lubomyr melnyk

di Luca Doldi

Difficile trovare un punto di partenza per parlare di questo concerto, così come è difficile trovare il punto di partenza della musica di Lubomyr Melnyk una volta che ci si trova in mezzo. Cerchiamo di andare con ordine, la prima cosa che mi stupisce è trovare il Masada stracolmo e non è cosa scontata. La storia, se avete letto Rumore di febbraio, è nota: il sessantottenne pianista ucraino, per quarant’anni è rimasto totalmente sconosciuto al di fuori del suo Paese. A seguito di un’endorsment di Hauschka, che lo ha portato a far uscire nel 2013 un disco con Hinterzimmer e poi i successivi con Erased Tapes, ha avuto molti riconoscimenti da stampa e media.

La serata viene aperta da Mionia, una cantautrice e pianista non proprio irresistibile a mio parere. Una voce molto bella ma con una tecnica un po’ incerta e testi piuttosto banali. Tutto sommato però il suo è un live che si lascia ascoltare e adatto per un opening act. Subito dopo, Melnyk arriva sul palco con andatura incerta e rimane alcuni minuti a sistemare i microfoni all’interno del piano a coda, dandoci subito una dimostrazione della cura e della professionalità che mette nella sua musica. Finita la preparazione, si presenta in modo ufficiale. Molto umilmente si scusa di non saper parlare italiano, ma si impegna a parlare un inglese molto chiaro – infatti le sue parole sono molto semplici da comprendere – e ci presenta il programma di sala.

Programma che è molto accurato, e pensato per dare una visione che sia più ampia possibile sulla sua musica. La prima composizione che esegue ci introduce lentamente nel suo mondo. Parte con un’andatura molto lenta e melodica per poi crescere di intensità col passare del tempo. Quel crescere di intensità è la chiave del suo concerto: si passa da accordi e frasi pianistiche classiche a una pioggia di note nelle quali non si riconosce più un inizio e una fine. Il secondo è un pezzo dedicato all’infanzia ed è una composizione per due pianoforti. Ci spiega che il secondo piano è registrato perché non ha ancora trovato nessuno in grado o con la volontà di imparare a suonare il “continuous piano”. Anche in questo si vede la cura e la meticolosità di Melnyk. Il secondo piano non è stato registrato in studio mesi prima, ma viene registrato ogni volta sul posto nel pomeriggio, per avere lo stesso suono e catturare le sfumature che la sua musica acquisisce col passare del tempo. La stessa cosa è stata fatta anche per l’ultima, lunghissima suite per due pianoforti.

Oltre alle composizioni pianistiche, nel suo concerto hanno una parte importantissima le descrizioni dei pezzi, molto lunghe e dettagliate. È un personaggio molto particolare Melnyk, e lo si nota mentre si perde nella descrizione dell’unico pezzo realizzato senza la tecnica del continuous piano e con il supporto di Mionia alla voce, che si intitola I Love You ed è dedicato all’amore universale. Mentre si appassiona parlando dell’amore che permea il mondo, dell’aiutarsi l’un l’altro, Melnyk divaga fino a parlare della scienza. La descrive come “la più stupida delle religioni”, dando dello stupido persino a Darwin, perché nella scienza non è contemplato l’amore – che sarebbe la linfa vitale di tutto.

L’ultima opera che esegue, Windmills, è forse la più importante e la chiave di tutto il concerto, il miglior esempio della filosofia della continuous music da lui inventata. Per questo la descrizione è molto dettagliata. Melnyk ci parla di un mulino e del suo rapporto con il vento, prima triste perché le sue pale rimangono ferme senza il suo aiuto, poi man mano che si alza il vento e le pale iniziano a muoversi sempre più velocemente, fino a che non arriva una tempesta. Nella sua descrizione si sofferma molto sul momento in cui il vento è così forte che gli ingranaggi del mulino  arrivano al massimo della loro velocità e le pale continuano ad essere fortemente sollecitate senza poter andare più veloci. Con questa metafora descrive anche quello che avviene nel pezzo, nel quale arriva al limite massimo di quello che possono fare le sue dita rimanendo al culmine per moltissimo tempo. La descrizione è così accurata e affascinante che mentre si ascolta la musica, si riconoscono perfettamente le parti che ha descritto e si può quasi vederne l’immagine impressa nella mente.

Non credo di essermi mai trovato così in difficoltà nel descrivere le sensazioni provate ad un concerto. Quello di Lubomyr Melnyk è qualcosa che va oltre il concetto normale di live. È una performance artistica, nel senso contemporaneo del termine, è un happening nel quale l’opera d’arte è la cascata di note che le sue dita riescono a produrre. Per usare le sue parole, lo scorrere delle note delle sue opere è simile a una ruota che gira così velocemente che ad un certo punto si perde la percezione della rotazione. Sembra di vederla girare al contrario e molto più lentamente di come stia andando in realtà.

Sull’ultima composizione, soprattutto, ho perso il senso del tempo e dello spazio. Non mi era mai capitato di sentire così tante note in così poco tempo. È una sensazione difficile da descrivere, ma la musica suonata con la tecnica di Melnyk dopo un po’ diventa qualcosa di fisico, qualcosa verso il quale il tuo corpo reagisce inconsciamente e ogni reazione, che sia positiva o negativa, è indice che quello che sta accadendo sul palco ha una potenza enorme. Ci si trova totalmente immersi. Le sue dita si muovono così veloci sulla tastiera che guardandole per alcuni minuti non si riesce più ad associare il movimento a quello che stai sentendo. Il tuo cervello quasi rifiuta tutte quelle sollecitazioni, si prova un senso di vertigine e si deve distogliere per un attimo l’attenzione.

Alcuni, ad esempio, si sono addormentati. Ma se apparentemente la loro può sembrare noia o disinteresse, in realtà il livello di attenzione nel locale era altissimo. Si tratta appunto di una reazione fisica verso la musica: il cervello viene sollecitato così tanto, che arriva ad affaticarsi molto velocemente spingendoci a chiudere gli occhi. Anche addormentarsi durante quel flusso musicale credo sia un’esperienza molto particolare, e indice che quello a cui si sta assistendo è una performance in cui tutte le reazioni dei partecipanti fanno parte dell’opera. Non so cosa avrei dato per essere nella testa di Melnyk dopo trenta minuti di arpeggi velocissimi e ininterrotti, eseguiti con un altro piano in spia che ricalcava le stesse frasi ma con piccole variazioni. In realtà non ho davvero idea di quanto sia durata l’ultima suite, e come me anche chi mi stava intorno. Nessuno ha mai guardato l’orologio.