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titus andronicus

di Elia Alovisi

Titus Andronicus sono una di quelle band che fanno sempre le cose in grande, ma non perché vogliono fare i grossi. Il punto è che il loro frontman e scrittore di testi, quel derviscio scheletrico e barbuto dal nome “Patrick Stickles”, è un personaggio molto complesso. Tutto inizia dal New Jersey, il loro stato d’America, la loro casa: a tal punto che il primo brano del loro primo album si chiama Fear and Loathing in Mahwah, NJ, e ha dentro già le chiavi di lettura del loro messaggio. Oltre all’appartenenza geografica c’è la parola “loathing” che, traduzioni per il mercato italiano a parte, significa “disgusto”: quello di Stickles per sé stesso e la razza umana, ma senza mai cadere nel nichilismo. Sicuramente, però, disgusto per sé stesso. “Se sei il poeta che dici di essere e la bellezza è in tutto ciò che vedi / Come può esistere amore in un mondo gestito da persone come te?” si canta da solo, e nel giro di due strofe tira in mezzo una visione disillusa della religione, dell’amore e dei rapporti umani. Il pezzo si chiude con una citazione pari pari dalla tragedia di Shakespeare da cui prendono il nome. A parlare è Aronne il Moro, un prigioniero preso dall’imperatore Tito dopo che questo aveva dichiarato guerra al suo popolo, i Goti. Alla fine della tragedia, Aronne viene seppellito fino al petto e lasciato a morire, e il suo unico rimpianto è quello di non aver vissuto abbastanza a lungo da poter commettere altri misfatti.

Ecco, Stickles è un po’ così. Con la terra alla gola, incazzato fino all’ultimo, a gridare e a non arrendersi mai anche se la gente gli grida “Sarai sempre un perdente“, a combattere la sua depressione. Perché, appunto, The Most Lamentable Tragedy è di questo che parla. Dopo il loro terzo album, Local Business, Stickles è caduto in una sorta di blocco fisico e mentale – non riusciva a suonare dal vivo, non riusciva a scrivere, non riusciva a far nulla. E l’album, a quanto ha dichiarato al New York Times, è un modo per rimettersi a posto con sé stesso: “Nei momenti in cui mi do più importanza di quella che veramente ho, fantastico sul fatto che questo disco possa delucidare qualche verità segreta nascosta nel subconscio di qualche ragazzo che ha gli stessi problemi che avevo io cinque, sei o tre anni fa, due anni fa, l’anno scorso, questo mese. L’arte ci ha mostrato più e più volte che nessuno di noi è veramente solo nelle proprie esperienze terrene. Ci sentiamo tutti alienati e strani e grotteschi”. Per darvi un riferimento, la frase-cardine della prima canzone di The Most Lamentable Tragedy è “Mi fa schifo essere sveglio”. Il tutto continua in un ottovolante emozionale che passa per cover di I Had Lost My Mind di Daniel Johnston (per la serie “riferimenti perfetti”), momenti di orgoglio e carica infinita, accettazione dei propri difetti, amori trovati e combattuti, una versione paro paro di Auld Lang Syne, e la voglia di stare svegli, la promessa di stare svegli anche se ci fa schifo grazie all’aiuto di un fratello o una madre o qualcuno.

Detto tutto questo: i Titus Andronicus hanno aperto il loro tour europeo con un concerto sold out al Village Underground di Londra – quel locale accanto a Shoreditch High Street con il muro dipinto e i vagoni della metro sul tetto. Stickles è salito sul palco da solo e ha attaccato un discorso sul rispetto reciproco ai concerti in modo da mettere subito in chiaro che sarebbe stato perfettamente ok sia restare a braccia incrociate con una birra in mano sia pogare fortissimo, il tutto suonicchiando la chitarra. E attaccando improvvisamente, a metà discorso, a cantare Four Score and Seven, tratta da The Monitor, il loro secondo (concept) album sull’amore e sul New Jersey. Otto minuti di pezzo, un crescendo da brividi che esplode in un guizzo di incazzatura che non è vittoria ma accettazione della sconfitta inevitabile col coltello tra i denti: “Ci sono umani che trattano umani come gli umani trattano i maiali / Vengono usati, sputati e fritti in padella / Ma io non sono nato per morire da cane / Sono nato per morire da uomo / Siamo ancora noi, contro di loro / E loro stanno vincendo“. Scatta praticamente subito una generale eccitazione, nel pubblico, che non terminerà finché Stickles non se ne sarà andato dal palco.

È molto, molto carica la situazione. Stickles spacca una corda, prende una chitarra in prestito dalla band di supporto e continua tranquillamente. Si toglie la maglietta. Quando parte il lick alla Thin Lizzy di Fatal Flaw si mette accanto ad Adam Reich, uno degli altri due chitarristi, a fare la classica mossa-rock-da-due-chitarristi-accanto, novelli Glenn Tipton e K.K. Downing. A un certo punto parte un mini-ballo improvvisato, passo destra-sinistra, che coinvolge Stickles, il bassista Julian Veronesi e l’altro chitarrista Jonah Maurer. La setlist è, coerentemente, carica: ma non c’è una canzone dei Titus Andronicus che non lo sia, quindi sarebbe difficile fare altrimenti. Lookalike e Dimed Out fanno la parte dei pezzi velocissimi e cazzuti, Come On Siobhan e Still Life With Hot Deuce and Silver Platter fanno quella di quelli un attimo più tranquilli ma sempre ben cadenzati, Titus Andronicus e le prime tre parti di No Future, il loro pezzo-trascendi-album arrivato al quinto capitolo, stanno un po’ nel mezzo. Persino la cover di Jumpin’ Jack Flash con cui si chiude il set (“Grazie, Londra, per aver dato al mondo la rock ‘n’ roll band più grande della storia”, dice Stickles), suonata da tre chitarre e mezza gridata, ottiene una reazione più che ottima dal pubblico.

Ora, potrei continuare a fare una lista di canzoni suonate usando metafore e paragoni e descrizioni varie, ma per la prima cosa c’è setlist.fm mentre per la seconda c’è la vostra immaginazione – dato che consiglio caldamente di ascoltarli e leggere i loro testi. Il punto è che i Titus Andronicus sono una band ruock, ma fragile. Sono cazzuti, ma maldestri. Sono depressi, ma felici. E hanno fatto uno dei concerti dell’anno. Non passeranno dall’Italia, ed è un peccato. Intanto Alessandro, il chitarrista dei Fast Animals and Slow Kids, era in prima fila al concerto. Mi è parsa una scelta molto azzeccata.


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