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Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

Di Letizia Bognanni

Le persone sagge dicono che non esiste il brutto tempo: esistono il sole, il caldo, la pioggia, il freddo, e nessuna di queste condizioni è bella o brutta, tutte sono belle e brutte allo stesso momento, tutte sono utili. Le persone attente – sagge o no – notano anche un’altra circostanza: il cosiddetto brutto tempo è, tendenzialmente, amico della creatività, dell’immaginazione, della musica, molto più del sole. Almeno, di certa creatività e di certa musica, diciamo quella per persone che, parafrasando Nick Hornby, “sono strane perché amano le cose strane, o amano le cose strane perché sono strane?”, come si evince dalla geolocalizzazione delle “scene”, più fitte in posti come Manchester o Seattle che a Miami.
Proprio sotto le nuvole di Seattle inizia a sviluppare il suo poliedrico e “strano” spirito artistico una ragazzina di nome Carrie Rachel Brownstein.

Da bambina ero impegnata in un dialogo continuo con la fantasia, l’escapismo, e la performance, dalla conduzione di finte interviste con i poster e le foto in cameretta (avevo molte domande per Madonna, i Duran Duran ed Elvis), ai tentativi di trasformare il bosco dietro casa in un ristorante (un lavoro che consisteva nel ramazzare il terreno e inchiodare assi sui tronchi caduti per farli diventare tavoli), alle ore passate a inventare e registrare un messaggio per la segreteria che potesse fungere per lo scopo normale e come provino, al vestirmi da clown per il compleanno di mia sorella invece di farne ingaggiare uno dai miei genitori. Desideravo molto poco essere presente, volevo solo essere presentabile, o fingere di esserlo.

La “finzione”, la fuga dalla realtà, la creazione di mondi alternativi: lo scopo di chi scrive, di chi recita, di chi suona. E di chi, come Carrie, fa tutte e tre le cose.

Tutti quelli che fanno musica hanno bisogno di un momento che accende il fuoco e li ispira, li chiama in un mondo di suoni e li costringe a fare quello. E credo che questa cosa possa succedere oralmente; forse è semplice sentire un riff di Andy Gill o un ritmo di Kim Gordon e intuire come funziona. Poi formi questi suoni da solo, con le tue mani e la tua voce. O forse lo vedi in un video, nelle riprese di un musicista che finalmente traduce e sblocca quello che pensavi fosse un mistero. Per me, io avevo bisogno di essere lì – di vedere chitarristi come Kim Warnick e Kurt Bloch dei Fastbacks o Doug Martsch dei Three-people suonare accordi e melodie, o Calvin Johnson e Heather Lewis dei Beat Happening, coi loro jeans e t-shirt consunti, emanare una strana sensualità da nerd, stranamente minimalista, perversa al massimo. Li guardavo suonare canzoni che non venivano fuori dal nulla o da dietro un velo. Avevo bisogno di stare schiacciata contro i piccoli palchi, rischiando dita rotte, fianchi graffiati, e l’ondeggiare imprevedibile della transenna, solo per poter dare uno sguardo a chi volevo diventare.

Il salto vero da sotto a sopra il palco, dopo la consueta gavetta liceale, lo compie all’università, in un ambiente (e un’epoca) propizio per tutto ciò che fa riot grrrl: è allìEvergreen State College che incontra Becca Albee e CJ Phillips e forma le Excuse 17. Il gruppo non dura molto, ma nel frattempo ha conosciuto Corin Tucker, con cui ha formato le Sleater-Kinney, che da side-project, dopo lo scioglimento dei rispettivi gruppi (Excuse 17 e Heavens To Betsy per la Tucker), diventa – con la batterista Janet Weiss -, una band vera: proprio una di quelle, con i suoi otto album e tanti concerti, che un/a ragazzino/a strano/a, rischiando un dito fratturato, guarda per capire chi vuole diventare. O a cui quel ragazzino, sempre per capirci qualcosa, scrive una lettera, come faceva lei con le star della TV:

Una risposta, qualsiasi risposta, implicava che io esistevo, che non ero una stramboide, che ero ok. Avrei potuto andare da uno psicologo della scuola o anche parlare coi miei genitori, ma avevo bisogno di qualcuno alla TV o al cinema per uscire fuori da me stessa, non perché erano famosi ma perché erano lontani, era come essere vista dallo spazio. Improvvisamente non mi sentivo piccola; ero più grande della casa in cui vivevo, più grande della mia città. Grazie a loro, in qualche modo appartenevo al mondo.

Torniamo lì, alla fuga dal mondo per appartenere al mondo, in una parola: scrivere. Dopo le lettere alle celebrità, e insieme alla musica – con le Sleater-Kinney ma non solo -, la via di Carrie per creare mondi nel mondo è la scrittura. Interviste (non più ai poster) e articoli per blog e riviste – The Believer, NPR -, l’inevitabile memoir – Hunger Makes Me A Modern Girl – e poi una scrittura che si allaccia e si intreccia alla terza vita, terza via di fuga: la recitazione.

Portlandia, la surreale sketch comedy più (ironicamente) hipster che c’è, è scritta, oltre che interpretata, da Carrie e Fred Armisen, e le dà modo di diventare di tutto un po’, compreso mettersi in panni maschili. Non solo Portlandia: lavora con Miranda July (Getting Stronger Everyday), è coprotagonista con James Mercer del misconosciuto (ma da vedere assolutamente, se si appartiene alla categoria degli strani di cui sopra) Some Days Are Better Than Others, appare in Carol e in Transparent. Lei dice che la recitazione è “solo un hobby”, e chi siamo noi per non crederle, però forse c’è di più, come quando da bambina si travestiva da clown, inventava ristoranti e messaggi in segreteria: giochi che erano anche altro, erano

modi in cui creavo un territorio, qualcosa di più di un arcipelago di identità, qualcosa che mi stabilizzasse, qualcosa a cui appartenere.

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