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di Federico Sardo / foto di Luca Giani Carella

Data unica italiana per i Sunn O))) – una volta per tutte: la O è un segno grafico che non si pronuncia – al labirinto della Masone di Fontanellato (Parma), ed è il luogo stesso dell’evento a garantire che per una volta si tratterà davvero di una serata impossibile da replicare. All’ingresso della struttura, in una specie di cortile, si viene accolti da un concerto di taiko (tamburi rituali zen) a opera del gruppo Fudendaiko, che aiuta a fare entrare nell’ordine di idee di una cerimonia primitiva; a seguire, una video proiezione su teli sovrapposti a tema apocalittico, dal titolo Finis Mundi, ad opera di N!03. In seguito viene aperto il cancello che da questo cortile conduce effettivamente all’area del labirinto: il percorso, completamente buio, fortunatamente è stato segnato con delle transenne, e ci sono inoltre degli addetti con maschere veneziane da medico della peste e lanterne a presidiare i bivi.

L’uscita del labirinto è praticamente di fianco all’entrata, ma il percorso ha sicuramente contribuito a creare lo stato d’animo adatto, e ora si può entrare nel grande piazzale dove si svolgerà il concerto: davanti all’ingresso svetta una gigantesca piramide, illuminata da luci rosse. L’attesa è sonorizzata da un raga indiano di Zia Mohiuddin Dagar, e non è un caso che sia questa la musica ripetitiva, circolare, sacra, che i Sunn O))) scelgono per preparare l’atmosfera. Alle undici Attila Csihar (già nei Mayhem), arrampicato in cima all’ingresso della struttura piramidale, comincia le sue declamazioni salmodianti e al limite del throat singing per dieci minuti buoni, finché sul palco sottostante salgono i quattro cavalieri dell’Apocalisse (i fondatori Stephen O’Malley e Greg Anderson accompagnati da Tos Nieuwenhuizen al Moog e Steve Moore alle tastiere) con le caratteristiche tonache, in mezzo alle luci rosse e a un diluvio di fumo che incornicerà l’intero spettacolo. Il tutto viene ripreso da telecamere e droni, per un probabile DVD che saprà solo in parte restituire l’atmosfera della serata.

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Acceso il solito muro di amplificatori, parte una mezz’ora di macello crescente, a volumi sempre più alti che costringono molti a indietreggiare o a usare i tappi per le orecchie venduti all’ingresso. I più coraggiosi restano immobili davanti al palco a farsi investire: è forse il modo migliore di vivere un’esperienza del genere, a volerci entrare davvero. O’Malley, chitarra trasparente al collo, fa il segno del tagliagola a un tizio che fotografa, ma sa anche essere gioviale con il pubblico quando mostra in un brindisi la bottiglia di vino che si è portato sul palco per il concerto (unica concessione umana dei cinque). Arriva poi anche Csihar: le luci sono sempre bianche o rosse e il fumo ovunque. La botta cresce fino a quando O’Malley e Anderson lasciano il palco solo agli altri tre: il Moog viene fatto fischiare mentre Csihar continua le sue declamazioni tra preghiera, canto armonico e grida, e Moore imbraccia un trombone.

È fra i momenti più suggestivi della serata, ma a mezzanotte e dieci i due chitarristi tornano sul palco e ricomincia il diluvio di distorsioni. Dopo dieci minuti le luci diventano blu e O’Malley e Anderson, rimasti soli, girano la macchina del fumo in faccia al pubblico. Si potrebbe pensare che sia il finale. Ma i due non si fermano, e a mezzanotte e mezza sono di nuovo tutti sul palco, tra luci azzurre e viola: è l’apocalisse, Csihar urlando mostra un ciondolo che porta al collo, poi se ne va e in un diluvio di fumo e luci bianche torna sul palco quando è ormai l’una, indossando un costume mostruoso e gridando come un’aquila. I nostri si passano la bottiglia, e a luci accese sono pronti per gli ultimi venti minuti di furia.

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Molte sono le simbologie e i riferimenti occulti e esoterici nello spettacolo dei Sunn O))), che di certo non saranno piaciuti a quelli che del gruppo non sopportano la vena più teatrale; sinceramente non sono titolato a sufficienza per poterli cogliere al meglio, ma credo che nascano da un interesse reale e genuino e non siano soltanto baracconata da palcoscenico. Inoltre quello che non si può negare è quanto, in un contesto del genere – dopo un percorso in un labirinto, ai piedi di una piramide, con l’atmosfera creatasi – e a maggior ragione per un gruppo che volente o nolente ha nell’aspetto scenografico e nel “contorno” buona parte del suo fascino, siano assolutamente efficaci nel loro impatto suggestivo.

Lo spettacolo finisce dopo due ore e venti senza un secondo di tregua, vera e propria sfida di resistenza. Personalmente non amo i concerti troppo lunghi, e dopo l’ora e mezza ho cominciato ad accusare un po’, fino a quando non ho capito che era giusto così: quando si rallenta qualcosa del cinquanta per cento si ha un effetto, ma quando si rallenta del trecento si ottiene qualcosa d’altro. I video stupidi di YouTube raggiungono il loro scopo ripetendo pochi secondi non per venti volte ma per dieci ore. Ripetizione, straniamento, esasperazione: l’effetto di un camion in faccia, o della fine del mondo che era il tema a cui tutto (dal programma al contesto) concorreva, si possono raggiungere per bene solo in certe condizioni, con certi volumi, certe durate. Tutto sta nel volere o meno farsi investire: per chi ha voluto, un’esperienza difficile da spiegare razionalmente. Ma confidiamo che, in cuor loro, anche tutti gli altri sappiano di avere assistito a una data unica.