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di Rossano Lo Mele

Andrea Prevignano – eccellente giornalista, amico, in sintesi una delle nostre firme migliori – mi manda un messaggio via WhatsApp chiedendomi: cosa stai leggendo in questo periodo? Ecco cosa sto leggendo: Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro. Saggio recente di Riccardo Staglianò, inviato de “La Repubblica”. Che scrive, a pagina 61 e seguenti: “Il ragionamento è: i contenuti li offrivamo gratis, ma a noi costavano perché qualcuno doveva produrli (programmatori, musicisti, giornalisti, ecc.) Se invece togliamo dall’equazione questi soggetti che ancora pretendono di essere remunerati e li sostituiamo con gli utenti, che magari ci stanno a condividere gratis il frutto delle loro passioni, abbiamo trovato la quadratura del cerchio. Utenti producono, altri utenti consumano ciò che i primi hanno prodotto e chi gestisce la piattaforma incassa. Tanto, sempre di più, perché ha messo a reddito un volontariato senza precedenti. Nasce così il web 2.0.

Queste trasformazioni hanno effetti collaterali durevoli. E come nella old economy il salario dell’operaio cinese, o dell’immigrato, diventano la pietra di paragone di quanto sarà lecito pagare un operaio prima retribuito decentemente, nella new economy l’idea del gratis esonda presto dagli argini e diventa un benchmark di fatto. L’’Huffington Post’, solo per fare un esempio celebre, a un certo punto arriva a essere valutato quanto il ‘New York Times’, con la differenza – tra le altre – che il grosso della sua forza lavoro è composto da seimila blogger che scrivono senza percepire un dollaro. Soprattutto nelle professioni intellettuali venire pagati poco o niente non è più un tabù. Il sottotesto sembra essere preso di peso dai teorici dell’economia della celebrità: non siete pagati in denaro, ma fate girare il nome e prima o poi (se ci arrivate vivi) ne ungerete ritorni economici. Peccato che, al netto di pochissime eccezioni, non è andata così. Abbiamo assistito invece a una serie di degradazioni successive e apparentemente inarrestabili nei compensi, sotto la minaccia implicita che si trova sempre qualcuno che lo farebbe a meno, o anche gratis. I siti di commercio elettronico di maggior successo, come Amazon, hanno imparato la lezione prima e meglio degli altri. Le recensioni dei libri non le fanno i recensori professionali (che addirittura fatturano, esosi!), ma gli acquirenti, ricompensati in moneta di narcisismo. Non sono, ovviamente, solo pulsioni egotistiche a motivare chi contribuisce al web 2.0. C’è dell’altruismo, come succede con Wikipedia che metterà presto fuori corso tutte le Britannica del mondo. Oppure la volontà di condividere momenti della vita quotidiana con gli amici, come su Facebook. O ancora mettere in comune cose divertenti da guardare, come su YouTube. La lista potrebbe proseguire a oltranza, ma l’importante è mettere a fuoco la prima anomalia: sono tutte situazioni in cui noi lavoriamo e loro (Zuckerberg, Brin e Page, Bezos, e così via) guadagnano. E invece, come mi ha raccontato Jaron Lanier (uno dei padri della realtà virtuale, ndr) nel suo fortino che domina Berkeley, ‘per far emergere una nuova classe media bisogna rompere con l’idea insensata dell’informazione gratis. E creare un sistema di micropagamenti. Per retribuire non solo le merci che ora si scaricano free, ma anche chiunque lasci una traccia misurabile in rete. Di cui resterà proprietario’. Un like su Facebook, un tweet ampiamente rilanciato, una ricetta condivisa online, ma anche la risposta a chi chiede come si ripara un mobiletto o il consiglio di un’infermiera su come cambiare la padella a un malato. Se diventano conoscenza hanno un valore, dunque devono avere un prezzo. ‘Anche se mi piacerebbe che tutti pagassero per la musica che ascoltano, non pretenderò che lo facciano fino a quando non ci sarà reciprocità’. Se ti piace essere pagato, comincia con il pagare gli altri. Chi se la sente di smentire il vangelo secondo Jaron? Che prosegue con un’altra intuizione fulminante: ‘Più i costi delle macchine si abbassano, più le persone sembrano costose. Una volta stampare un giornale era caro, quindi pagare i giornalisti per riempire le pagine sembrava una spesa naturale. Quando le notizie diventano gratuite il fatto che qualcuno voglia essere pagato comincia ad apparire irragionevole’. Pensateci. Pensiamoci tutti, perché una volta capito questo il nostro sguardo sul mondo della tecnologia non sarà ma più lo stesso di prima”.

Queste righe stanno in un libro. Di carta. Ho corrisposto euro 18 all’editore Einaudi per poterle leggere. Temi non inediti, si dirà. Ma nell’era dell’accesso totale e di tutti che apparentemente sanno (o potrebbero sapere) tutto, no: nessuno delle migliaia di miei contatti personali sui social media aveva mai menzionato il libro in questione o le parole contenute. Per dirla con il suo autore: pensateci. Pensiamoci tutti.