formation

di Emanuele Sacchi

Quando, doveva essere il 2001, mi lanciai nel definire le Destiny’s Child come le nuove Supremes, sono stato sommerso da insulti anonimi e non, in parte gentilmente conservati dagli indicizzatori di Google. Con buona pace dei detrattori, la realtà è andata ben oltre il mio umile vaticinio: Beyoncé non ha solo eguagliato Diana Ross, ma ha fuso il suo mito con quello di Tina Turner e con un paio di altre personalità create ex novo. Tutte invariabilmente sexy, professionali, impeccabili. Di una perfezione che sa quasi di cibernetica (qualche chilo in più? Bey ha reso sexy anche quelli).

A tutto questo, il dittico Beyoncé-Lemonade ha aggiunto un irresistibile coté alternative e impegnato, che parte da Kendrick Lamar per arrivare alle Ibeyi. Tale forse da generare un’aspettativa da evento epocale per il Formation tour. Così non è stato. Queen Bey si è “limitata” al ruolo di macchina da guerra infallibile, stupefacente per voce e coreografie, al contempo bootylicious e sensibile, con quel sorriso da first lady che schianta ogni resistenza.

Beyoncé si dà al pubblico senza riserve, per oltre due ore, con il prezzo (elevato) del biglietto ben in mente. Una logica da customer care che non fa una piega, e di fronte alla quale la platea italiana è apparsa ammirata ma anche un po’ disorientata. Perché contenere ordinatamente in un unico corpo personalità antitetiche come quella della brava ragazza del Sud (con uno studiatissimo “Oh My God!” alla vista delle migliaia di persone accorse a San Siro), quella della fatale Sasha Fierce, quella dell’orgogliosa Mrs Carter e la nuova Beyoncé engagé è un’impresa da titani.

E titanicamente la regina di Houston divora e ingloba tutte le tendenze, balla e ancheggia sfidando la scenografia di fuoco e acqua, e tutto questo senza ritardi da diva o smancerie (anche se il momento diapositive di famiglia è ormai un passaggio obbligato). Quindi teniamoci stretti le sue contraddizioni e le velleità da artista “beyon(c)d pop” smorzate. Perché, già così, numeri come l’a cappella di Love on Top o la cover della princiana The Beautiful Ones sbaragliano ogni concorrenza passata, presente e futura. Per ulteriori e temerarie evoluzioni c’è ancora tempo, il futuro in ogni caso è (già) suo.