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Di Manuel Graziani / Foto di Maurizio Bilanceri

Non ero mai stato al Festival Beat. E ne sentivo il peso. Il fatto è che non amo particolarmente il beat, nonostante dieci anni orsono abbia ingaggiato Tony Borlotti e i Suoi Flauers per far da cerimonieri musicali alle mie nozze. O meglio non amo il Sixties puro, i beatle boot, i capelli a caschetto, i fricchettoni fuori tempo massimo. E il Festival tende da sempre al purismo e, per così dire, alla storicizzazione. Inoltre Salsomaggiore Terme non è proprio dietro l’angolo. Quest’anno a convincermi hanno concorso diversi fattori. La presenza dei Radio Birdman e i compagni di viaggio sono stati i due fattori fondamentali. I secondi, veri rockers abruzzesi, direi risolutivi.

Ed ecco che venerdì 3 luglio, alla buon’ora, mi ritrovo col borsone in spalla sull’assolata strada nazionale che porta a Giulianova ad aspettare di essere caricato dai miei Caronte: Max Garage, un’istituzione r’n’r dalle basse Marche fino all’alto Molise, Mauro che si guadagnerà subito l’appellativo “Sindaco” e Davide, perfetto per tenere a bada il trio di balordi quarantenni che ha scarrozzato alla guida della sua Mini.

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Radio Birdman

Venerdì 3 luglio

Varchiamo la soglia del Grande Hotel Bolognese alle 14:00, minuto più minuto meno. In corpo abbiamo una pinta di birra e una ciabattina formaggio e prosciutto gentilmente offerta dal Sindaco che ha pensato bene di preparare a casa quattro stozze e tirarle fuori al momento opportuno. A Salsomaggiore Terme non tira un filo d’aria, c’è un caldo afoso che taglia le gambe. Ci infiliamo sotto la doccia e come ne usciamo ci dirigiamo carichi di sorrisi alla Piscina Leoni. Un bel posto immerso nel verde, frequentato da famiglie con bambini che si mescolano senza soluzione di continuità agli ex capelloni. Sì perché l’età media dei frequentatori del Festival si aggira su cinquant’anni, le tempie iniziano a scollinare e, lo scopro sul campo, la filosofia beat non contempla la consulenza di Cesare Ragazzi o affini. Il Pool Party coi dj del Festival è molto ye-ye e gradevole. Soprattutto è l’occasione per rivedere vecchi amici. Facce sconosciute che qui sono più o meno conosciute, perché magari le hai viste su qualche fanzine fotocopiata. Ma complice la birra sopraggiunge la confusione. Io, per dire, sono convinto di aver inquadrato il cantante dei Rocking Chairs e sto lì lì per andare a complimentarmi con lui per come si mantiene bene. Poi mi dicono che si tratta del cantante dei Temporal Sluts.

Attorno alle 18:00 siamo fuori al Cafè Desiree per la presentazione del n.2 di Sotto Terra, la nuova rock zine diretta dal nostro Luca Frazzi, figlia dell’indimenticato magazine rumoroso Bassa Fedeltà. La presentazione è breve, fulminea come un pezzo punk. C’è poco da dire, men che meno da spiegare. Il r’n’r è scritto a fuoco nelle facce dei presenti, nei loro addomi gonfi, nei tatuaggi scoloriti, nelle rughe che solcano le loro facce. E Luca lo sa. Siamo per lo più vecchi, ultraquarantenni quando va bene. I giovani non sono pervenuti. E questo mi fa porre per l’ennesima volta le domande che mi faccio da almeno dieci anni: Perché lo facciamo? Per chi lo facciamo? Sarà il caso di uscire da siffatta vicendevole masturbazione prima o poi? In realtà me ne fotto di questi interrogativi, ingollo birre alla spina con i miei compagni di viaggio e sono felice di abbracciare amici di penna e r’n’r come Luca Frazzi e Roberto Calabrò che non vedevo da una vita.

Finita la presentazione raggiungiamo al piccolo trotto il Devil’s Den Pub. Anche qui pullula di facce conosciute o comunque viste da qualche parte. L’età media e più bassa ma d’altronde all’interno del locale, nella canicola più nera, stanno suonando gli austriaci DeeCRACKS. Il loro pop punk ramonesiano fa sì che, guardando in basso, sia un florilegio di All Star e Vans. Per respirare un po’ rimaniamo fuori, all’aperto. Tra una birra e l’altra scambio due chiacchiere con i sempre cortesi (e fin troppo modesti) Matteo e Davide degli indimenticati Mojomatics e ora asse portante della Squadra Omega. Ne approfitto per stringere la mano a Rinaldo Censi, ex firma di Rumore che non conoscevo di persona ma che leggevo sempre di gusto.

Quando arriviamo nell’area del Festival, a qualche chilometro dal centro di Salsomaggiore, sul palco c’è Urban Junior. Mi piacciono i suoni e mi piace ancor più il suo approccio sbarazzino. Ricordo l’album del 2010 Two Headed Demon sul quale scrissi belle parole. La one man band svizzera ha il compito di aprire la serata e coprire i cambi palco. E lo fa molto bene. Elettronica punk e tradizione si sposano a meraviglia con il suo sorriso contagioso. Poi tocca ai Les Grys-Grys, pane per i denti malmessi dei maniaci dei Favolosi anni ’60 accorsi in forze al Festival. I francesi si dannano l’anima e si spendono molto anche dal punto di vista fisico. Si rotolano a terra, ci danno di tacco (quello cubano dei beatle boot!) e di punta e, insomma, la Sora Assunta sarà pure bona ma a me pare alquanto stagionata. Sono filologici e countfiviani al cubo. L’energia è palpabile nell’aria, eppure non mi rapiscono. Sono invece totalmente rapito e fatto prigioniero dai Monsters del Reverendo Beat-Man, boss della Voodoo Rhythm Records e istituzione riconosciuta del r’n’r europeo. Gli svizzeri si presentano sul palco con le loro inappuntabili divise, giacca rossa e cravattino stretto. Due bandiere nere in diagonale, piantate negli amplificatori a formare la scritta Trash. I due batteristi, uno di fronte all’altro, che si dividono la gran cassa. Prima di iniziare i quattro si stringono le mani come dei veri gentlemen. Poi ci spaccano il culo con mezz’ora di brutale trash-garage-punk veloce e saturo di fuzz. Rock and roll disperato delle origini che vorrebbe tendere al rockabilly col risultato di essere splendidamente hardcore. Cattiveria, ironia e nessuna sbavatura. Soni minacciosi e rassicuranti allo stesso tempo. Fantastici.

Arriva il momento più atteso, quello degli headliner Radio Birdman. Noto che c’è meno gente di prima. Lo dico anche, ma nessuno mi caca. Sono tutti altrove con la testa, frementi di vedere all’azione le leggende australiane. Mi colpisce subito il tastierista Pip Hoyle che è uguale sputato ad un veterinario di provincia che conosco. Peraltro veste alla stessa maniera: pantaloni con pence dal taglio anni ’80, camicia rosacea dentro i pantaloni e una bella cravatta rossa perfettamente annodata. È ben pettinato con la riga di lato, indossa occhiali da vista da presentatore del TG1 fine anni ’70. È corpulento ma, incredibile, non caccia una goccia di sudore. Quest’uomo, direi settantenne, catalizza la mia attenzione. Diventa il mio videoclip personale mentre in sottofondo si susseguono i classici della band di Sydney. Il concerto è cazzuto, nulla da dire. Deniz Tek è ben piantato, sempre carismatico e, soprattutto, fa cantare la chitarra elettrica come pochi. Rob Younger ha ancora la voce di Rob Younger, e non è poco. Jim Dickson ci dà dentro al basso come un ossesso. Il secondo chitarrista Dave Kettley fa il suo più che degnamente e Nik Rieth dietro i tamburi è un’incredibile macchina del tempo. Mi paiono solo un po’ stanchi ma ci sta: è il loro diciannovesimo concerto europeo in 24 giorni, i ragazzi non sono di primo pelo o magari è solo una mia sensazione visto che la maggior parte dei presenti apprezza molto.

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The Monsters

Sabato 4 luglio

Nonostante la considerevole quantità di birra ingerita e le poche ore di sonno ci svegliamo tutti e quattro abbastanza in forma. E tutti e quattro notiamo di aver urinato poco il giorno precedente, giungendo alla conclusione che a Salsomaggiore spacciano birra di buona qualità. Un giro in centro, primo aperitivo in un baretto anonimo, secondo aperitivo nel bar di fronte al monumentale Palazzo delle Terme Berzieri e poi pranzetto leggero in un’osteria poco distante. Da abruzzesi forti, gentili, fieri e coccioni ordiniamo una bottiglia di Montepulciano d’Abruzzo che, alla luce del conto, paghiamo più del doppio del suo reale valore. In osteria rivedo Jacopo e Tiziano di Area Pirata che saluto con estremo piacere nella speranza di non far passare altri 15 anni prima del prossimo incontro. Salto la siesta post prandiale e in ciabatte, pantaloncini e canottiera mi dirigo solingo alla Piscina Leoni. Tra un tuffo e l’altro mi gusto la gagliarda selezione musicale dei dj del Festival e ne approfitto per leggere un po’ a pancia all’aria. Alle 18:00 raggiungo Max Garage al Cafè Desiree per la presentazione de Il porto delle anime, il bel fumetto crumbiano di Stefano Alghisi, pubblicato da MalEdizioni, che incrocia le biografie di Cramps, Gun Club e Birthday Party con l’interessante vicenda artistica del cantastorie e venditore di lamette da barba Sigfrido Mantovani. Ancora mi maledico di non averlo preso, per la cronaca.

La passeggiata in leggera salita verso il Devil’s Den è utile a smaltire la birra. Nel piccolo pub suonano i veneti Sultan Bathery di cui ho amato i singoli e l’album uscito lo scorso anno sull’americana Slovenly Recordings. La temperatura all’interno del locale è insopportabile ma, a differenza del giorno prima, ci buttiamo nella bolgia. Siamo letteralmente scesi all’inferno. E il bello è che ci è piaciuto assai. C’è persino una sputafuoco che, in barba a tutte le regole sulla sicurezza, rende l’atmosfera ancora più bollente sputando fiammate che arrivano al soffitto. Il concerto è favoloso: un concentrato di psichedelia sbilenca e weird-garage blacklipsiano suonato alla perfezione, con attraenti derive melodiche. Per me il miglior spettacolo dell’intero Festival, finanche superiore a quello dei Birdman.

A questo punto della gitarella la stanchezza si fa sentire. Tiriamo il fiato, ce la prendiamo comoda e arriviamo nell’area Festival con un po’ di ritardo. Saltiamo a piè pari la prima esibizione della one man band Dead Elvis e, purtroppo, entriamo a metà del set dei Ray Daytona and Googoobombos. I toscani sono sempre una gran band. L’aver svicolato dal surf-garage puro degli inizi, come ci mostra il recente mini album Deep Breath, li rende più freschi e punk anche dal vivo. Avrei sentito ancora qualche pezzo, ma la colpa del ritardo è solo nostra. Mentre ci rimugino su, arriva il Sindaco tutto baldanzoso. Con un bel sorriso alcolico ci mostra la foto che si è appena fatto abbracciato a Dead Elvis. L’olandese l’ha riconosciuto subito. Qualche anno fa, in occasione di un concerto abruzzese, i due hanno fatto bisboccia assieme e il finto Elvis del paese dei tulipani pare ci stesse davvero per rimettere le penne.

Siamo dalle parti dei furgoncini vegetariani quando attaccano Lisa and The Lips. La signora Kekaula, ex Bellrays, è un femminone con una voce incredibile, in senso letterale. Voglio dire che si fa fatica a credere sia possibile ascoltare una voce del genere dal vivo. Sembra stia andando un disco. Un disco registrato bene. Il Sindaco ricompare con un maxi piatto di fritti che sfamerebbe un intero villaggio del Burkina Faso. Spilucchiamo in quattro ascoltando stentoreo rock’n’soul. Ma dopo un po’ diventa come la frittura: non ne possiamo più. Magari perché siamo dei grezzi rockers abruzzesi che non sono mai stati al Pescara Jazz, chissà.

Headliner della serata sono i Fleshtones che da quarant’anni distribuiscono gioia con il loro super rock sempreverde. In quattro faranno 250 anni ma sul palco ci sanno stare meglio di chiunque altro. Scherzano, cazzeggiano, fanno stacchetti e piccole coreografie, ruotano come trottole quando meno te lo aspetti. Hanno grazia e stile, anche dal punto di vista del look. Peter Zaremba arringa la folla e pare un Capovilla invecchiato e simpatico. Keith Streng si dimena col suo ciuffetto che va di qua e di là, a tempo. Ma è revival, e penso siano loro i primi a saperlo. In più, come fa saggiamente notare Max Garage, non hanno pezzi memorabili in scaletta, non li hanno mai avuti.

La musica è finita e gli amici dovrebbero essere andati via da un pezzo. Invece è a quest’ora che gli amici si incontrano. I più si lanciano nel dancefloor, ingollando gli ultimi drink. Io approfitto della calma per fermarmi a chiacchierare con l’amico Bob dei Big Mountain County al banchetto di Hellnation Store. In mezz’ora, birra alla mano, ci raccontiamo quello che ci è successo nell’ultimo periodo, le cose belle e quelle spiacevoli che fanno parte della vita e col passare del tempo, ahinoi, sono sempre più frequenti. E ci abbracciamo, ché ce n’è bisogno.

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Lisa and The Lips

Mi sveglio e ho meno mal di testa di quanto mi aspettassi. Scendo a far colazione con Davide e ci ritroviamo come vicina di tavolo Lisa Kekaula. Secondo me anche lei ha meno mal di testa di quanto si aspettasse. Sorride e nonostante la mole imponente mi pare in ottima forma. Ho partecipato ad un Festival a misura d’uomo organizzato benissimo, chapeau al patron Gianni Fuso Nerini e ai suoi valorosi collaboratori, e concordo pienamente con Gianmarco Aimi che su ilfattoquotidiano.it lo ha paragonato a: “Giorni all’insegna del nomadismo dell’anima, per dimenticare crisi economiche, polemiche politiche, problemi personali o frustrazioni lavorative”. Aggiungo che è ancora meglio se questi giorni hai la fortuna di trascorrerli con amici come Max Garage, Davide e il Sindaco: uno che l’ultima serata del Festival, alle 4:00 del mattino, barcollando vistosamente, è andato a complimentarsi con il responsabile della sicurezza. E ho detto tutto.

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The Fleshtones