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di Rossano Lo Mele

C’è questo fotografo che sta in Texas: si chiama Mark Menjivar. Dieci anni fa ha cominciato ad andare a casa di sconosciuti. O per meglio dire: che aveva conosciuto poco prima, sull’aereo, al ristorante, cose così. Andava da loro per scattare una foto del frigorifero di casa. Aperto. Il suo progetto fotografico si chiama “Sei quello che mangi” e l’idea consiste nel rappresentare l’identità dei proprietari a partire dalle merci stipate nel suddetto elettrodomestico.

La merce viene prodotta per essere consumata. Usata, nei casi migliori. Carote, TV digitali, auto con cambio automatico, sneakers, tonno al naturale, fazzoletti di carta, pizze più o meno surgelate. Ma se stai leggendo queste righe probabilmente sei dei nostri: quella minoranza che si annusa, si riconosce, si spera senza la boria di sentirsi tale. Hai comprato anche tu dei Billy bianchi all’Ikea. Forse sono imbarcati sotto il peso degli anni, della fatica. Dei dischi stipati.

Anche il “prodotto” artistico è fatto per essere consumato. Per servire subito, per affascinarci ora, per generare interesse, clic, prevendite, condivisione, per influenzare. Per piacere e piaciare. Ma c’è dell’altro. Quando dice di noi, il prodotto artistico non si consuma, non si usura, come già diceva Pasolini 40 e più anni fa. Tu sei cosa mangi, ma se sei qui, sei anche cosa ascolti. Dentro i frigoriferi ritratti da Menjivar è custodita la quotidianità di decine di famiglie. Ma dentro il tuo, il mio frigo, cosa c’è? Cosa è rimasto sul tuo Billy imbarcato e leccato dalla polvere accumulatasi? Lì dentro c’è la pulsazione della musica. E quello che ha saputo attraversare per arrivare a comunicare qualcosa a ognuno di noi. Molta di quella roba è pleonastica, quasi tutto. Cosa si è accumulato sugli scaffali sonori delle nostre vite? Dischi regalati per il compleanno, album che abbiamo comprato perché in quel momento non potevamo farne a meno. E poi ancora. Ma quanta di quella roba conservata nei nostri scheletri audio domestici significa davvero? Quanto parla delle nostre giornate: non il diploma o l’amorazzo, ma i pomeriggi autunnali che non passano mai, pieni di obiettivi e persone sbagliate. Ne rimane un quantitativo misero, ossuto.   

La seduzione propria di un nuovo prodotto ci porta a credere che di quel prodotto (artistico però!) avremo bisogno. Ma dura il tempo di uno sbadiglio. Poi la soundtrack of our lives si ricompone. E restano solo in pochi a parlarci. Molti di questi hanno avuto vite sbagliate, maldestre, inopportune, sfigate. Molti hanno cercato la fama o la propria identità, ma sono morti nel tentativo di raggiungerla. Così, nel gesto di estrarre qualcuno che dialoghi con noi dall’archivio, ci ritroviamo spesso in compagnia dei soliti sparuti, piccoli giganti. Alex Chilton, Nick Drake, Elliott Smith, Townes Van Zandt, Raymond Carver, Harold Brodkey, Andre Dubus. Pochi altri. A cui da poco si è aggiunto Grantzberg Vernon Hart, leggendario batterista/cantante/compositore degli Hüsker Dü prima e in proprio poi. Grant ha suonato quasi 40 anni: ci sono stati gli alti (per breve tempo) e i bassi (tutto il resto dei pomeriggi autunnali). Strafatto di eroina pestava a piedi nudi la batteria, ma scriveva canzoni nude e fragili come un neonato. Gli ultimi mesi della sua vita sono stati un’impresa. Bellissima da una parte (Grant aveva appena ricominciato a parlare con suo figlio, col quale per lungo tempo non aveva avuto rapporti). Ma dall’altra, l’istantanea dello strazio: Hart (bisessuale?) aveva da pochissimo conosciuto una donna (Brigid), avevano deciso di sposarsi. Ma, un attimo dopo quell’incontro, Grant ha scoperto di avere il cancro. Immagina di avere 55 anni, di disegnare la quiete nella tua vita dopo uno stage esistenziale fatto di apprendistati, ascese, soprattutto cadute. Trovi la donna che ami. La vuoi sposare. Ma non puoi, perché qualcosa ha scritto la parola fine appena dopo il tuo nome. 

La morte vince l’amore. Drake, Smith, Carver, Dubus, Chilton, Brodkey. Vite umili, invisibili, annaspanti, in seconda fila. Cose che – se non dopo – quasi mai il mercato ci ha convinto di volere o dover avere. E sistemare in archivio. Ma l’esatto contrario. E ora anche tu Grant, tuo e nostro malgrado, ingrossi la lista risicata di questi giganti. Magari non i più simpatici, non per forza gente per bene. Gente che ha avuto dalla vita meno di quanto ha lasciato in eredità. Ma che ci ha insegnato a investigare e a dialogare con le nostre ansie, paure, dolori, solitudini. Niente che si possa consumare preferibilmente entro una certa data. Anche se congelato in frigo.

Qua sotto, potete ascoltarvi la playlist Spotify dedicata a Grant Hart:


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