Le foto e il report di ANOHNI al Flowers Festival di Collegno – 12/07/2016

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parole di Francesco Vignani / foto di Luigi de Palma

Il gioco è inutile, tanto più che non siamo neppure a Ferragosto. Ma se c’è chi attacca con le classifiche ai primi di febbraio, provare adesso a prevedere il podio delle playlist di fine anno almeno rinfresca. Bowie, inevitabilmente. O Radiohead, ad annusare in giro, e tanto qualche sorpresa alla Chance the Rapper sbuca sempre. Ma non servono doti da veggente per profetizzare un posto fra i più nobili anche per Anohni e un album non solo fortemente politico (in un anno denso come pochi) ma anche frutto di una rinascita artistica e personale che mezzo mondo si è scapicollato a raccontare. Due fattori che in genere a dicembre pesano, a qualunque latitudine. Tanto più se, messo su palco, il disco funziona ancora meglio: un po’ concerto e un po’ performance, ma impressionante per lirismo e cura dei dettagli. Qualcosa di non così dissimile dallo show che sta portando in giro PJ Harvey, per stare solo alla potenza del messaggio.

Solo che, e arriviamo alla data torinese in esclusiva nazionale, la questione non è riducibile alla frase fatta per cui il torto è degli assenti. Il punto è proprio il numero degli assenti, viste le praterie sotto gli occhi di un’artista per cui ogni promoter avrebbe fatto carte false. E chissà se dopo qualcuno ha rincuorato Anohni raccontandole che sì, anche da noi qualche mese fa il video di Drone Bomb Me bucava i social con la stessa assiduità del trappolone dei Ray-Ban a 20 euro. Perché, per quanto capire le dinamiche del mercato dei live non sia mai facile, qui si entra nell’incomprensibile. O nel surreale: il ben più misconosciuto Oneohtrix Point Never (ospite sul palco come su disco assieme ad Hudson Mohawke) giusto nove mesi fa suonava in città davanti a un pubblico almeno tre volte superiore, e proponendo un set decisamente più ostico. All’interno di un festival come Club To Club, certo: segnale che il pubblico – mica solo quello cittadino – premia più il marchio che il singolo artista.

Si fa più coda al check-in di un aeroporto italiano nei giorni del Primavera Sound che alla cassa di un concerto, per fare un altro esempio: vince chi vende un’esperienza, più che un prodotto culturale specifico. E conteggiamo pure la crisi economica che colpisce qua come anche in altre rassegne estive italiane: dopo un giro di SMS, da un addetto ai lavori molto ben informato arrivava la considerazione per cui – a volere dormire tranquilli – quest’anno conviene proporre Calcutta e basta. Così che più d’uno ha puntato il dito sui 35 euro di prezzo del biglietto: eppure parliamo di uno degli artisti più celebrati degli ultimi anni, con al fianco due non esattamente freschi di demo, ma l’abitudine a anni di festival cittadini gratuiti o a prezzi fortemente calmierati ha prodotto effetti distorsivi di complicatissima eradicazione. Poi chissà, magari è niente più che un caso isolato. O un’altra avvisaglia di come qua, dopo anni di stagnazione, il pubblico stia iniziando a cambiare a ritmi sostenuti e gli operatori del settore (tutti inclusi) debbano ancora decifrarlo. Ma, a tenere buono lo stereotipo di Torino come città laboratorio, resta un segnale tutt’altro che positivo.

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Luigi De Palma
Luigi De Palmahttp://www.luigidepalma.com
Fotografare la musica? E' un po' come la streetphotography, bisogna sapere aspettare...è un' alchimia, c'è un attimo, una frazione di secondo in cui tutti gli elementi si presentano, la luce, il colore, l' espressione, il gesto, ecco quello è il momento giusto per scattare.

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