(Pavement – Slanted & Encahnted, 1992 – Matador)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Luca Minutolo

Immaginate per un attimo che gran casino c’è nel 1992 attorno al mondo musicale indipendente. L’ondata lunga che dalla seconda metà degli anni 80 aveva gettato di forza una miriade di band fuori dai propri garage e concerti sotterranei. Complice il successo planetario di una delle band più adatte e al tempo stesso meno avvezze a tutta questa attenzione. Sapete tutti di chi stiamo parlando, ma è bene sempre specificarlo per dovere di cronaca: Kurt Cobain con i suoi Nirvana. È ormai di pubblico dominio lo spartiacque tra prima e dopo Nevermind. L’avvento di un disco di tale portata trascina con sé una moltitudine di band, tra cui molti prime movers del mondo indipendente americano che si ritrovano improvvisamente a destreggiarsi tra contratti discografici e pratiche formali che fino ad allora sembravano questioni aliene. C’è rumore nel 1992. Molto. Non solamente per l’affermazione dei Nirvana come mostro sacro di ogni adolescente del pianeta. Sul piano strettamente musicale, la tendenza è quella di far suonare tutto sporco e magniloquente, intaccando pian piano la peculiarità, fino ad allora, del fitto sottobosco indie d’oltreoceano: la genuinità a discapito di un’aura rock misticheggiante di cui vengono insignite molte band dell’epoca.

Ecco, in questo panorama in piena esplosione sonica c’è una band che del successo intende bellarsene altamente. O meglio, che riuscirà poi a fare del proprio umore trasandato un vero e proprio marchio di fabbrica. Stiamo parlando dei Pavement, capitanati da un ragazzo stralunato che risponde al nome di Stephen Malkmus. Dopo una manciata di EP pubblicati a cavallo tra gli ’80 e i ’90 militando nella scena indie, i Pavement trovano la stabilità interna accasandosi con la Matador. Slanted & Enchanted è il risultato di un esordio sghembo. Registrato con mezzi elementari (un registratore a 8 piste e strumentazione rattoppata), il primo vero e proprio disco dei Pavement è totalmente incline al credo lo-fi. Tutto questo si traduce nella totale sporcizia sonora, alimentata dall’attitudine menefreghista nei confronti di ogni qualsivoglia rifinitura sonora. In sostanza, completamente in controtendenza con l’enfasi smodata che la nuova controparte mainstream prodiga ai piani alti dell’industria musicale. La qualità sonora di Slanted & Enchanted è dunque (volutamente o fortuitamente?) ridotta ai minimi termini. Nulla che però possa intaccare la dote innata di Malkmus nel saper confezionare piccoli inni generazionali per adolescenti stralunati: lo sha-la-la di Trigger Cut o la sghemba dichiarazione di In The Mouth A Desert sono solamente i primi esempi di un portamento sgangherato che avrebbe fatto proseliti, con quell’attitudine che si può comodamente riassumere nella parola slacker, originariamente il vezzeggiativo con cui si dipingeva una persona lasciva e indolente.

Le stesse caratteristiche che fanno di Slanted & Enchanted il primo vero esemplare di questa attitudine trasportata in musica. Di certo questa indolenza di fondo non implica assolutamente una mancanza di contenuti. Come testimonia questa sua intervista dell’epoca realizzata da sua maestà Simon Reynolds per Melody Maker nella primavera del 92, Stephen Malkmus infonde una sottile ironia di fondo nella musica dei Pavement fin dagli esordi, prendendo la questione musicale con serissima disinvoltura: “Mi diverte creare un aura mistica attorno alla band, per poi rovesciarla con interviste come questa, in cui non esce fuori alcun mistero. Un tempo pensavamo di non fare interviste, rimanendo nell’anonimato come i Residents. Ma non è nella nostra natura. Quando ascolti la nostra musica o i nostri live ti accorgi immediatamente che non siamo così criptici. Sai, agli inizi hai il pieno controllo su tutto, sulle copertine dei dischi e più tempo per pensare dovrei fare il misterioso?… La musica non è una questione di vita o di morte per noi… L’arte ti riempie le giornate, dandoti un buon motivo per discutere tra amici, ma farla diventare una ossessione ci sembra assurdo”. Insomma, nessuna particolare ambizione se non quella di suonare ciò che si vuole, come si vuole e quando si vuole. Inclinazione che avrebbe, di lì a poco, fatto scuola dentro e fuori il panorama indie, generando inconsapevolmente una nuova forma pop. Calata in un immaginario semplice e spesso sopra le righe, in cui le chitarre dissonanti delineano melodie distorte, ma dalla struttura elementare ed efficaci nella ricerca dell’impatto immediato. Ne sono la prova la successiva consacrazione dei Pavement con Crooked Rain, Crooked Rain e l’immediata influenza riflessa su tutto il panorama indipendente fino ai giorni nostri. Innumerevoli le band che si abbeverano alle fonti di Stephen Malkmus e al pop chitarristico e disgraziato di Slanted & Enchanted. Nessuna, però, avvicinandosi mai alle vette di angst esistenziale e slackerism insiti nei solchi più profondi dell’esordio dei Pavement.