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Tiger!Shit!Tiger!Tiger!

di Nicholas David Altea

È stato un anno particolare per la musica rock alternativa/indipendente in tutte le sue accezioni. Quella con le chitarre, per intenderci. Mettiamoci lo strapotere della musica tendenzialmente black, l’hip hop trasversale e le nuove concezioni di pop che hanno sbancato le classifiche di mezzo mondo, per accorgerci che le chitarre se ne sono restate defilate. Non per mancanza di qualità, ma perché hanno fatto fatica a ritagliarsi uno spazio adeguato e la considerazione non è stata come per altri. Eppure di dischi ne sono usciti, ed è una mezza bestemmia dire: “non ci sono più dischi con le chitarre”. Basta fare mente locale sul 2016 appena passato e sul fronte post-rock c’è un ottimo disco dei Russian Circles (Guidance), per poi andare verso la melodia e la rabbia post-hc di Touché Amoré (Stage Four) o Big Ups (A Million Universes) o qualcosa di un po’ meno ruvido come Tiny Moving Parts (Celebrate), The Hotelier (Goodness). E poi il fronte riverberato composto da DIIV (Is the is are), Flyying Colours (Mindfullness) e dalla declinazione post-punk dei Fews (Means) fino ai Minor Victories con il loro omonimo esordio. E poi ancora Mitsky (Puberty 2), LVL UP (Return to Love), Thee Oh Sees (An Odd Entrances), Ty Segall (Emotional Mugger) e potremmo andare avanti ancora senza dimenticare punk melodico e punk rock di Beach Slang (A Loud Bash of Teenage Feelings) e gli amati Descendents (Hypercaffium Spazzinate). Non ci avventuriamo in territori più estremi o diversamente psichedelici, ma quello meriterebbe un capitolo a parte. Il 2017, invece, parte in discesa con Japandroids e Cloud Nothings. E in Italia? Vengono in subito alla mente i dischi dei CRTVTR (Streamo), Soviet Soviet (Endless), Marnero (La malora), Ornaments (Drama), Klimt1918 (Sentimentale Jugend) e Bruuno (Belva), per esempio. Basta cercare. Basta aver ancora voglia di non fermarsi ai comunicati stampa che arrivano o ai soliti siti di riferimento. Oggi, in anteprima su Rumore, abbiamo il piacere di ospitare lo streaming di una band che ha sempre viaggiato un po’ defilata, diciamo con un basso profilo: i Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, ormai attivi da dieci anni. Scrivono quella musica lì, quella fatta con le chitarre che non riusciamo più a trovare perché non la cerchiamo. Al terzo disco (quarto se consideriamo l’EP Whispers) la band umbra, composta da Diego Masciotti (voce, chitarra), Giovanna Vedovati (basso, voce) e Nicola Vedovati (batteria) arriva a ridare nuova forma ai propri suoni, trovando quell’equilibrio che non si riusciva sempre a percepire nei precedenti lavori. Corners uscirà tra qualche giorno per To Lose La Track in collaborazione con Disk Union Japan/Miacameretta e abbiamo deciso di fare quattro parole con la band per farci raccontare le proprie esperienze e le sensazioni in merito al nuovo lavoro. Ecco lo streaming esclusivo del disco che vi accompagnerà nella lettura:

È un momento un po’ particolare per le band con le “chitarre”, sia in Italia che nel resto del monto. Attualmente c’è tantissima black music, tantissimo hip hop. Come vi sentite voi che siete una band che sul suono di chitarra, invece, si basa molto?



Diego Masciotti: “È un argomento di discussione che affrontiamo spesso anche con Luca Benni di To Lose La Track o con Francesco Melis di Asap Arts. È un periodo difficile in generale per la musica rock – ma non solo in Italia. Basti pensare che molti di quelli che ascoltavano rock si sono spostati verso altri lidi musicali”.


Nessuno vi ha mai detto che forse, dopo 10 anni, era il caso di cambiare un po’ il vostro suono sempre così legato fortemente alle chitarre?



Nicola Vedovati: “Molti gruppi possono avere un’evoluzione che parte da una base più rock/chitarristica e poi virare verso delle sonorità più elettroniche. L’evoluzione nostra l’abbiamo compiuta mantenendo sempre la chitarra al centro del nostro interesse, ma evolvendoci comunque. Siamo partiti da un aspetto sonoro che era più ruvido e siamo giunti ad uno più ricercato, che fa parte dei nostri ultimi lavori. Fedeli alla linea, fedeli alla chitarra. Noi abbiamo deciso di puntare su questo come evoluzione. Altri lo hanno fatto passando da un cantato in inglese a un cantato italiano che è molto più spendibile e ha un approccio diverso nelle nuove generazioni”.

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Avete mai pensato di iniziare a scrivere e cantare in italiano?

Nicola Vedovati: “Ci abbiamo provato a pensare, però, ogni volta, ci siamo messi a ridere perché non riusciamo a immaginarci così e di conseguenza non riusciamo a immaginare Diego (voce) cantare in italiano. È un limite un po’ nostro e non c’è nessun pregiudizio. Ormai la nostra strada è questa e vogliamo proseguire così”.

Ogni vostro disco ha una forma sonora diversa: Be Yr Own Shit mi ha riportato al garage punk/proto punk caotico; Whispers EP è più legato all’indie-rock sbilenco dei primi 2000; Forever Young era molto rumoroso e sconnesso. Corners si porta dietro un poco da tutti (chi più chi meno), però riesce ad arrivare alle orecchie di chi lo ascolta in maniera più a fuoco rispetto agli altri dischi. Che processo c’è stato dietro questo cambiamento continuo?

Diego Masciotti: Con Forever Young abbiamo tracciato un percorso ben definito che si è risolto con brani come Broken e Golden Age.
Giovanna Vedovati: “Con Corners invece abbiamo smussato degli angoli un po’ ruvidi che emergevano con Forever Young a livello musicale, così da chiudere più il cerchio e impostarlo più sulla forma-canzone. Pezzi più brevi, più orecchiabili e più melodia. Un’evoluzione da Forever Young”.
Nicola Vedovati: “Nulla però è stato premeditato: non ci siamo posti questo obiettivo nel momento in cui stavamo elaborando i pezzi. Lo abbiamo realizzato nel momento in cui siamo entrati in studio di registrazione e ci siamo resi conto che, definendo le canzoni nei loro aspetti essenziali, si arrivava alla formula giusta per suonare più concreti e meno dispersivi”.

È stato difficile ad arrivare a questo risultato?




Nicola: “Non è stato difficile. È successo in modo naturale. I pezzi che sono in Corners sono il frutto di una selezione fatta su tantissimo materiale prodotto. Abbiamo suonato tantissimo in sala prove in questi ultimi due anni e alla fine abbiamo fatto ‘decantare’ quelli che erano i pezzi che avevano più sostanza”.

Riascoltando Corners il primo disco a cui ho pensato è stato Bug dei Dinosaur Jr – soprattutto il brano Silver – ma anche ad una forte svogliataggine slacker di fine 90s. C’è qualcosa che vi ha influenzato più di altro?



Diego: “I riferimenti sono quelli giusti: partendo dai Dinosaur Jr., Pavement, Sebadoh e via dicendo. Ci riferiamo soprattutto al rock anni ’90. Tu poi hai citato il brano Silver e li ci puoi sentire una bellissima seconda chitarra registrata da Ettore Pistolesi dei Flying Vaginas“.
Giovanna: “Da quando abbiamo iniziato, i nostri riferimenti sono sempre stati quelli, col tempo poi li abbiamo rielaborati o riportati in varie forme”.

Corners significa angoli. Quindi spazi angusti, magari in un punto defilato, non proprio in prima vista. Vi siete fatti un po’ da parte nel periodo di gestazione del disco? È cambiato molto come processo rispetto agli altri dischi?

Nicola: “Il titolo ha diversi livelli di interpretazione per noi. Ci piace osservare la realtà non maniera frontale ma in modo più dimesso e nascosto: non siamo molto propensi all’apparenza. Angoli è anche il modo in cui piace osservare la realtà. Angoli può intendere anche tanti punti di vista, di fuoco e quindi rispecchia un po’ più la nostra visione. Ognuno di noi po darebbe un po’ la proprio interpretazione”.

La cover dell’album è realizzata da Giulia Mazza. Fino a questo momento non avevate mai utilizzato una foto per le copertine del vostro disco. Come è andata la scelta?

Giovanna: “Abbiamo una grandissima stima di Giulia Mazza perché riesce a cogliere degli aspetti di un immaginario che mi piace moltissimo. E quindi la scelta è facile. Quella foto in particolare esprime bene cosa c’è dentro a Corners: lo stato di abbandono, un non luogo dove apparentemente c’è il caos ma anche l’ordine”.
Nicola: “L’immagine definita rispecchia anche un po’ il suo definito e meno lo-fi che emerge dall’album”

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Qual’è il tema portante del disco?

G: “Ci abbiamo messo tutte le nostre sensazioni personali: delusione, sofferenza, entusiasmo e l’insofferenza verso la banalità”.

C’è stato qualche momento particolare in fase di registrazione?

D: “Ad esempio nel disco c’è Highland Park che è praticamente Girls rallentata. È stata ideata in studio mentre stavamo registrando. Non era un pezzo previsto, anzi, ne avevamo circa una ventina e ne sono stati scartati otto per varie esigenze, anche perché alcuni erano degli outtakes di Forever Young e volevamo mantenere omogeneità. È uno dei pezzi del disco di cui andiamo più fieri perché pensato durante le registrazioni insieme a Filippo Strang del VDSS Recording Studio. Potrebbe essere un esperimento da riprovare in futuro, anche perché attualmente i nostri pezzi rallentati mi piacciono di più”.

Il brano Sacramento, ad esempio, a cosa è legato?
D: “Abbiamo pensato di fare un road trip in California dal sud verso il nord per andare a vedere il live dell’ultima band psichedelica di Sacramento. Ed è anche un riferimento a un pezzo dei Pavement, Unfair. Una sorta di viaggio allucinato”.

Avete un rapporto abbastanza stretto con gli Usa. Quattro apparizioni al SXSW, il CMJ di New York. Come è nato e come si è sviluppato il sodalizio tra voi e gli Stati Uniti?

N: “Tutto è nato all’epoca dell’uscita del primo disco, semplicemente grazie a internet. Ci contattò una ragazza di un booking e ci propose di andare negli Stati Uniti a suonare. Non potendo fare dei tour lunghi a causa dei nostri lavori abbiamo partecipato al primo CMJ in uno showcase che prevedeva la partecipazione di Ari Up delle Slits. Da lì ci abbiamo preso gusto e ci hanno richiamato anche le volte successive. La stessa cosa è successa anche per il SXSW, poi andando ogni anno abbiamo avuto contatti con molte persone ed è uscita anche una cassetta per la Wiener Records.

E poi siete capitati anche dentro un po’ di film e serie tv. Come è successo?

Nel 2012 The Architects of Despair – brano tratto dall’album Be Yr Own Shit – è stato inserito nella colonna sonora del film Hated di Lee Madsen. Whispers, invece, è stata inclusa in una serie tv Music World Land della quale è uscita solo la puntata pilota, prodotta per la BBC dai creatori di Red Dwarf X, Richard Naylor Da poco però ci hanno ricontattato dicendo che è ripresa la produzione delle altre puntate e il nostro brano sarà la canzone portante della serie”.

Ultimamente, vedendo anche il crescente successo avuto dai S U R V I V E con Stranger Things, questa opportunità può essere un buon viatico per aprirsi a nuovi pubblici.

G: “Peraltro i S U R V I V E li avevamo visti al SXSW del 2010″.
N: “Siamo anche quasi compagni di etichetta perché Luca Benni ha prodotto il loro primo 7” nel 2011. Uno di loro ha un negozio di dischi”.



Voi invece che lavoro fate?

G: “Io vengo dal settore del copywriting e del network marketing ma sto abbandonando tutto per dirigermi verso mete totalmente differenti. Artistiche prevalentemente”.
N: “Io insegno”.
D: “Io faccio l’operaio”.

Avete mai creduto di poter sopravvivere di sola musica?

G: “L’approccio non è mai stato quello del guadagno. Per noi la musica è sempre stata un’estensione della nostra personalità: la voglia di esprimerci”.
N: “Per un momento ci abbiamo quasi creduto. Ci contattò la RedBull records per avere dei nostri provini ma eravamo troppo ingenui e perdemmo l’occasione. Ora saremmo molto più attenti”.

Ecco dove vederli prossimamente

13/01 Perugia, Urban – Corners data zero
20/01 Bologna, Inverno Fest / 20-21 gennaio Covo Club 
21/01 Verona, Colorificio Kroen (To Lose La Track Party!)
27/01 Roma, MONK Roma
28/01 Firenze, GLUE Alternative Concept Space
03/02  Milano, Linoleum
10/02 Napoli, MMB – Napoli
11/02 Angri (SA), TBC
17/02 Ascolti Piceno, Beer
18/02 Abano Terme (PD), L’IM
14-19/03 Austin, Texas (USA) SXSW 

 


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