggi è una gran botta di culo, ma il motivo davvero non importa nel momento in cui Chan Marshall regala una serata unica.

L’inizio è con l’arpeggio di Keep On Running (Crawlin’ Black Spider). Poi tanti pezzi a volte riadattati, a volte in versione fedele agli album. Fool, HateThe Greatest, 3,6,9 dall’ultimo Sun di ormai sei anni fa, Satisfaction dei Rolling Stones, Yesterday Is Here di Tom Waits, e via così per un’ora e mezza, con canzoni che spesso sfumano nell’inizio di quella successiva. Solo lei in abito lungo nero, due rose sul leggìo, una tazza di qualcosa da bere. Una chitarra classica, una elettrica, un pianoforte verticale. Tra un pezzo e l’altro, poche parole col pubblico e piccoli sussurri di auto-incoraggiamento, forse di auto-tutela da demoni e insicurezze sempre pericolosamente in agguato.

L’atmosfera è per tutto il tempo carica e fragilissima, talvolta indecifrabile nel volto di lei praticamente invisibile, perché le poche luci dietro di lei ne fanno intuire poco più che la silhouette. A proposito, niente fotografi: fotografare una serata così sarebbe impossibile sia visivamente che acusticamente, persino i clic delle macchine farebbero rumore tra il fiato mozzato del pubblico e il piede della cantante americana battuto sul legno del palco per tenere il tempo dei suoi cherokee blues.

C’è uno strano intermezzo, verso la fine, in cui Chan si lascia andare a un lungo monologo di battute abbozzate, e il fragile incanto sembra potersi sfilacciare da un momento all’altro. Ma lei si blocca in tempo (“ok, non è più divertente, era divertente un secondo fa, ora non più!”), e torna a risuonare la sua voce esaltata dai due microfoni in leggerissimo delay, in un nuovo crescendo di intensità di canto e di confidenza con il pubblico che riempie l’Hiroshima.

Dentro aria condizionata e fa caldo, fuori piove e fa freddo, ma è inizio Giugno e incombono i festival dell’estate. Per la cronaca, questa unica data italiana di Cat Power è l’anteprima del Flowers Festival, che a Luglio prenderà vita nell’ex Manicomio di Collegno. Tradizionalmente la location del festival è lo spunto per spettacoli che hanno a che fare con la storia del manicomio. Cat Power è una che in USA ha conosciuto le cliniche psichiatriche, e non è casuale l’inaugurazione del festival con un suo concerto. Amare persone che ci amino, prenderci cura di noi stessi: questo è il suo augurio finale e l’invito più lucido che ci sia, mentre le luci si riaccendono e vediamo i suoi occhi, forse un po’ lucidi anche quelli.