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Di Diego Ballani

Per una volta cominciamo dalla fine. Dopo circa tre quarti d’ora d’intervista Anton Newcombe mi chiede se può aggiungere un’ultima cosa. “Prego”, gli rispondo. “Fermiamo la terza guerra mondiale prima che sia troppo tardi!”, esclama. Segue qualche secondo di silenzio condito con un filo di imbarazzo, quindi i saluti di rito. È un particolare di colore apparentemente insignificante che pure mi ha riportato alla mente quello che il compianto Tommaso Labranca scriveva a proposito di Franco Battiato nel suo libro Chaltron Hescon. Secondo Labranca la grandezza di Battiato sta nel suo essere al tempo stesso “cialtrone e non-cialtrone”. Nel saper essere popolare, grazie a un abbondante uso dei luoghi comuni, e nel saper comunicare con i segni appresi dallo studio e dal rispetto di culture lontane. Una definizione che per certi versi calza come un guanto su Newcombe, fine sperimentatore e appassionato corsaro di un universo underground che attraversa culture e idiomi.

Al tempo stesso Anton incarna lo stereotipo del tardo hippy, con le parole d’ordine e le ossessioni ad un passo dal complottismo. Ma tant’è. Con lui e con il suo progetto Brian Jonestown Massacre è sempre stata una questione di prendere o lasciare. Lo sanno le schiere di collaboratori che si sono avvicendate nel corso degli anni e i fan che a più di un concerto hanno dovuto fare i conti con le sue intemperanze. Va da sé, c’è un romanticismo e un purezza di intenti che lo redime e che puntualmente informa i suoi lavori. L’ultimo si intitola Third World Pyramid, è uscito proprio in questi giorni ed un punto privilegiato da cui poter osservare una produzione sempre più importante in termini di qualità e numeri. Per noi è stato anche il punto di partenza per una lunga disamina di una carriera ultra ventennale.

So che sei in studio adesso. Sei già al lavoro su nuovo materiale?

Anton Newcombe: “Certo. Cerco di lavorare per qualche ora tutti i giorni, solo per il gusto di farlo o scambiarmi idee con altre persone.”

Il tuo sembra un continuo work in progress. Spesso i tuo brani vengono pubblicati su YouTube ancor prima di essere ultimati. Posso chiederti il perché di questa scelta?

“Non capisco davvero quale sia il problema. Prima o poi la gente sentirà i pezzi. Nel mondo in cui viviamo per quanto tempo puoi stupire le persone? Per un’ora al massimo? Il tempo di svegliarsi e controllare Facebook? Rendendo pubblici i brani finiti, ma con una qualità che non si avvicina ancora a quella dell’album, puoi tenere l’attenzione viva per mesi. Voglio che la gente prenda il meglio dal mio lavoro. È come se dicessi loro: ‘Prendete e fate la vostra cazzo di musica’. Voglio che partecipino al processo. È una cosa che oggi non si vede più tanto in giro, specialmente da quando tutti sono diventati delle cazzo di rockstar. Nella musica tradizionale invece è sempre stato così. Tu potevi andare dal nonno e chiedergli di insegnarti questo o quell’accordo. In questo modo tutti potevano suonare. Nell’universo post-Sgt. Pepper naturalmente non puoi imparare ad essere come Paul McCartney, ma ora viviamo in un mondo elettronico, tutto è fatto apposta per te, devi solo premere un bottone e parte un sample. In pratica copi un’altra persona, visto che noi tutti produciamo bit e ti puoi scaricare quello che vuoi, ma non importa. Voglio solo insegnare alla gente a fare le proprie cose.”

A che punto decidi che un album può considerarsi finito?

“Dipende, talvolta è una pressione immaginaria. Ti faccio un esempio: ho due album in uscita ed entrambi vengono fuori da un singolo. Vedi, abbiamo questo amico promoter, molto influente. È anche grazie a lui se in Francia siamo molto famosi. Siamo come i Nirvana, suoniamo negli stessi posti in cui suona Madonna, andiamo in televisione, persino nelle news e tutta quella roba. Ebbene, lui ci ha detto: ‘Vi ingaggio, ovviamente, perché so che farete il tutto esaurito, ma non avete in uscita nulla di nuovo’. Io ho pensato: ma che cavolo! Abbiamo pubblicato due album e quattro EP dall’ultima volta che abbiamo suonato a Parigi. Così mi sono detto, fanculo, gliela faccio vedere io! E ho registrato questa canzone chiedendo alla mia amica Tess Parks di cantarla in francese.”

Ultimamente lavori spesso in lingue diverse dall’inglese.

“Già, mi piace molto. E poi mi piace molto l’attitudine dei francesi, la loro arroganza e quel modo per cui sembra sempre che debbano dire qualcosa di importante. Purtroppo, per qualche cazzo di motivo, oggi le band cantano tutte in inglese. Non capiscono che dovrebbero contribuire alla loro cultura piuttosto che alla fottuta Babilonia. Vedo tutti questi ragazzi che vorrebbero essere i nuovi Stone Roses o i nuovi Oasis. Se sei italiano puoi avere un paio di canzoni in inglese, ma per il resto canta nella tua lingua! In questo modo puoi rinfacciare a qualsiasi idiota di Manchester il fatto che canti in due lingue differenti. Inoltre, se mescoli queste cose avendo rispetto della tua cultura, fra 50 anni la gente continuerà a rispettarti. Guarda Ennio Morricone, ha 80 anni e in tutto il mondo viene amato per cose che ha fatto moltissimo tempo fa. È questo che vorrei incoraggiare la gente a fare ed ecco perché mi piacerebbe lavorare in Italiano. Se Asia Argento sapesse cantare meglio, la vorrei avere qui proprio ora. Lei ha una grande attitudine, ma purtroppo non ha la voce.”

Hai conosciuto molti artisti italiani da quando sei in Europa?

“Sì, ne ho incontrati molti. Ma dovrei trovare la persona giusta, ho bisogno di trovare quella che mi faccia dire ‘Wow!’ Non qualcuno che faccia ginnastica con la voce, che voglia essere la nuova Christina Aguilera, Whitney Houston o Beyoncé. Vorrei qualcuno che sapesse cantare una canzone per rendere le persone felici.”

Sembra che tu ti stia specializzando a scrivere per voci femminili.

“È una cosa che ho sempre fatto. Pensa ad un pezzo come Anemone, uno dei miei brani più famosi. Mi piace questa cosa, evidente soprattutto nelle canzoni degli anni Sessanta e nei brani di autori come Carole King e Gerry Goffin. Lei scriveva canzoni per uomini e lui per donne. Ognuno scriveva quello che avrebbe voluto sentirsi dire dall’altro sesso e in questo modo veniva fuori il modo diverso in cui uomini e donne pensano all’amore. È un punto di vista alternativo, come quello di una donna che gira un porno. Io non guardo porno, ma penso che tu abbia capito quello che volevo dire.”

Senti, mi piacerebbe sapere da dove nasce il tuo amore per la psichedelia. Partiamo dall’inizio, dai tuoi primi ricordi legati alla musica.

“Grazie a mia madre e a mia sorella c’è sempre stata musica intorno a me. Ne ho sempre ascoltata di tutti i tipi e ho iniziato molto presto ad esplorare la collezione di dischi dei miei genitori per farmi un’idea di quello che mi interessava. Poi mi hanno comprato un mangiadischi di Topolino, avrò avuto due o tre anni. Mi portavano con loro nei negozi di dischi e mi facevano scegliere quelli che preferivo. Io sono nato nel ’67 e all’epoca la musica psichedelica era ovunque, anche nei programmi per bambini. Era veramente mainstream a quel tempo.

Quale aspetto del rock e del pop ti attraeva di più?

“Non saprei, ho sempre amato la musica a un livello profondo, non mi è mai interessato che si trattasse di musica gitana o classica. Sono stato fortunato ad avere una sorella e una madre con buoni gusti musicali. Curiosamente mia sorella è passata dai Roxy Music ai Queen, ma poi per fortuna è arrivata la new wave. Mia madre, invece, si è fermata ai Settanta. Per me i Settanta sono pieni di stronzate, come i Led Zeppelin. Non mi è mai interessata quella roba.”

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Venendo agli inizi dei Brian Jonestown Massacre: è corretto dire che sono sempre stati una tua emanazione? O c’è stato un momento in cui siete stati una vera e propria band?

“Non è del tutto esatto. C’è sempre stata gente intorno a me. Ancor prima di Joel Gion c’erano Jeff Davies e Travis Threlkel, che ora lavora alle Nazioni Unite con una società che si chiama Obscura Digital. C’erano anche Ricky Maymi, che è ancora il mio chitarrista, e Matt Hollywood. Il motivo per cui non siamo mai stati una ‘vera band’ è il fatto che loro non hanno mai voluto comporre musica. Ricordo quando abbiamo avuto con noi Graham Bonnar, durante le registrazioni di Methodrone. C’è stato un momento in cui ha iniziato a prendersela con gli altri: ‘Non posso credere che a 18 anni vi stiate facendo dire da Anton cosa combinare in uno studio.’ Non pensava al fatto che stavamo spendendo 25.000 dollari al giorno e che gli altri non avevano neppure uno straccio di idea. Era logico che dicessi loro quello che dovevano fare. Stavamo facendo un cazzo di disco, di là c’era un produttore. Non eravamo intorno ad un tavolo a berci delle birre per vedere quello che succedeva.”

Dunque è quello il motivo per cui sono passate così tante persone all’interno del gruppo?

“Sì, perché per me avere idee è molto più importante del non averle. Io ho molte idee, per certi versi sono come Mozart – posso camminare per strada e sentirmi una sinfonia in testa. A volte faccio molta fatica a ricordarmela, il che diventa ancora più difficile se sei con qualcuno. C’è questa cosa meravigliosa che accade quando sei da solo e sperimenti cercando la tua strada. È una cosa molto difficile da fare se sei insieme ad altri che non capiscono quello che hai testa. Ma se pensi che io abbia avuto molte persone nella mia band, pensa a Beck. Ha sempre avuto musicisti che suonavano con lui, ma ha scelto di chiamarsi Beck. Io ho scelto di non essere una rockstar e ho preferito un nome da band.”

Tornando a Methodrone: l’album è uscito quando il grunge era al suo picco di popolarità. Mi sembra un album squisitamente americano, eppure da molte parti si legge che sei stato influenzato dallo shoegaze britannico. Tu sei d’accordo?

“Non del tutto. Vedi, io amo gli Echo & The Bunnymen e tutte quelle band inglesi. Ho visto il primo concerto dei Jesus and Mary Chain. Ho visto i PIL. Amo Siouxsie And The Banshees e in generale tutti i dischi che amavano le band inglesi dell’epoca. Amavo i Velvet Underground e tutta quella roba sixties che anche Sonic Boom amava. Quand’ero un teenager, nell’84-85, avevo questa band psichedelica con un’attitudine punk – gli Electric Kool-Aid. In pratica ho sempre suonato musica psichedelica, da quando avevo tredici anni.”

Ti ho fatto questa domanda perché pochi giorni fa Pitchfork ha pubblicato una lista dei 50 album shoegaze più importanti, stilata proprio da Sonic Boom, e Methodrone ne faceva parte.

“Sì, l’ho letta. Lascia che ti dica questa cosa: nel ’92 la Creation Records voleva metterci sotto contratto. Travis e Ricky sono andati ad un incontro in Inghilterra e Alan McGee voleva a tutti i costi che firmassimo.”

E poi che è successo?

“Non ho mai avuto intenzione di fare accordi con quelle cazzo di persone. Sai cosa sarebbe successo se avessi firmato per Creation? Sarei stato fottuto come tutte le altre band dell’etichetta. Tutti quelli che firmano quel contratto non possiedono più la loro musica. I soldi che fai con Spotify se li pigliano loro e gente come gli Slowdive ha dovuto aspettare vent’anni prima di poter suonare di nuovo perché non poteva utilizzare il proprio nome. L’unico che è riuscito a tirarsi fuori, ad un certo punto, è stato Kevin Shields. Sony ha comprato Creation solo per prendersi Oasis e Primal Scream, tutti gli altri sono scomparsi. Sarei stato veramente uno stupido se avessi accettato. Nel film Dig! ci sono queste scene in cui tutti dicono che ho buttato via ogni occasione che ho avuto. Oggi nessuna di quelle persone ha un lavoro e l’industria discografica non esiste nemmeno più. Tutte quelle band e quelle persone sono fottute. Io invece sono ancora qui, con il mio studio, faccio dischi e continuo a fare grossi tour.”

Visto che ne hai accennato vorrei chiederti qualcosa riguardo a Dig! So che non ti è mai piaciuto, ma molti hanno iniziato a conoscerti anche grazie a quel film. Oggi dopo parecchi anni (e dopo che anche il ruolo dei Dandy Warhols è stato ridimensionato) hai rivisto il tuo giudizio?

“Il punto è che mi sento sempre come se fossi stato derubato da Courtney [Taylor-Taylor, il leader dei Dandy Warhols, nda]. I Dandy Warhols hanno avuto un contratto grazie al fatto che aprivano per la mia band e sono finiti nel film perché l’ho voluto io. Il regista non aveva mai sentito parlare di loro. In pratica è successo questo: sono stato contattato dalla William Morris, un’agenzia molto grossa che fa tutti quei cazzo di film con Bruce Willis, perché volevano che partecipassi ad un film su alcune stupide band all’interno dell’industria musicale. Quando il regista è venuto da me, gli ho detto che avrei preso in mano io il suo film. Lui mi ha riso in faccia e io gli risposto che stava per fare un film su una serie di band senza contratto che nel giro di sei mesi si sarebbero sciolte. ‘Ti dico io quello che faremo’, gli dissi, ‘conosco questo gruppo che farebbe di tutto per essere famoso. Farai un film su di loro e su di me che mando a quel paese tutta quella stronzata dell’industria musicale.

Perché vedi, per me le cose sono bianche o nere. A me non frega nulla di quello che pensa la gente. Quello che però il film avrebbe dovuto mostrare era l’illusione. Perché quando si vede la band suonare di fronte a 60.000 persone sarebbe stato giusto dire che quelle persone erano lì per vedere Amy Winehouse. Chiunque si faccia riprendere alle 4 del pomeriggio con una grande folla di un festival si sta facendo un selfie con il pubblico di qualcun altro. È una cosa che non ha alcun senso. Allo stesso modo per accedere ad una grande rivista bisogna che la tua etichetta paghi. I Dandy Warhols stanno continuando a fare dischi ma credo cha abbiano imparato la lezione. Perché è questa la verità. Nel frattempo io ho raggiunto la quinta posizione in Gran Bretagna, ho il mio studio e la mia etichetta e questo è quello che conta.”

Senti, da quando ti sei trasferito in Europa hai pubblicato alcuni dei tuoi album più curiosi. Hai introdotto nella tua musica elementi elettronici, avant garde e kraut. Può considerarsi una specie di nuovo inizio?

“Beh in realtà ho imparato a suonare il synth ancor prima della chitarra, ma non pensavo mai che avrei continuato a farlo. A quindici anni avevo quell’attitudine stile ‘fanculo, checche col sintetizzatore!’ Non mi sarei mai immaginato che negli Stati Uniti i Depeche Mode sarebbero diventati famosi come i Beatles. Non mi aspettavo che tutti sarebbero diventati degli stupidi DJ e avrebbero iniziato a campionare ogni cosa. Perché a me piace il kraut rock, amo i Kraftwerk e quel tipo di approccio minimalista. Ma anni fa non mi sarei mai immaginato che chiunque avrebbe avuto la possibilità di farlo in un ambito che non fosse quello mainstream.”

 In Europa hai anche collaborato con artisti di diverse nazionalità e mi sembra che molti di loro ti considerino una specie di punto di riferimento della scena psichedelica underground.

“Non so. Sono soltanto uno strambo come tanti. La maggior parte della gente che conosco e che fa parte del business sarebbe disposta a mandare a quel paese la musica per il conto in banca e per le feste esclusive con modelle e cocaina. A me non frega assolutamente nulla della fama. L’unica ragione per cui mi frega è che adesso tutti sembrano dei fottuti idioti, schiavi della cultura del selfie. Ti faccio un esempio: a settembre ero a Bologna a suonare. Un posto bellissimo, pieno di gente. Abbiamo suonato bene ed era una serata molto calda. A fine concerto avrei voluto solo tornare nel mio tour bus con l’aria condizionata, a bere la mia acqua minerale e rilassarmi ascoltando un po’ di musica. Purtoppo non potevo perché la gente non smetteva di venire a fotografarmi o a farsi un selfie con me. Tutti che spingevano. Una vera stronzata. Questo modo di fare che ha la gente tronca qualsiasi possibilità di diventarmi amica. Io non voglio parlare di me, voglio solo rilassarmi e godermi la serata, voglio vedere persone e imparare qualcosa della cultura italiana. ”

Prima di concludere mi piacerebbe sapere se secondo te la parola “psichedelia” oggi ha ancora un senso?

“Certo, ma vedi, per me la psichedelia non è mai stata semplicemente una faccenda di wah wah e pedaliere. Io sono sempre stato più vicino all’attitudine psichedelica di Brian Jones. Un’idea di musica in cui puoi suonare di tutto: violoncello, chitarra, piano. Meno Taxman e più Sgt. Pepper, un album in cui stanno tutti i generi, che ti apre la mente per creare un’esperienza. Ho sempre pensato che la psichedelia fosse questo. I PIL con le loro chitarre scordate e il sound di Jah Wobble hanno avuto un grande impatto su di me, ancor prima dei Sonic Youth. Ricordo di averli visti dopo aver preso un acido e quel concerto è stato veramente qualcosa che mi ha espanso la mente.”

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Ti ho chiesto questo perché oggi la psichedelia è per certi versi molto popolare. Penso soprattutto al successo dei Tame Impala, anche se credo che la tua idea di psichedelia sia piuttosto diversa.

“Tanto per cominciare vorrei congratularmi con i Tame Impala per essere arrivati dove sono partendo da Perth, un luogo che sta alla fine di tutto il fottuto mondo. Allo stesso tempo, ci sono alcuni aspetti commerciali del loro successo che mi lasciano perplesso. Quando un gruppo è così popolare, partecipa a tutti i festival ed è così perfetto in tutto, non è d’aiuto a nessuno. Il loro primo singolo, Remember Me, era la cover di una hit dance degli anni 90. Hanno preso questo pezzo e l’hanno riprodotto in modo quasi identico all’originale. Molte delle loro canzoni suonano in modo simile a quel pezzo. Dunque congratulazioni ai Tame Impala per essere i migliori Tame Impala al mondo, ma non dimentichiamoci che esistono gruppi come i Black Angels che partecipano a festival importanti sia in Europa che America e la cui popolarità aiuta veramente tutti noi a costruire qualcosa.”

 Intendi una nuova cultura alternativa?

“Dobbiamo per forza creare una cultura alternativa. Dobbiamo credere che la qualità sia meglio della quantità. Ti faccio un esempio: oggi ci sono più videocamere, strumenti di editing e studenti di cinematografia che in passato, eppure ci sono meno cose importanti di quelle che c’erano negli anni Sessanta. Ci sono meno film italiani che girano per il mondo di quelli che c’erano un tempo. Eppure abbiamo i luoghi, abbiamo più soldi e ci sono più miliardari in giro. Abbiamo tutte queste cose, ma alla fine abbiamo meno di prima. La mia teoria è che questo è quello che ‘loro’ vogliono. Ci sono più canali via cavo e tv satellitari. Chiunque può crearsi il proprio canale e fare quello che vuole. Eppure sono meno le cose importanti che accadono. Perché? La gente è completamente ipnotizzata, ecco perché. Non riesce ad affrontare la realtà e in generale è più semplice spegnere il cervello. La gente può leggere dei profughi in Germania alla ricerca di cibo o di aerei russi che sorvolano i cieli e dimenticarsene tranquillamente il giorno dopo.”

 Probabilmente questa intervista verrà pubblicata quando ormai si saprà il nome del nuovo Presidente degli Stati Uniti. Immagino già la tua risposta ma voglio fartela comunque: se fossi stato ancora negli USA avresti votato?

“No, assolutamente. Ma sai, il momento per preoccuparsi di chi verrà eletto è già passato da molto tempo. Il direttore della CIA è il capo della mafia più grande che esista e quando un direttore della CIA è diventato il Presidente degli Stati Uniti, quello sarebbe stato il momento di preoccuparsi davvero.”


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