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Di Tommaso Tecchi

Sono passati parecchi anni da quando Chris Martin dei Coldplay si definiva “una versione povera di Fran Healy” – e soprattutto da quando questa frase poteva ancora essere presa sul serio – ma, nonostante tutto, i Travis sono ancora qui. In vent’anni di onorato servizio gli scozzesi di Glasgow possono vantare due BRIT Awards per la migliore band, e le collaborazioni con produttori come Nigel Godrich, Brian Eno e Mike Hedges. Gli album pubblicati finora sono sette, ma l’ottavo tassello della discografia dei Travis, Everything at Once, arriverà domani via Red Telephone Boxe. Parlando delle pubblicazioni della band, Healy scherza dicendo che la loro carriera avrebbe potuto essere più prolifica; ma la verità è che tutte le scelte dei Travis sono sempre state perfettamente coerenti con quello che è lo stile del gruppo. Dall’esordio Good Feeling ad oggi la formazione è rimasta del tutto invariata: Fran Healy a voce e chitarra, Andy Dunlop alla chitarra, Dougie Payne al basso e Neil Primrose alla batteria. Gli album possono non essere tanti, ma mentre la maggior parte delle band simbolo del brit pop si scioglievano ed entravano nella memoria collettiva, i Travis sono sempre rimasti lì: ogni volta che qualcuno si dimentica di loro, eccoli tornare con un album migliore del precedente. Così è stato anche per Everything at Once, un ottimo disco che arriva accompagnato da un film scritto e diretto dallo stesso frontman della band.

Non mi è del tutto chiaro come riesca un gruppo di quarantenni che si definiscono “prima dei padri e poi dei musicisti” a trovare ancora la voglia di realizzare un lavoro del genere, con la stessa passione degli esordi; perciò ho cercato di farmelo direttamente spiegare da Fran Healy in persona, con il suo accento marcatamente scozzese. Qualche dubbio è rimasto, ma dalla nostra conversazione sono emersi diversi argomenti: da Skepta a Prince, passando per il cinema e i talent show. Trovate tutto sotto il video di 3 Miles High, il brano più bello di Everything at Once.

Uno degli aspetti che più mi hanno impressionato la prima volta che ho ascoltato Everything at Once è che tu e gli altri ragazzi della band non sembrate per niente stanchi di quello che fate dal 1997. La prima cosa che voglio chiederti è di spiegarmi il vostro segreto e come ti senti a pochi giorni dall’uscita del vostro ottavo album.

Ogni tanto penso: “oddio, avremmo dovuto essere al ventesimo disco dopo tutto questo tempo”, ma in realtà otto non è un numero così sbagliato in fin dei conti. Siamo davvero in forma e credo che questo abbia a che fare con un momento che è accaduto più o meno 18 mesi fa, in cui abbiamo realizzato che non dovevamo più chiedere il permesso a nessuno per fare niente. Credo di non essere mai stato così creativo, credo che la band non sia mai stata in un tale stato produttivo, e credo e spero che questo si avverta ascoltando il disco.

Il vostro precedente disco Where You Stand arrivava dopo cinque anni di pausa, ed è stato accolto bene dalla critica. Quali sono ora le differenze per i Travis con questo nuovo album, rispetto ad una pubblicazione più attesa come la precedente?

Guardando indietro alla carriera della band penso che negli ultimi dieci anni i nostril dischi siano stati buoni, ma se paragoni Where You Stand ai precedenti la grande differenza è che siamo diventati tutti padri e ci siamo concentrati più sulle nostre famiglie che sulla nostra musica. Il che per me è sicuramente positivo, perché i nostri bambini sono le migliori canzoni che abbiamo scritto e dobbiamo dargli il massimo delle nostre attenzioni. Siamo comunque stati abbastanza fortunati da avere successo, guadagnare un po’ di soldi, e avere del tempo da spendere con le nostre famiglie. Ora però i nostri figli hanno tutti più o meno tra gli otto e i dieci anni e possiamo di nuovo dedicare più tempo alla band, e ancora una volta penso che si percepisca questa nostra concentrazione sul disco.

Un’altra cosa che ho notato in Everything at Once è che le canzoni hanno perso un po’ della malinconia dei vostri lavori passati, e questo è un aspetto spesso presente nei dischi più recenti di band mature, come ad esempio l’ultimo album dei Belle & Sebastian. Pensi sia una coincidenza o c’è un momento – arrivati ai quarant’anni – in cui si è portati a pensare: “ok, è arrivato il momento di lasciare da parte la tristezza e di scrivere qualcosa di diverso”?

In realtà non penso a questo quando scrivo una canzone, i testi semplicemente riflettono lo stato in cui sono in quel momento. Negli ultimi mesi mi sembra di vestire meglio i miei panni; mi piace avere l’età che ho, non mi è mai veramente piaciuto essere giovane. Quando sei più anziano hai più esperienza e vedi meglio il mondo, e se sei un artista la cosa funziona. Penso che la differenza più grossa sia semplicemente che ora sono più rilassato; non ho smesso di essere melanconico – credo anzi che sia una parte fondamentale della mia personalità – ma magari l’album è più introspettivo rispetto ai precedenti.

Qualche giorno fa stavo guardando il video della title track del vostro disco, in cui compare Daniel Brühl (Bastardi senza gloriaGoodbye Lenin!Rush). Come è stato lavorare con lui?

Daniel è un attore fantastico. Siamo andati con lui a comprare i costumi per il video e ad un certo punto è emerso dai camerini totalmente calato nel personaggio e, beh, è una cosa da vedere, eravamo tutti a bocca aperta. Inoltre ha reso molto facili le riprese della clip e di tutto il film che uscirà insieme all’album. Lavorare al lungometraggio è stato fantastico, credo che sia il miglior lavoro che io abbia mai realizzato. L’atmosfera era sempre tranquilla, anche se qualcosa andava male pensavamo: “fanculo, andiamo avanti lo stesso”. Daniel e altri nostri amici poi sono venuti a trovarci in studio per ascoltare il disco e bersi qualche birra, è stato un bel momento. È sempre bello lavorare con gente che sa quello che fa.

Pensi che potresti continuare a fare film, insieme alla tua carriera musicale?

Farei sicuramente un altro film se mi venisse una buona idea. Al momento non ci sto nemmeno ragionando, ma per me è stato molto speciale lavorare alla pellicola, e le persone che hanno collaborato con me hanno detto di non essersi mai divertite tanto durante delle riprese. Questo mi ha fatto pensare che allora è probabile che non sia un lavoro poi così spassoso (ride). In ogni caso vorrei farlo di nuovo, perché in fondo al mio cuore sono più un tipo da film che un tipo da musica.

All’inizio della vostra carriera, tu e i Travis avete vinto un talent contest. Fa un po’ strano parlarne adesso, in un periodo in cui molti giovani artisti vengono spinti verso quella direzione come se fosse l’unico modo per fare carriera. Qual è la tua opinione riguardo ai talent show di oggi?

Credo che questi show siano una competizione velenosa, un’arma a doppio taglio. Penso che siano semplicemente dei programmi televisivi e che abbiano davvero poco a che fare con la musica, nonostante ci siano persone che cantano e che inseguono i loro sogni attraverso delle performance. Questi talent sono gestiti da gente che vuole solamente arricchirsi e mi preoccupa sempre quando i soldi sono il fine, specialmente quando c’è di mezzo l’arte, perché non è così che si tirano fuori delle buone idee. Puoi scoprire un bravo cantante, ma tutti gli addetti ai lavori dei talent se ne fregano di come gestirlo e se ne fregano dell’artista in sé.

Per quanto riguarda la nostra competizione il discorso è diverso: era più che altro una gara basata sui demo ad una stazione radiofonica in Scozia. Non abbiamo realizzato un disco in quell’occasione, tutto ciò che abbiamo guadagnato è stata l’attenzione di alcuni bravi produttori che ci hanno detto come suonare, ed è stato un momento molto importante per la nostra evoluzione. Penso che questo non sia un percorso necessariamente sbagliato.

Tutti i brani di Everything at Once sono potenziali singoli, e questa è a mio parere una cosa positiva. Tornando però indietro ai maggiori successi dei Travis, come SingWhy Does It Always Rain on Me?, avete mai avuto paura di diventare una one-hit wonder quando li avete pubblicati?

In realtà no, bisognerebbe tornare indietro con una macchina del tempo a quando gli album sono stati pubblicati. Quando è uscito The Man Who nel 1999 non c’era nient’altro di simile nelle classifiche: c’erano Britney Spears e i Limp Bizkit, e per i gruppi indipendenti come noi era difficile trovare spazio nelle radio. Così quando siamo riusciti a far suonare le nostre canzoni alla radio abbiamo raggiunto per la prima volta il grande pubblico, e alla gente è piaciuto: questa è stata la nostra fortuna. Non mi sono mai preoccupato di cose del genere, bisogna solo cercare di scrivere la migliore canzone possibile; se poi questo ti rende una one-hit wonder è fantastico, ma penso che per chi segue le band il discorso valga meno.

Quando penso agli anni in cui siete usciti voi in Gran Bretagna penso alle band brit pop come gli Oasis e i Blur, così come quando penso agli anni 2000 penso a gruppi indie rock come Arctic Monkeys e Bloc Party. Quale pensi che sia la next big thing nel vostro paese, ora che si parla principalmente del grime, di Skepta o di producer come Jamie xx?

Penso che Skepta sia molto bravo e che la scena grime sia davvero interessante. Era da tempo che cercavano di farsi sentire, anche se le istituzioni britanniche non volevano; ora finalmente hanno trovato il loro spazio, e questo è fantastico. Non so però in che direzione stia andando la musica in questo momento: ascolto ancora la radio e sono ancora alla ricerca di una melodia che non ho mai sentito, e ne sento sempre di meno. Non mi interessa se sia suonata con una chitarra acustica, con una tastiera; voglio solo sentire qualcosa che mi dia ispirazione. Stavo pensando che soprattutto nella critica c’è questa specie di razzismo musicale quando certi artisti diventano pop, cose del tipo: “questo è meglio di quell’altro, perché questo è grime e quello invece è pop”. Credo che in Gran Bretagna, soprattutto a Londra, arrivi un momento in cui tutto accade per una volta sola e ogni cosa ha il proprio spazio. Riflettendoci penso però che il 90% di quello che vedo in TV, sento alla radio, e scopro dai media sia una merda, mentre il 10% è oro. Devi solo sperare di trovare quella piccola parte d’oro, perché quasi tutto è invaso dalla pubblicità. In ogni caso c’è ancora dell’arte in giro, e c’è ancora qualcosa su cui vale la pena sperare di imbattersi – ad esempio sentendo un gruppo che viene campionato da un DJ – e questo mi rende felice.

La notizia più triste dei giorni scorsi è stata senza dubbio quella della scomparsa di Prince. C’è un ricordo particolare che vorresti condividere con noi?

Mi ritengo fortunato ad aver assistito al momento in cui Prince ha pubblicato Purple Rain e in cui è iniziato il suo grande successo. Ero davvero un grande fan della canzone che scrisse per i Bangles, Manic Monday, e quando l’ho sentita alla radio ho pensato: “wow è una canzone strepitosa!”. L’ho ascoltata per mesi prima di scoprire che si trattasse di una canzone scritta da Prince, e ho capito subito che era quello il motivo per cui mi piaceva così tanto. Prince era un grande, e per lui vale una cosa che vale anche per Bowie e per tutte le persone talentuose che abbiamo perso quest’anno: possono essere morte, ma in realtà finché mettiamo su i loro dischi sono più vive di quanto non lo siano mai state. Questo è il potere della musica. Sì, abbiamo perso delle persone che hanno realizzato album molto importanti, ma Prince, David Bowie e tutti gli altri che se ne sono andati hanno qualcosa in più dalla loro parte rispetto alla maggior parte delle altre persone morte, e cioè che quando lasci cadere la puntina su un loro disco tornano in vita. È comunque triste quando qualcuno muore, ma non sono così triste finché tutti continuiamo a parlarne.


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