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Intervista: Conrad Keely (…And You Will Know Us By The Trail Of Dead)

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conrad keely

di Luca Minutolo

Il nucleo primigenio degli …And You Will Know Us By the Trail of Dead inizia a muovere i suoi passi nel 1994 in quel di Austin. Facendo base nella capitale sudista degli Stati Uniti, la band capitanata da Conrad Keely si fa subito strada nel sottobosco indie attraverso concerti devastanti. Volumi al limite, abbattimento delle barriere tra palco e pubblico e la malsana abitudine di fare tutto a pezzi ad ogni concerto. …And You Will Know Us By the Trail Of Dead (1998) e Madonna (1999) sono solo il preludio al capolavoro, che arriva finalmente nel 2002. Source, Tags & Codes non rappresenta solamente il passaggio della band in ambito major (sponsorizza tutto la Interscope). Si tratta della consacrazione per la carriera di Keely e soci. Il disco è un concentrato di magnificenza indie rock e barocche costruzioni strumentali d alla statura di un concept album, e per i Trail Of Dead s’inaugura una stagione d’oro.

Collocandosi nel posto immaginifico tra l’irruenza degli At The Drive In e la classe cristallina dei Mercury Rev. Difficile replicare negli anni a seguire la stessa genuina energia. Persi nelle proprie smanie che li porteranno a confezionare dischi stucchevoli o manierismi di sorta (Worlds Apart e So Divided) invasati tra esoterismo, fantasy e pomposi arrangiamenti. Così via attraverso dischi privi di particolari colpi di scena, fino ad IX, targato 2014. Specialmente negli ultimi anni trascorsi con la band, Keely matura una visione sempre più personale nella stesura dei brani per i Trail of Dead. Spinto in parte dai suoi compagni, Keely realizza oggi Original Machines, disco fortemente influenzato dai suoi viaggi in Cambogia e probabile estremizzazione della piega progressive che la band texana ha intrapreso in questi ultimi anni. È un album incentrato sulla potenza ancestrale dell’essere umano e della tecnologia al suo servizio,  il tutto corredato da un ricco libro d’illustrazioni realizzate dallo stesso Keely. Un’opera individuale e multimediale di cui abbiamo discusso con il diretto protagonista.

Leggendo il comunicato stampa di Original Machines si nota una scelta piuttosto inconsueta. In sostanza ti sei intervistato da solo per spiegare il significato del tuo primo disco solista. Vuoi complicarci il lavoro? Davvero, trovare domande originali diventa difficile in situazioni del genere.

L’ho fatto innanzitutto per semplificare il mio lavoro, ma anche quello di chi sta dall’altra parte. Spesso mi capita di dovere rispondere sempre alle stesse domande, quindi ho solo messo le mani avanti rispondendo alle domande che mi sembravano più ovvie e scontate.

Prima di tutto da dove nasce la necessità di realizzare un album al di fuori dei Trail of Dead? Non si tratta solamente di una tua idea, giusto?

Diciamo che i miei compagni di band, specialmente [il bassista] Autry Fulbright, mi hanno spinto e sostenuto nella realizzazione del disco. Si trattava di un progetto che avevo in cantiere da tempo ma, tra i tanti impegni, ho sempre trascurato e rimandato il tutto. Al tempo stesso è un disco che sento molto personale. Qualcosa di diverso dal lavoro che condivido con la band. Avevo bisogno di realizzare qualcosa di esclusivamente mio. Nel senso di lavorare da solo su un progetto e decidere cosa farne e dove condurlo. In questo i Trail of Dead mi sono stati comunque vicini, ma al tempo stesso hanno saputo mettersi da parte quando ce n’è stato bisogno. Ultimamente i testi dei brani della band stavano diventando sempre più personali. Ad un certo punto mi sono semplicemente chiesto: “e se facessi come mi dice Autry?”. Quindi ho cominciato a fare ordine tra le idee che avevo mentalmente in cantiere. Alcune mi sono sfuggite ed ho impiegato tempo per recuperarle. Altre invece sono riaffiorate senza particolari problemi.

Quanto dei Trail of Dead è finito all’interno del disco? E allo stesso tempo, in cosa credi differisca dalla tua band madre?

Quando scrivo per i Trail of Dead penso solamente al sound della band, anche se ultimamente le cose stavano prendendo una piega fin troppo personale. Per questo ho deciso di realizzare un disco solista. In questo caso ho voluto mettere da parte qualsiasi pensiero relativo alla band. In un certo senso, Original Machines è libero da qualsiasi preconcetto o restrizione. Il disco dentro cui è finita qualsiasi cosa volessi creare, scrivere e suonare. Forse l’unico brano legato alla band è Hills of K-Town. Ma in linea definitiva è la cosa più lontana dai Trail of Dead che abbia mai fatto.

Original Machines è stato concepito e realizzato durante un tuo viaggio in Cambogia. Tutt’ora vivi a Phnom Penh, dove ormai ti sei quasi stabilito. Cosa stai facendo adesso?

Intanto sto cercando di organizzare alcuni concerti di presentazione per l’albm. Al tempo stesso sto completando il mio primo libro. Un romanzo, di cui non mi va di parlare perché si tratta ancora di un progetto in cantiere.

Nemmeno una piccola anticipazione?

Intanto posso dire che l’idea è nata in parallelo al libro di disegni e opere legato ad Original Machines. Si tratta di un romanzo di fantasia. Non voglio anticipare altro, ma sarà qualcosa al limite del fantasy. Sulla falsariga del libro d’arte del mio disco.

Sicuramente il tuo soggiorno in Cambogia, l’immaginario fantasy e questa impronta narrativa sono tutti confluiti in Original Machines. Come ti sei approcciato alla realizzazione del disco? Tu stesso ammetti di aver sfruttato la tecnologia come mai prima d’ora.

È vero. Fino a qualche anno fa non mi ero mai approcciato ai supporti elettronici in maniera così massiccia. A questo giro l’ho sfruttata fino in fondo, ma specialmente per una sua caratteristica ben precisa: la portabilità. La possibilità di poter bloccare idee e brani su un iPad è stata una comodità che non avevo mai provato fino ad oggi. Vuoi per un fatto pratico, perché viaggiando molto in questi anni sono riuscito a realizzare un disco ancor prima di entrare in studio. Questa concezione ha abbattuto qualsiasi barriera, mettendo a disposizione uno studio virtuale e una quantità enorme di strumenti. Quando viaggi hai talmente tante idee per la testa da riuscire facilmente a comporre brani. Al contrario invece di quando sei rinchiuso in studio.

conrad keely copy

Al tempo stesso però Original Machines suona quanto mai classico e affine alla tua impronta. Cosa hai imparato da questo tipo di esperienza?

Credo di aver riacquisito la spontaneità e le semplicità nel realizzare musica. In fin dei conti non è così difficile al giorno d’oggi. Si tratta di un processo reso semplice anche dalle novità apportate dalla tecnologia. Conosco molti miei colleghi che si scervellano per riuscire a realizzare qualcosa di originale, rimanendo chiusi in studio per settimane e settimane. Quando invece magari la soluzione sta nel muoversi, vedere posti nuovi e lasciarsi ispirare dalle nuove esperienze. Ho cercato di avere un approccio del tutto diverso rispetto al passato. Mi sono divertito innanzitutto. Questo ha fatto sì che la realizzazione del disco si svolgesse in maniera del tutto tranquilla e rilassata.

Prima hai accennato alla raccolta di opere che vanno a comporre il tuo disco. Qual è il tuo rapporto con le arti visive? Come sono confluite all’interno del tuo progetto?

Non credo ci sia grande differenza tra musica e arte visiva. Le ho sempre considerate come la stessa cosa. Sono semplicemente due modi differenti di esprimere l’arte. La mia musica è sempre stata piuttosto evocativa, generando storie e dipinti nella mia mente. Da sempre un versante artistico implica l’altro. Quindi ho colto l’occasione al balzo per realizzare concretamente quello che spesso rimaneva relegato nei miei pensieri. Come ho già detto, ho realizzato Original Machines mentre ero in viaggio, quindi ho scelto dipinti che fossero in linea con il tema del disco.

L’abbiamo nominato moltissime volte, ma in fin dei conti cosa intendi per “Macchine originali”?

Nel brano che apre il disco ha un accezione piuttosto primordiale. Per esempio la mente e il corpo umano, nella sua perfezione, può essere considerata come una “macchina originale” generata da una forza creatrice superiore. Qualcosa che sta all’origine, quindi a suo modo perfetta. Allo stesso tempo si adatta anche alla lavorazione del disco. Come già detto, ho utilizzato molta tecnologia. Come mai prima d’ora. Cercando di utilizzare “le macchine” in maniera elementare e originale. L’obiettivo era di trovare la maniera originale e originaria di utilizzo per gli strumenti meccanici e, di conseguenza, per il computer. Il risultato è piuttosto evidente.

Spesso, quando si parla di tecnologia, mi salta in mente il titolo di un vecchio disco dei Sophia: Technology Won’t Save Us. Personalmente la trovo una frase profetica.

A dir la verità non conosco il disco di cui parli, ma non sono molto d’accordo con questo punto di vista. Penso che la tecnologia giochi un ruolo fondamentale nel processo della ricerca di una salvezza collettiva e che possa aiutarci in qualsiasi campo riguardi l’essere umano. Se il mondo è nei guai, l’unica via per migliorare la condizione umana sta nella comunicazione e nell’educazione. E questo vale per chiunque. L’unico mezzo per poter seguire questa via è la tecnologia e i suoi strumenti. Ciò non toglie che i mass media e l’utilizzo scorretto della tecnologia siano parte stessa del problema globale. Ma sono fermamente convinto che un corretto utilizzo possa migliorare sensibilmente la vita di ogni essere umano.

Andando nello specifico, per quanto riguarda l’ambito musicale, ci troviamo a maneggiare un’arma a doppio taglio. Non credi?

Abbiamo accesso a talmente tante informazioni da non poterci esimere dalla consapevolezza che la propria musica sarà condivisa, ascoltata su piattaforme come Youtube o Spotify o nel peggiore dei casi scaricata illegalmente. È un meccanismo ormai innescato e difficile da bloccare. Altrettanto difficile è stabilire dove ci porterà. Probabilmente ci troveremo tra non molto a dover ritrattare l’idea di proprietà delle opere e del diritto d’autore. Oggi, dal momento in cui pubblichi un disco, diventa immediatamente di dominio pubblico. Probabilmente molti si convinceranno ad acquistarne il formato fisico oppure digitale. Moltissimi altri invece lo scaricheranno. La musica in sé, oggi più di ieri, è libera e incontrollabile. Impiega pochissimo per finire in rete. Quello che ho realizzato con Original Machines si avvicina più a un format. Uno stimolo in più per acquistare l’album. Dove non si trova semplicemente musica, ma anche un libro pieno di dipinti e opere. Qualcosa da custodire e collezionare. Che abbia un valore aggiunto in mezzo al marasma di uscite musicale in cui galleggiamo. Non è una soluzione definitiva. Ma lo reputo un piccolo passo in avanti verso la consapevolezza.

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