1976:  David Bowie poses for an RCA publicity shot in 1976. (Photo by Michael Ochs Archives/Getty Images)

di Giona A. Nazzaro

È giusto piangere. Le lacrime, quelle versate a ridosso dello shock della notizia, mentre magari si tentava ancora di capire come meglio avvicinarsi all’ultimo disco dedicandogli la calma e l’attenzione che merita, sono la misura esatta di uno smarrimento e di una tristezza che difficilmente saranno colmabili. La statura e l’enorme importanza di David Bowie sono sotto gli occhi di tutti. Non è questo il momento per ripercorrere la storia di un uomo che ha definito la storia musica popolare del secondo dopoguerra, rivoluzionandone l’estetica ed anticipandone tensioni e torsioni. Un uomo che ha saputo pensare pubblicamente ogni suo gesto e atto pur conservando tutti i suoi segreti, invisibili anche alla luce del sole.

Le numerose vite di Bowie, ognuna di esse un colpo di teatro nello scenario dell’immaginario contemporaneo, le cui onde di assestamento hanno generato altri modelli e soprattutto emuli, facevano sì che Bowie fosse sempre presente, anche quando magari fra un disco e l’altro lasciava che si accumulassero gli anni. Al punto che in certi periodi lo si dava quasi per scontato. Alla stregua di uno che continua a insistere ma del quale si è convinti che dovrebbe abbandonare il campo. Eppure, non ha mai smesso di mettersi sempre e radicalmente in gioco. Anche a costo di alienarsi quanti dichiaravano di amarlo. Ed era quello lo spettacolo più bello, “eroico”, vederlo fare sempre di testa sua, come un dilettante di genio, con lo sguardo costantemente puntato verso il Next Day. Ora non ce ne saranno più, di giorni seguenti. Ed è per questo che è giusto piangere.

Con Bowie se ne va una parte di quella teenage wildlife che ci ha tenuti in vita ed ha alimentato la fede nel rock’n’roll. La metamorfosi continua come atto di resistenza; segno di un’altra vita possibile. Un erotismo polimorfo, politico, transgender. David Bowie è la nostra opera d’arte totale. È stato un privilegio potere osservare e partecipare delle sue metamorfosi, delle sue sfide. Nessuno, nemmeno Lou Reed, è stato in grado di essere così profondamente se stesso, animato da una tale divorante tensione di alterità da spingerlo ossessivamente a esplorare tutto ciò che si muoveva al di fuori del perimetro della sua immagine. Tutte le sue metamorfosi erano la negazione della sua immagine. Per questo motivo è giusto piangere. Le lacrime sono la misura esatta ma (seppure insufficiente) di un limite che non esiste per dire (e continuare a dire) di Bowie. Mostrano lo scarto fra ciò che era e ciò che non sarà più.

Facile ingannarsi, e oggi più che mai, che la gente che vediamo sulle copertine delle riviste e dei dischi siano nostri “amici”, che ci conoscano, come nella geniale paginetta di Andrea Pazienza dedicata a “Devid Boiv”. Lui, invece, pur avendo fatto della superficie il luogo d’elezione dove vivere, perché come sosteneva Andy Warhol le stelle stanno tutte in superficie, non ha mai fatto mistero di essere lontano. Di non essere noi. Al punto addirittura da attirarsi sospetti terribili quando la provocazione colpiva terminazioni nervose troppo vive. Bowie era davvero una stella. Sembrava di poterla toccare e invece era lontanissima. Ma c’era. Sempre. Ed è questa cosa che cambia per sempre. Non sapere più che da qualche parte lui sta preparando un altro disco, un film, immaginando poesie, arte.

Bowie era come un motore immoto del nostro mondo. A volte, anche quando brilla fortissimo e scotta, puoi persino dimenticarti del sole. Versare lacrime, dunque, è forse l’unico atto di gratitudine, invisibile, da tributare a David Bowie. Giusto essere nudi, con la sola maschera delle lacrime, di fronte all’uomo che nel corso della sua esistenza ha saputo fare della molteplicità delle sue manifestazioni il paradossale segno della sua unicità. La morte, sempre tematizzata nelle ronde bowieane, non si può dire. Ti vive. Come sosteneva Pasolini, la morte è il definitivo colpo di montaggio che dice tutto il resto di una vita. Dunque la morte e il lutto si possono solo mettere in scena. Ed è dunque nel tributo di lacrime che la messinscena della morte trova la sua misura più giusta. Prima si deve piangere, accettare il lutto, poi si analizza, si scrive, si riflette, si prende commiato. Ora è giusto piangere. Lasciare scorrere le lacrime, sino a che non ce sono più. Mostrare la lacerazione della ferita, della perdita. Fingete dunque di piangere, amici, perché i poeti fingono solo di morire.