testo e foto di Stefania Ianne

I Kyuss erano un gruppo unico. Trailblazers, sovaldi cool, rumorosi, un trip musicale indimenticabile. Tutti sanno cosa è successo a Josh Homme, la chitarra dei Kyuss. Una personalità incontenibile, divertente, un talento eccezionale ancora sui palchi di tutto il mondo con i QOTSA. Un uomo di enorme successo. Nessuno o pochi ricordano John Garcia, il cantante dei Kyuss. Una voce unica, una presenza scenica moderata e esplosiva allo stesso tempo. Per anni ha cercato di mantenere il nome dei Kyuss sulla scena insieme a Brant Bjork, il batterista. Per anni è stato impelagato in dispute legali con Homme. Hanno perso la battaglia, il nome dei Kyuss non può essere usato e le dichiarazioni di Homme non fanno che alimentare la leggenda: se c’eri all’epoca bene, altrimenti il problema è tuo. Io all’epoca c’ero e l’esperienza Kyuss è stata enorme nella mia formazione musicale. Non potevo perderli dal vivo nonostante le migliaia di chilometri che mi separassero dal concerto più vicino. E allora? Torniamo a Garcia… Garcia ha pubblicato da poco un progetto solista su un’etichetta austriaca tendenziosa, Napalm Records. Vedo il video del singolo, ascolto un paio di cose, quest’uomo, al contrario di tanti della sua generazione, sembra bloccato nel tempo, alla metà degli anni novanta, non c’è evoluzione. Ma è dal vivo che si giudica un musicista. È questo il motivo per cui vado al concerto stasera, il 6 dicembre, una gelida serata propriamente invernale, dopo tanti giorni di eterna primavera, gli alberi sono in fiore a dicembre, a Londra. Arrivo mentre il primo gruppo conclude l’ultimo pezzo, non ne ricordo il nome, non importa, sembrano uno dei tanti gruppi stoner clonati dai Kyuss.  Sono seguiti dagli Steak, londinesi dall’apparenza scandinava. Il pubblico apprezza soprattutto quando il cantante si lancia tra di loro e inizia il pogo dei titubanti. Il ritorno sul palco è isterico con la caduta pesante con la testa a colpire lo spigolo tra il palco e il pit. Per un attimo penso che non si rialzi. Invece rimbalza e ritorna sul palco a concludere un set sterile, noioso, già ascoltato una migliaia di volte. Il momento migliore quando Garcia in persona si presenta sul palco ad aiutare con le parole incollate al monitor in caratteri cubitali. L’apparenza è nervosa ma umile, la voce leggera a paragone dell’ululato quasi grind del cantante degli Steak.

 

L’intervallo è il benvenuto. A breather. Sono in prima fila. Un unico roadie prepara gli strumenti con precisione germanica.  La band arriva sul palco senza Garcia. Iniziano con uno strumentale dei Kyuss, Caterpillar March. L’esecuzione è diligente, un bel ritorno al passato, ma la sensazione è quella di una reinterpretazione da tribute band. E in fondo i musicisti sul palco sono fondamentalmente una tribute band orchestrata da uno dei maestri. L’effetto è chiaramente strano. Ma al pubblico non importa. Si divide in parti uguali tra un gruppo intento a pogare satanicamente e quelli che invece sembrano in preda ad un’esperienza extra-corporale, gli occhi chiusi persi nel proprio mondo allucinogeno. Non ha nessuna importanza chi sia sul palco. Invece no, importa. Sono piazzata ai piedi del chitarrista e il giudizio non è lusinghiero. Inizia diligente ma con il passare del tempo sembra più intenzionato ad impressionare la ragazza con i capelli rossi alla destra del palco piuttosto che a suonare la chitarra. Patetico. Ho prontamente cancellato il nome dalla memoria, ma sinceramente una serata da dimenticare per il chitarrista. Patetico soprattutto visto che il concerto è stato filmato e Garcia sembra averci messo l’anima stasera. Leggermente appesantito dagli anni, i capelli da Indio hanno una lunghezza più consona alla mezza età, ma i movimenti sono gli stessi. Una rabbia controllata, le frustrate con la corda del microfono, il ritmo nel sangue. La voce è la stessa, mai opprimente, ipnotica. Classici dei Kyuss si alternano alle nuove canzoni, Rolling Stoned, scorre stereotipica, My Mind deludente, ma Gloria Lewis dei Kyuss sorniona, si infiltra sotto la pelle erotica. La voce è sexy, falsamente dolce e rabbiosa al punto giusto. L’introduzione virtuosa di El Rodeo alla chitarra è maldestra, ma il basso e la batteria intervengono prontamente a salvare la chitarra dall’imbarazzo. Si sente distante il ricordo di Flea al basso, ma la chitarra è una vera e propria delusione. Nonostante tutto i musicisti sul palco si divertono. Non Garcia, lui sembra sentire la tensione, appare concentratissimo, immerso nella musica al 100% per tutta la durata. Le sue espressioni intense sono tutto un programma e la musica regge potente, psichedelica, energetica, stupefacente all’impatto del tempo. Erano all’avanguardia i Kyuss.

 

L’avvertimento degli organizzatori che il coprifuoco è previsto veramente per le 22.00 viene accolto con una sonora risata. Garcia ci parla per la prima volta con una risata sorniona. È sabato sera e la gente vuole ballare, la sala si trasformerà per un night club alla conclusione. Una manciata di minuti per finire. Ci promette di suonare tutto il possibile nei pochi minuti rimasti. E una potente versione di July degli Slo Burn viene accolta da una sala ormai lanciata isterica nel pogo. Un addetto di sicurezza chiaramente alle prime armi dimostra fin troppa attenzione e trasporto per gli eventi tra il pubblico. Lo sorprendo a calciare le barriere per un fallito intervento a frenare il pogo scatenato mentre il suo collega dell’altro lato del palco è immobile sovrappensiero per tutta la durata. Green Machine, immancabile, ha il pregio di essere breve ed efficace, una carta vincente. Forse una della canzoni più pop dei Kyuss, se mai ce ne fosse stata una… Whitewater termina la serata, incompleta, veloce. Il chitarrista, brutta copia di Chris Cornell, da istruzioni perché alla ragazza dai capelli rossi venga concesso l’ingresso backstage, per completare lo stereotipo. Prima di lasciare il palco mi tende la setlist, che mi viene strappata dalle mani dal solito uomo di età avanzata, privo di ritmo che ha urlato come un ossesso per tutto il concerto dopo aver guadagnato la prima fila scivolando viscido alle nostre spalle. Ci guardiamo stupefatti. Ma non riesce a rovinarci la serata, i suoni e le urla sciamaniche del deserto mi rimbombano nel cervello e mi accompagnano nel viaggio di ritorno metropolitano.