jon spencer blues explosion 1

Di Stefania Ianne

Carolina del Nord, Stati Uniti. Sicuramente un posto poco o meglio mai associato alla musica. Carrboro, Chapel Hill, sede del campus dell’università della Carolina del Nord appena votato il campus migliore di tutti gli Stati Uniti. Posti sconosciuti poco frequentati dal turista medio. È primavera, l’atmosfera è bucolica. La zona molto poco americana, sono scomparsi i grandi centri commerciali. Le luci sono soffuse, la gente è per strada, i bar sono pieni. E poi c’è la tana del gatto, Cat’s Cradle un centro artistico con un programma musicale da fare invidia a Londra. Incredibilmente stasera i biglietti costano solo quindici dollari a persona, impossibile non prenotare per vedere Jon Spencer Blues Explosion. Sinceramente avrei pagato per dieci biglietti pur di vedere i JSBX. Arriviamo dalla strada principale, oltre i binari dei pochi treni che ancora funzionano negli US. Il locale è in corso di ristrutturazione ed accessibile solo dal lato posteriore dell’edificio. La campagna a metà cementificata prende possesso del retro. L’accesso al locale è semplice, illuminato da luci da biergarten, un paio di fumatori sono nella zona assegnata, un patio circondato dalle piante annesso al locale, ben distante dall’ingresso. L’ingresso è semplice, nessun segno degli addetti alla sicurezza che piantonano i locali londinesi. Nessuno controlla le borse o ti perquisisce per controllare che non hai cibo o bevande nelle tasche. Non chiedono nemmeno un documento d’identità come a Washington o Philadelphia. Tutto è rilassato.

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Ci stampano una chiave di violino sulla mano destra. Sulla mano da timbrare non scherzano, la sinistra, non va bene. Lo spazio è aperto, semi-industriale. Quasi shanty-town. Un murale con un musicista di colore con una chitarra acustica improvvisata mi sorride dall’angolo opposto. Il palco è pronto, con una bandiera americana modificata, le stelle hanno il sopravvento sulle strisce dal lato più alto in orizzontale. Prendiamo posto al bar all’interno della sala deserta con delle birre locali dai nomi assurdi e irripetibili. La postazione per chi beve è un lembo delimitato da una struttura effetto corrimano che ha lo scopo di sorreggere le birre alla destra del palco, a distanza ravvicinatissima. La sala purtroppo è quasi deserta. Non è grande, è il mio genere di sala, intima, nessuna protezione per il gruppo sul palco. Gli amplificatori fin troppo ravvicinati per godere appieno della potenza della performance.
Ad aprire il concerto un personaggio incredibile, Bloodshot Bill. Come descriverlo? Immaginatevi sospesi nel tempo, probabilmente negli anni ’50. Bill appare brillantato all’eccesso, una specie di greasy Elvis, viscido, ma un genio della chitarra. Chitarra acustica, praticamente senza cassa armonica. Un pezzo da museo. La voce è graffiante, le canzoni accattivanti, i tempi elevati. Le poche persone tra il pubblico sono isteriche. Ballano disperate, seguendo i movimenti del bacino di Bill, i ritmi irresistibili dei due musicisti che lo accompagnano, un venditore ambulante di ricordini kitsch in Florida al contrabasso contrastato da un elegante batterista, entrambi persi nel vuoto spazio-temporale creato dalla morte di Elvis. “We practiced for half an hour last night” ci dice Bill. Ma la musica funziona, un autentico viaggio musicale creato da un canadese loco che nello spazio del merch vende brillantina e lucidalabbra al sapore della salsa bolognese. Tutto sembra sbagliato, soprattutto la camicia sgargiante del contrabasso, ma tutto diventa perfetto.

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La sala si svuota, probabilmente sono tutti fuori sotto la postazione per fumatori nell’attesa che la strumentazione scarna di Bloodshot Bill venga rimossa. La batteria dei JSBX è già in postazione, altrettanto scarna. Judah Bauer appare sul palco intento ad accordare la propria di chitarra. Spencer schizza in tutte le direzioni per i preparativi. E prima che me ne renda conto la Blues Explosion è sul palco. Tre uomini, due chitarre e una batteria minima. Russell Simins si nasconde dietro ai riccioli lunghi alla batteria, Bauer principalmente tiene il ritmo e cerca di sostenere le melodie, appare calmo, professionale, look quasi texano, con camicia da cowboy sui jeans. Jon Spencer appare in completo damascato, elegante, sempre magrissimo, sempre affascinante. Iperattivo, maniacale. Incredibilmente sexy e carismatico. “Awesome”, direbbero gli americani. Un aggettivo riduttivo. Non contiene la presenza di Spencer sul palco. Un’esplosione di blues accelerato ci colpisce a freddo dalle prime note. I ritmi cambiano in continuazione, le chitarre penetrano le nostre fibre, la voce ci seduce e ci prende in giro in eguale misura. Eccovi la Blues Explosion, annuncia Spencer. La sala rimane semivuota. Condizioni ideali per vedere, sentire e vivere il concerto. Vibrare con le note, vibrare con i pochi aficionados che si muovono ai ritmi sempre più isterici della Blues Explosion. La musica è soprattutto fornita da Freedom Tower, il decimo prodotto dei JSBX, un tributo alla città di New York, la città della Blues Explosion, una città come tante dove la creatività è diventata la vittima degli speculatori. Esercizio nostalgico forse, ma potente e autentico. Do the Get Down appare il manifesto musicale creato da: “the world oldest teenager” che allo stesso tempo si autoproclama “the funkiest man alive!”. La performance è un continuo crescendo. Il ritmo diventa isterico anche tra il pubblico. Un ragazzo altrettanto elegante tenta un pogo solitario, cerca alleati inutilmente. Jon Spencer è argento vivo, quasi impossibile da immortalare su macchina fotografica. Salta in continuazione in posizioni impossibili sui mocassini bianchi in contrasto netto con il completo scuro. Ipnotizza, posseduto dalla musica. Eppure le parole gridate che ricordo con maggiore lucidità sono quelle pronunciate dai suoi colleghi: Simins in una versione grind di What Love Is dei Dead Boys e la cover dei Dub Narcotic, tratta da Now I Got Worry, Fuck Shit up, animata da Bauer. 2 Kindsa Love ancora estratta dall’enorme catalogo dei JSBX forse rimane il ricordo più intenso con Spencer ad animare il Theremin o eterofono, antico e quasi dimenticato strumento elettronico. Lo strumento annidato alle sue spalle per tutto il concerto, emana una luminosità blu e suoni spaziali, frutto dei movimenti Tai Chi di Spencer. Inutile dire che i musicisti di spalla sono in prima fila insieme a noi ad assaporare la performance nella sua interezza. Un’esplosione musicale indimenticabile. Questa è la Jon Spencer Blues Explosion.