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parole di Francesco Vignani / foto di Luigi de Palma

Il gioco è inutile, tanto più che non siamo neppure a Ferragosto. Ma se c’è chi attacca con le classifiche ai primi di febbraio, provare adesso a prevedere il podio delle playlist di fine anno almeno rinfresca. Bowie, inevitabilmente. O Radiohead, ad annusare in giro, e tanto qualche sorpresa alla Chance the Rapper sbuca sempre. Ma non servono doti da veggente per profetizzare un posto fra i più nobili anche per Anohni e un album non solo fortemente politico (in un anno denso come pochi) ma anche frutto di una rinascita artistica e personale che mezzo mondo si è scapicollato a raccontare. Due fattori che in genere a dicembre pesano, a qualunque latitudine. Tanto più se, messo su palco, il disco funziona ancora meglio: un po’ concerto e un po’ performance, ma impressionante per lirismo e cura dei dettagli. Qualcosa di non così dissimile dallo show che sta portando in giro PJ Harvey, per stare solo alla potenza del messaggio.

Solo che, e arriviamo alla data torinese in esclusiva nazionale, la questione non è riducibile alla frase fatta per cui il torto è degli assenti. Il punto è proprio il numero degli assenti, viste le praterie sotto gli occhi di un’artista per cui ogni promoter avrebbe fatto carte false. E chissà se dopo qualcuno ha rincuorato Anohni raccontandole che sì, anche da noi qualche mese fa il video di Drone Bomb Me bucava i social con la stessa assiduità del trappolone dei Ray-Ban a 20 euro. Perché, per quanto capire le dinamiche del mercato dei live non sia mai facile, qui si entra nell’incomprensibile. O nel surreale: il ben più misconosciuto Oneohtrix Point Never (ospite sul palco come su disco assieme ad Hudson Mohawke) giusto nove mesi fa suonava in città davanti a un pubblico almeno tre volte superiore, e proponendo un set decisamente più ostico. All’interno di un festival come Club To Club, certo: segnale che il pubblico – mica solo quello cittadino – premia più il marchio che il singolo artista.

Si fa più coda al check-in di un aeroporto italiano nei giorni del Primavera Sound che alla cassa di un concerto, per fare un altro esempio: vince chi vende un’esperienza, più che un prodotto culturale specifico. E conteggiamo pure la crisi economica che colpisce qua come anche in altre rassegne estive italiane: dopo un giro di SMS, da un addetto ai lavori molto ben informato arrivava la considerazione per cui – a volere dormire tranquilli – quest’anno conviene proporre Calcutta e basta. Così che più d’uno ha puntato il dito sui 35 euro di prezzo del biglietto: eppure parliamo di uno degli artisti più celebrati degli ultimi anni, con al fianco due non esattamente freschi di demo, ma l’abitudine a anni di festival cittadini gratuiti o a prezzi fortemente calmierati ha prodotto effetti distorsivi di complicatissima eradicazione. Poi chissà, magari è niente più che un caso isolato. O un’altra avvisaglia di come qua, dopo anni di stagnazione, il pubblico stia iniziando a cambiare a ritmi sostenuti e gli operatori del settore (tutti inclusi) debbano ancora decifrarlo. Ma, a tenere buono lo stereotipo di Torino come città laboratorio, resta un segnale tutt’altro che positivo.

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