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di Domenico Mungo / foto di Luigi De Palma

Un festival molte volte è solo un festival. Ovvero. Un agglomerato di nomi buttati lì per riempire. Un’accozzaglia di date, palchi principali e secondari. Bagni chimici maleodoranti, code per la birra annacquata, acustica di merda e zanzare a profusione. Polemiche sterili e stucchevoli su fondi pubblici, soldi dei contribuenti, dividendi da azionariato popolare nel rapporto statistico tra dare e avere del bilancio comunale, invidie, gelosie, malignità, tenzoni politiche. Un festival tipicamente torinese, direi. Invece questo Todays, pur tenendo fede al prammatico corollario di cui sopra, se ne disimpegna con eleganza, ponendo al centro della questione il proprio decentramento fisiologico. Mi spiego. Questo Todays Festival, con tutte le sue imperfezioni, ingenuità, perfettibilità direi, visto che ci auguriamo che continui imperituro nel tempo, ha disvelato la possibilità altra di fare musica ed entertainment a Torino e, perchè no, in Italia, in una maniera diversa, virtuosa, il più possibile etica. Abbiamo allevato un’intera generazione – spaccandogli i coglioni e risultando prosaici noi stessi – di giovani sotto l’egida degli slogan alterglobal: Un altro mondo è possibile, Do it yourself e Don’t hate the media, become the media, esortandoci a riprendere in mano le situazioni, a portare in superficie il sommerso, a valorizzare IL TERRITORIO (absit iniuria verbis, non cito Salvini ad minchiam sia ben chiaro), e questo è ciò che il Todays ha fatto.

Anthony LaszloANTHONY LAZSLO

A scanso di equivoci, il Todays non è un festival alternativo ed autogestito, prende soldi pubblici, non tantissimi ma nemmeno pochi, si pasce dei contributi minimi o massimi, non mi interessa, delle fondazioni bancarie torinesi principali – Fondazione CRT e San Paolo – chiede un giusto e sacrosanto esborso di 15 euro per i main events e la gratuità per i cosiddetti eventi off. Tutto nella norma. La sua diversità sta nel porre l’attenzione sulla periferia, non solo urbanistica, ma anche ideologica, di Torino e del mondo. La sua particolarità sta nell’aver coinvolto ed interpellato tutti i soggetti emergenti, alternativi, antagonisti, creativi, professionali di questa città, senza vincoli di lottizzazione, clientela e parentopoli partitica ed affaristica. Ha fatto intendere che la cultura popolare nasce, in una città postoperaia come Torino, immemore della propria storia sociale e politica, proprio nei luoghi dismessi della sua grandeur industrialista ormai sepolta dai calcinacci del grande piano regolatore universale. E questo è il suo più grande merito.

Tv On The Radio_2TV ON THE RADIO

Gli Interpol, tanto per dirne una, hanno suonato su un palco incastonato nella Barriera di Milano più periferica del mondo, nello stesso luogo che 7 anni prima aveva ospitato i Sonic Youth, in una continuità ideologica, che pone il Todays come summa teologica di un percorso che affonda le sue radici nel passato futurista di questa città. Al contrario, gli eversori sonici della parola accademica devoluta alla musica, in un alveo storiografico ben definito e testimoniale, de Il Pensiero Sarà Un Suono – musical storico-letterario post punk che vede fra i suoi protagonisti Federico Fiumani, Zazzo dei Negazione, Gigio Bonizio, Franz Goria, Sabino Pace, Bobo Boggio, Parpaglione, Fabrizio Broda, Mauro Brusa, Mao, l’orchestra 28 agosto (Serra, Pisu, Catapano e Morellato) ed il sottoscritto Domenico Mungo alla narrazione scrivente – esordisce nel mausoleo della parola narrata e scritta per eccellenza che è la Scuola Holden di Baricco, stracolmo all’inverosimile alle 17 di un torrido venerdì di fine agosto, ribaltandone il concetto didattico e concedendo al punk il ruolo situazionista e rivoluzionario che Debord gli eleva inconsapevolmente affidato.

Monaci del surfMONACI DEL SURF

E poi utilizzare gli spazi che la periferia dona alla città: dal già citato Spazio211, alla meravigliosa galleria museo Ettore Fico, un gioiello newyorchese eretto fra i magazzini e le rimesse industriali di via Cigna, l’elettronica intelligente cosparsa nel cimitero degli Innocenti di San Pietro in Vincoli o forgiata dentro le buie ex officine dei Docks Dora, significa sul serio riqualificare un’area, ma non secondo i criteri di lottizzazione palazzinara, bensì attraverso quelli della cultura/sottocultura/controcultura popolare condivisa. Qui non si vuole celebrare un panegirico del festival o del suo direttore artistico, che anzi sappiamo essere allergico all’idolatria e alle icone. Egli ben sa che molte cose devono essere migliorate, che lo stesso cartellone che quest’anno ha posto – sì, qui lo dico – almeno due eccellenze internazionali (Interpol e TV On The Radio) sul palco principale – checchè se ne dica – ed una miriade di superospiti rock, pop ed elettronici di livello assoluto, va potenziato ed equilibrato. Che l’esperienza della visibilità alle realtà cittadine tipo INRI, Reset ed altre deve essere trampolino di confronto ed accoglienza futura di simili esperienze nazionali ed estere e non fossilizzazione autoreferenziale. Che il discorso periferie può essere allargato a 360° a tutta la città, coinvolgendo in futuro anche la Torino Sud, quella di Mirafiori e della fabbrica che non c’è più, riqualificando davvero in maniera definitiva tutto il tessuto sociale e culturale della capitale sabauda.

Verdena_1VERDENA

Io sono dentro il festival, e mi urge affermarlo per fugare i dubbi, sono di parte (come ogni buon giornalista non dovrebbe) ma, citando maestri del giornalismo a me cari, me ne frego e dico ciò che penso. Il Todays ha vinto, fra lo scetticismo dei più. Non solo per i numeri, comunque ottimi: 9000 circa biglietti nelle tre serate a Spazio con Interpol sold out nella serata conclusiva, bissata e triplicata dai sold out di TV on the Radio e Verdena, 23000 presenze complessive. Anche per connessioni e interattività sui social massivamente straboccanti, visibilità mediatica sulle reti nazionali e sui giornali, gradimento e coinvolgimento attivo del pubblico nell’essere il festival e non solo nel subirlo passivamente da cliente dozzinale e massificato. Non ha vinto nemmeno per il fatto di aver posto l’attenzione della città per almeno tre giorni su ciò che si può fare e non su ciò che si può continuare a distruggere nell’indifferenza borghese che ci attanaglia. Ha vinto perché ciascuno è uscito dagli eventi tornandosene a casa con il suo bagaglio di felicità e polemica, di entusiasmo e mugugno, di lode e critica: in poche parole con l’essenza dell’amore diffuso nel corpo e nell’anima. Questo è ciò che bisogna fare: risvegliare il torpore, provocare, provarci a farlo anche a costo di sbagliare. Esserci, esserci, esserci.

Bianco+TommyBIANCO (+ Tommaso Cerasuolo)

Non godendo del sacro privilegio dell’ubiquità non ho potuto, e nemmeno voluto essere, presente ovunque (la stanchezza dei miei 44 anni o impegni inderogabili, tipo un Toro-Fiorentina in concomitanza con gli Interpol che ho peraltro raggiunto in Zona Cesarini, apprezzandone le citazioni degli esordi con il trittico in black Slow Hands, PDA e Untitled che riportano alla mente Piaceri Sconosciuti e sottolineandone la pesantezza soporifera e ripetitiva di alcune nuove proposte). Alcuni eventi li ho persi, altri li ho vissuti con coinvolgimento proporzionale al sentimento che vi era in ciascuno: ho sudato lacrime commosse ed esaltanti nella narrazione del Pensiero Sarà Un Suono, ho apprezzato il melting pot suonato sontuosamente bene (“grazie al cazzo, sono negri” cit. Luigi Bonizio) dai TV on the Radio che riportano sulla pelle i clamori dei Bad Brains mescolati al funk, al post jazz e al punk. Ho esultato per il ritorno dei grandiosi Church of Violence laddove la loro storia merita. Ho goduto dell’affermazione artistica ed ideologica di INRI – Linea 77, Levante, Bianco, Monaci del Surf, Titor, The Cyborgs, Anthony Laszlo, Dardust.

C.O.V
CHURCH OF VIOLENCE

Ho imparato la maestosità del minimalismo elettronico contemporaneo che mi ha suggerito codici altri di comunicazione e suono emozionale (dai Niagara a U235, da Ryoji Ikeda e la sua computer music extrasensoriale alla Silent Disco che ha visto 1500 ballerini solipsistici mettere in scena l’icona più istantanea e crudele dell’alienazione contemporanea). Mi sono annoiato della riproposizione statica ed autoreferenziale dei Verdena che giocano ancora a distruggere chitarre quando sarebbe opportuno preservarle e farle suonare tiepide ed aggressive senza forzature. Ho apprezzato il tentativo di plasmare parole attorno alla musica attraverso dibattiti, workshop e convegni emendanti dalle pesantezze accademiche. Ho fatto l’alba con Lory D, Gondwana e Portico che hanno suonato per il pubblico nella cappella di San Pietro in Vincoli e per i moltissimi che hanno riempito il prato e i portici della struttura ancora una volta attrezzati con le cuffie per l’ascolto da remoto. Ho stigmatizzato alcune anomalie ed imperfezioni ai diretti interessati dello staff. Ho visto il meglio della mia generazione e di quelle a venire fra il pubblico degli eventi. Ho vissuto un festival all’interno della mia città, nei luoghi che ho difeso e condannato, mi sono sentito cittadino ed artista, pubblico e recensore critico e spietato, amico e compagno. Ich bin ein Turineis.

TitorTITOR

DardustDARDUST

Linea77LINEA 77

Verdena_4VERDENA

The CyborgsTHE CYBORGS

Levante-2LEVANTE

Interpol_2INTERPOL