editoriale
di Rossano Lo Mele

Ancelotti Carlo, da Reggiolo, provincia di Reggio Emilia. Attuale allenatore del Real Madrid Padre produttore di parmigiano reggiano, 15 mesi di stagionatura: lavori oggi e casomai guadagni tra un anno. Testa quadra, si direbbe da quelle parti, maiale lo chiamavano a Torino, quando allenava la Juventus. Anni 56, ritiratosi dalla professione calcistica ad appena 33, dopo una carriera imbottita di infortuni. Più di un milione e mezzo di “mi piace” sul suo account ufficiale su Facebook, altrettanti follower su Twitter. Una discreta cifra. Parecchi in più di FKA Twigs, Noel Gallagher o Mark Ronson, per dire. Anche messi assieme. Ovunque sia passato, grosso modo, ha vinto o fatto cose egregie. Arrivato a Madrid dopo la tempesta Mourinho è riuscito a suturare squadra e ambiente, fino alla vittoria della decima Champions League, un anno fa circa.

Come faccia faccione lo spiega bene una delle più illuminanti interviste lette in questo trancio di 2015. Stava sul numero di gennaio del mensile “GQ”, firmata da Enric Gonzalez. Titolo: un uomo tranquillo. Non serve per forza la tranquillità per giungere al successo, il sopra citato Mourinho ne è un esempio. Ma alcune caratteristiche sono sì indispensabili. Se vuoi fare il solista, se vuoi fare l’artista, il ballerino, lo scrittore, il musicista, il drammaturgo e via così. E se ti muovi tra i frattali di questo mondo senza essere Carmelo Bene, Lester Bangs o Werner Herzog. Io credo che molti musicisti italiani dovrebbero fare una bella masterclass con Ancelotti.

Punto uno: Ancelotti non è un tipo spontaneo. Non dice sempre quello che pensa. Fra istinto e ragione fa prevalere, per sua ammissione, la seconda. Un musicista è un personaggio pubblico.  Pensaci prima di far partire sui tuoi account social una polemica o una lamentela di cui tanto godranno gli altri – spettatori come se stessero guardando, beati complici, “Le Iene” o la “Gialappa’s” – e tu non ne caverai nulla se non generiche carezze di apprezzamento, dimenticate già domani. Non sempre serve farci sapere quello che pensi nei dettagli. Fai dei buoni dischi, scrivi delle buone storie, dei solidi comunicati stampa, ne godremo. Non lagnarti gratuitamente quando le cose non girano bene, non fare il fenomeno quando invece le cose funzionano.

Punto due: Ancelotti dichiara che Cristiano Ronaldo e Ibrahimovic sono campioni di altruismo, e si sacrificano per gli altri. Pur essendo campioni assoluti. Tu che hai – come direbbe Colapesce – l’egomostro dentro e che della tua disciplina vuoi diventare un campione (musica? Comunicazione? Giornalismo? Aggiungi a piacere) impara che il campione si esprime da campione. Quindi nel tuo caso “comunicativo” non scrivere qual’è con l’apostrofo, perchè con l’accento sbagliato, puntini di sospensione ovunque quando non espressamente richiesti, nevicate di punti esclamativi come un quindicenne in tempesta ormonale, spazi editorialmente sbagliati tra parole e punteggiatura. La sciatteria propria dei nostri artisti (e la popolarità qui sì che conta) nell’esprimersi è qualcosa di mortificante. Quasi peggio dei calciatori. E degli allenatori. “Revolution starts at home, preferably in the bathroom mirror”, diceva 30 anni fa un altro opinion leader, Bob Mould. E soprattutto comincia da come ti presenti al mondo. Impara dagli inglesi e dagli americani, che sono sempre e ancora il modello migliore.

Punto tre: il rischio fa parte di questo mestiere. Prendi delle decisioni impopolari, con te stesso e gli altri. Come sintetizzato da Gabriele Romagnoli: solo i treni hanno la strada segnata. Se non è cosa, cambia. Aria, mentalità, mestiere, atteggiamento. Invece di tenerti stretto un ambiente e un pubblico che spesso numericamente non esiste e che sarà solo pronto a riconoscerti se sarai sempre uguale a te stesso. Diversamente sarai un traditore, uno “commerciale”, uno che ha perso la strada (segnata). Ma quanto è gratificante compiacersi aggratis fra simili, eh. In vetta alla classifica, alla fine del suo secondo anno al Paris Saint Germain, Ancelotti diede le dimissioni perché non era più convinto.

Punto quattro. Conclusivo. Inevitabile. Non a caso Ancelotti dichiara: “Se dovessi andare in guerra preferirei avere al mio fianco un esercito di inglesi, non di italiani”.