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di Luca Minutolo

Sono molteplici le forme in cui la musica classica è defluita nel ben più semplice e diretto linguaggio pop. La partitura che il collettivo inglese Engineers prende in esame, è quella di un levigato rock aperto a qualsiasi influenza. Partendo da una base strumentale solida, Mark Peters muove i fili di un progetto aperto all’improvvisazione ponderata, calcolata con precisione maniacale nella costruzione di piccole operette. Chiamatelo prog, se vi pare, ma al loro quarto album e tra musicisti che vanno e vengono come si trattasse di un motel in cui consumare coiti compositivi intensi, ma velocissimi e quasi distaccati, l’idea che si nasconde dietro lo pseudonimo aperto Engineers, ci offre una visione accademica della materia musicale. Ricettiva verso ogni stimolo esterno, ma ponderata e mai eccessiva. Always Returning è il quarto capitolo di un progetto estemporaneo, quanto mai serio ed importante come ci ha spiegato Mark Peters nell’intervista breve e concisa che andrete a leggere. Flirtando da anni con il produttore e compositore elettronico Ulrich Schnauss, ormai completamente inglobato nel progetto e quindi membro aggiunto a tutti gli effetti. Una miscela che trae la propria forza dall’etereo dream pop, ammaestrato dal rigore teutonico e strutture ben definite e riconoscibili nella loro semplicità. Manierismo puro a servizio di una vena compositiva libera da ogni pretesa o vezzo artistoide.

Il vostro ultimo disco Always Returning non è solamente un semplice album shoegaze, ma contiene molteplici registri e stili. Cosa ti ha ispirato durante la sua realizzazione?

Principalmente mi sono lasciato ispirare dalla mia vita. Le mie influenze musicali sono talmente vaste che non riesco a definire uno stile, genere o una band in particolare che mi abbia particolarmente ispirato. Diciamo che la miscela che esce fuori da Always Returningè inevitabilmente condizionata dalla mia vita personale. Se le cose vanno bene, allora scrivo canzoni allegre, o viceversa se qualcosa va storto compongo brani riflessivi. È tutto dettato dal mood del momento. Credo che il nostro ultimo disco possa essere classificato come “classico”, ma in un futuro potrebbe anche essere visto come un album jazz oppure indie. Lo sento molto vicino a Lost In The Dream dei War On Drugs, inteso come album che travalica i limiti di genere. Oltretutto è anche uno dei miei dischi preferiti tra quelli pubblicati quest’anno.

L’elemento elettronico è stato da sempre un punto di riferimento nella vostra musica, ma specialmente in Always Returning esce fuori in maniera mai così chiara. Un vero e proprio supporto alla vostra impronta melodica. Qual è il vostro rapporto con la musica elettronica?

Questa volta abbiamo cercato un approccio diverso. Abbiamo voluto mescolare sound elettronici e analogici, in modo da rendere omogenei e indistinguibili questi due versanti. Dai samples agli strumenti acustici, passando per effetti e loop. Principalmente le parti elettroniche, assieme a tastiere e batteria, sono state registrate dal nostro batterista Matthew Linley e Ulrich Schnauss, che ha dato il suo apporto fondamentale ai sintetizzatori e tutto il mondo “non acustico” finito in Always Returning. Ma in realtà ogni componente della band s’è cimentato nel comporre e suonare qualche aggeggio elettronico.

Per l’appunto, Ulrich Schnauss ha fornito un apporto importante all’assetto della band e al vostro ultimo disco. A conti fatti, è diventato un vero e proprio membro aggiunto degli Engineers.

Certo, il suo apporto è stato fondamentale nel rendere Always Returning un disco così vario e stratificato. Ormai Ulrich Schnauss fa parte in tutto e per tutto degli Engineers, anche se adesso non mi sento di definire la nostra come una band vera e propria. Allo stato attuale mi piace definirci come un “gruppo di registrazione”, con musicisti e personaggi che entrano ed escono dalla propria traiettoria in maniera del tutto naturale e spontanea. Matthew Linley ha un suo progetto solista che porta avanti da un po’ di anni (Gilbert, ndr), così come Ulrich Schnauss prosegue la sua carriera da musicista e produttore di musica elettronica. Ultimamente si è unito ai Tangerine Dream per suonare in alcune date del loro tour australiano.

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Cosa è accaduto invece quando Simon Phipps ha lasciato la band?

Come spiegavo prima, la nostra non è mai stata una vera e propria band con dei membri fissi. Per Always Returning avevo scritto tutti i pezzi, così come ne avevo scritti la maggior parte per il nostro disco precedente In Praise Of More. Questa volta però volevo provare a cantare i brani che avevo realizzato, e consultandomi con Simon è venuto fuori che suonassero poi così male. Anzi, prendevano tutta un’altra piega inaspettata. Per quanto riguarda il futuro, vedremo cosa accadrà.

Stringendo il cerchio, dove ti senti di collocare gli Engineers all’interno del confuso panorama musicale odierno?

Credo che il nostro progetto abbia più di un aspetto in comune con le differenti scene odierne, ma probabilmente non condivide nulla con il panorama mainstream o indie. Ci sono elementi progressive, così come i riverberi e le dissolvenze shoegaze o atmosfere ambient e passaggi elettronici. Ma non abbiamo mai voluto fossilizzarci in alcuna di queste etichette. Se ci penso, non mi sento vicino né al sound americano o tantomeno a quello inglese. Non ci importa essere alla moda o seguire un determinato filone musicale. In questo gli Egnineers sono sempre stati molto strani e lontani dal contesto che ci circonda.

Avete in previsione di suonare in Italia?

Suoniamo davvero molto poco dal vivo. Impieghiamo la maggior parte del nostro tempo nelle registrazioni, e anche al livello finanziario non disponiamo di grandi budget per poterci muovere attraverso un vero e proprio tour. Mi piacerebbe molto portare la nostra musica in Italia, ma per adesso è davvero fuori dalla nostra portata. Siamo principalmente una band da studio, dunque è difficile ricreare fedelmente tutte le sfaccettature che costruiamo in fase di registrazione. Le rare volte in cui ci esibiamo dal vivo, siamo costretti a rimaneggiare i nostri pezzi e riarrangiarli drasticamente. È un operazione che mi eccita molto, specialmente perché mette in luce aspetti della nostra musica che probabilmente tra le mura di uno studio di registrazione non vengono fuori.