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foals

di Marcello Torre

Ne hanno fatta di strada, i Foals: sono passati più di otto anni dal loro celebratissimo album d’esordio Antidotes, figlio delle esperienze math rock del cantante Yannis Philippakis ed il batterista Jack Bevan con la loro precedente band The Edmund Fitzgerald. Da lì in poi sono arrivati altri tre dischi, ultimo dei quali il What Went Down prodotto da James Ford (membro dei Simian Mobile Disco e collaboratore di Arctic Monkeys, Florence and the Machine e Depeche Mode) e uscito nel 2015 per Transgressive Records (stessa etichetta di Alvvays, At The Drive In, Neon Indian e Flume, tra i tanti), che li hanno catapultati nel giro di cinque anni in una nuova e più ampia dimensione fatta di festival all’avanguardia, tra i quali spiccano sicuramente Coachella ed il Reading & Leeds Festival.

L’energia sprigionata dalla formazione di Oxford dal vivo è valsa loro il premio come Best Live Act ai Q Awards del 2013, anno in cui si presero il favore di critica e pubblico grazie all’ottimo Holy Fire, carico di pezzi indimenticabili come Inhaler, My Number e Late Night diventati all’istante hit del moderno indie rock (quello tanto popolare su Spotify, servizio streaming molto amato da Yannis). Non è certo un caso se nel 2015 si sono ripetuti portandosi a casa il premio come Best Act in the World Today alle stesse premiazioni e quello di Best Album agli NME Awards: mentre nel Regno Unito, in particolare tra i teenager della generazione Skins (serie tv in cui tra l’altro compaiono pure), la loro popolarità non è mai stata in discussione, due anni fa, grazie al loro ultimo disco, Philippakis e soci hanno fatto un ulteriore passo avanti fondendo il loro rock con sonorità minimal techno (il brano Birch Tree ne è l’esempio perfetto) di cui sono sempre stati fan. Proprio il batterista Bevan ha infatti recentemente pubblicato sul sito ufficiale del gruppo una playlist contenente i brani da loro più ascoltati ai tempi del primo album e tra i vari nomi figurano quelli di Battles, Don Caballero, LCD Soundsytem e Aphex Twin. Tra le proprie maggiori influenze i Foals citano anche gruppi krautrock (su tutti gli Harmonia) e artisti eclettici come i Talking Heads; questo a riprova dell’amore della band per la sperimentazione, che non è mai stato un mistero: lo dimostrano le C.C.T.V. Sessions registrate tra il 2013 e il 2015, in cui canzoni di Holy Fire e What Went Down vengono ripensate attraverso nuovi suoni e forme.

Tra i membri del gruppo c’è pure chi avuto tempo per attività musicali extra-Foals: il loro frontman Yannis in passato ha collaborato con Karl Hyde degli Underworld, e uno dei loro brani è finito nella colonna sonora della serie HBO The Jinx: The Life and Deaths of Robert Durst. A gennaio ha parlato invece con NME di un progetto portato avanti con Tony Allen, il leggendario batterista nigeriano collaboratore di Fela Kuti e membro del supergruppo britannico The Good, the Bad & the Queen assieme a Damon Albarn, Paul Simonon e Simon Tong.
Abbiamo raggiunto al telefono il chitarrista Jimmy Smith per fare quattro chiacchiere su passato, presente e futuro della band, che il 19 luglio sarà a Milano per un’unica data italiana.

Sono passati quasi due anni dall’uscita del vostro ultimo album: come ve la siete passata in questo periodo?
Già due anni, è vero! È stato grandioso, siamo stati molto tempo in tour.

Com’è stato suonare da headliner di un festival enorme come il Reading & Leeds l’anno scorso?
Pazzesco: è stato l’avverarsi di un sogno.

Per il futuro c’è qualche grosso festival in particolare a cui puntate di partecipare come headliner?
Direi che Glastonbury è decisamente l’obiettivo numero uno, quello che conta di più.

Siete al lavoro su un nuovo album al momento?
Non proprio, in verità al momento stiamo provando in vista del tour di quest’estate. Finito quello, penso che inizieremo a lavorare sul nuovo materiale. Ora però c’è molto da fare, stiamo provando nel South West di Londra.

Come state vivendo la situazione politica attuale del vostro paese?
È tutto parecchio confuso: dopo le elezioni finalmente sembra si stia prendendo la giusta direzione, ma non ne sono troppo sicuro, sono tempi difficili. Io vivo in Germania (a Colonia, ndr) e posso dire che è molto strano guardare da lontano quello che accade al proprio paese. Ti fa vedere tutto da un’altra prospettiva ma allo stesso tempo ti senti impotente: vorresti essere là per provare a cambiare le cose.

What Went Down è stato il lavoro più heavy dei Foals: come si è evoluto il vostro sound dai tempi di Antidotes ad oggi?
Forse è vero che c’è stato una sorta di cambiamento naturale, ma non abbiamo mai consapevolmente scelto di fare qualcosa di più heavy. La pesantezza nel sound è venuta fuori da sola suonando molto dal vivo.

Com’è stato lavorare al disco assieme a James Ford?
Eccezionale, è un vero maestro dello studio di registrazione: è una di quelle persone che può fare di tutto al computer, suonare ogni strumento, creare qualsiasi tipo di suono. Un’enciclopedia vivente di sapere musicale! Ci ha aiutato davvero tanto, soprattutto a finire le canzoni: venire a capo di così tante possibilità è sicuramente uno degli aspetti più complicati della creazione di un album. Ma è stato veramente bello registrare assieme a lui.

Qual è stato il brano più difficile da registrare mentre lavoravate a What Went Down?
Con la title track è stata dura, non ci è venuta bene finché non siamo arrivati alla fine del disco: è l’ultima canzone che abbiamo registrato, c’erano diverse cose da mettere assieme e non riuscivamo a deciderci sulla giusta combinazione e sul sound.

Cosa hai apprezzato maggiormente di quelle registrazioni?
Il tempo trascorso nello studio a sperimentare coi suoni, ma in generale poter registrare il disco in Francia (negli studi La Fabrique a Saint-Rémy-de-Provence, ndr) e lavorare con un produttore del calibro di James, credo sia un lusso di cui molte band si dimenticano. È stato un vero privilegio.

C’è qualche artista o band che ascoltavi lavorando al disco che ti ha ispirato?
Ho ascoltato molto gli Aphrodite’s Child, in particolare la canzone The Four Horsemen: quella l’ho ascoltata praticamente ogni giorno. Anche l’ultimo album di Sufjan Stevens, Carrie & Lowell.

Ho ascoltato le vostre C.C.T.V. Sessions e devo dire che mi sono piaciute molto: come vi è venuta questa idea?
Penso sia stata un’ idea carina, abbiamo voluto aggiungere all’album in studio delle versioni leggermente differenti e un po’ strane di quei pezzi. In un certo senso in questo maniera abbiamo sperimentato coi brani e creato musica che nel disco non eravamo riusciti a mettere.

Molti fan sono rimasti con la testa e il cuore alla vostra prima creatura, Antidotes. C’è qualche possibilità che in futuro torniate a quel tipo di sound?
Penso sia impossibile per noi rifare qualcosa di simile al primo disco: sono passati più di otto anni da allora, eravamo più giovani e c’era un’energia diversa. Per un musicista è sempre meglio guardare avanti anziché indietro: sicuramente niente di quel che faremo suonerà più come Antidotes.


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