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di Luca Doldi

Nel 2012 è uscito il disco d’esordio de Il Triangolo con il quale si sono guadagnati un posto speciale nel panorama indie italiano.  I pezzi contenuti in Tutte le Canzoni, riprendono le atmosfere beat degli anni ’60 ed entrano subito in testa grazie a testi ben costruiti, strutture semplici e dirette e alcuni ritornelli che è impossibile non ritrovarsi a cantare, provate ad ascoltare Battisti, per esempio. La dimensione ideale di quei pezzi però è ai concerti, dove il pubblico, che cresce a ogni data, canta a memoria tutti i testi. Presto la band si ritrova ed essere una delle rivelazioni di quell’anno e una delle tante promesse per il futuro.

Il 2014 è l’anno giusto per mantenere quella promessa. Ad aprile esce Un’America anticipato da Icaro e si capisce subito che il trio non ha intenzione di rimanere confinato nelle categorie che gli sono state assegnate. Il suono diventa più ricco e più distorto, si va verso la new wave e il post punk senza però perdere l’identità forte che avevano mostrato all’esordio. Qualcuno rimane spiazzato, ma nella maggior parte dei casi viene accolto bene, e dimostrano un coraggio e una voglia di sperimentare che per una band come loro non è banale, soprattutto in un paese come l’Italia e in un ambito come l’indie, nel quale con il secondo disco sono tutti pronti a dimenticarti per dedicarsi alla prossima next big thing.

Ora sono tornati sui palchi per presentare questo nuovo corso della band. Hanno inaugurato il tour partendo dalla miglior piazza possibile, quella del Mi Ami, dove hanno suonato sabato 7 giugno sul palco della collinetta da headliner, prima di Ghemon.

Ho raggiunto telefonicamente Marco Ulcigrai (voce e chitarra) nel pomeriggio durante la lunga attesa per il concerto serale, per parlare del disco e delle nuove sonorità della band.

Voi eravate già stati al Mi Ami se non ricordo male, vero?

“Eravamo già stati due anni fa quando era appena uscito il primo disco, che era uscito più o meno nello stesso periodo di questo, sempre sulla collinetta in orario pomeridiano, verso le sette se non ricordo male”.

Siete consapevoli di essere fra i più attesi questa sera?

“È una cosa che speriamo, visto l’orario sappiamo che Rockit & company puntano abbastanza su di noi quindi speriamo di essere attesi”.

Siete contenti di come è stato accolto il disco? Leggete le recensioni, vi interessate oppure la cosa non vi preoccupa?

“Le leggiamo tutte senza dare naturalmente troppa importanza, non in senso negativo, ma perché sappiamo che la recensione è una cosa molto soggettiva. Ci è piaciuto però l’effetto che ha dato il disco perché è proprio quello che noi speravamo.
A noi piace sperimentare, ci è sempre piaciuto, ci piace cambiare in maniera abbastanza morbida, senza fare delle deviazioni troppo strane che non por­tano a nulla. Abbiamo visto che già con l’uscita della prima anticipazione, Icaro, il pubblico è rimasto un po’ spiazzato, non si aspettavano un sound del genere e questa sensazione si è riversata anche nelle recensioni.
Ad alcuni che avevano apprezzato il primo disco non è piaciuto quello nuovo, forse perché sono rimasti troppo spiazzati, altri invece oltre ad essere rimasti spiazzati, lo hanno apprezzato molto e anche di più del primo. Anzi, direi che per ora sono state molte di più le recensioni positive che quelle negative, quindi siamo contenti dell’effetto che ha dato”.

Vi siete resi conto che questa cosa sta diventato più di un hobby, un divertimento o siete comunque tranquilli ognuno con le sue attività collaterali?

“Guarda, noi mettiamo sempre il 100% del nostro impegno per far si che questa cosa diventi più che un divertimento, cerchiamo di farla diventare il più possibile un lavoro, il problema è che non dipende esclusivamente da noi, né da quelli che collaborano con noi. Ci sono delle dinamiche che non si possono controllare, infatti se tu vedi abbiamo ottime recensioni, gli organizzatori degli eventi ci piazzano in ottime posizioni ma non abbiamo ancora quel ritorno di pubblico che ci permette di dire “questo è il nostro lavoro, questo è quello che ci fa vivere”. Manca ancora questo salto che sec­ondo me è una cosa incontrollabile”.

Agganciandomi a quello che dici sul ritorno di pubblico, ieri sera ha suonato Brunori, che a quanto ne so piace anche a voi…

“Sì, ero fra il pubblico ieri sera”.

Lui ha fatto l’apertura a Ligabue e poi è venuto a suonare al Mi Ami, una roba folle, ma è stato comunque un grande…

“Sì hai ragione è stato un grande, si vedeva che era provato ma alla fine è stato molto bravo”.

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C’è stata un po’ di polemica sul fatto di suonare prima di Ligabue, perché è troppo mainstream. Se capitasse una cosa del genere a voi cosa fareste?

“Io penso che tutti quelli che hanno criticato Brunori siano gente legata a un’ideologia inesistente, ques­ta cosa della purezza di colui che suona nell’ambito indipendente che non può andare a mischiarsi con la musica mainstream, della televisione o degli stadi è una cosa che non sta né in cielo né in terra, dal mio punto di vista.
Se invece vogliamo parlare nello specifico caso di Brunori che è un cantautore puro per quel che è la tradizione italiana ci sta benissimo l’apertura a Ligabue secondo me.
Poi logico, tu mi chiedi se lo chiedessero a noi, per noi già è una cosa un po’ diversa, al momento non so se saremmo la band più adatta ad andare su un palco del genere prima di un artista come Ligabue.
Ma non perché facciamo parte di questi due fatidici mondi diversi, ma semplicemente per una questione di genere di­verso, tematiche diverse in quello che cantiamo, un approccio diverso al palco… insomma sono altri problemi, sicuramente non sono queste due fazioni che secondo me andrebbero distrutte”.

Voi adesso avete in ballo una decina di date se non sbaglio…

“Sì ne abbiamo una decina e se tutto va bene dovrebbero diventare una quindicina tra luglio e agosto”.

Siete riusciti a riproporlo senza grosse difficoltà questo disco dal vivo?

“Sì, speriamo di sì…”

L’avevate già suonato prima di entrare in studio o è stata più una produzione a freddo?

“Prima di entrare in studio a registrare le canzoni di questo disco sono state provate in saletta in un milione di modi diversi. Ma sul serio, sono state provate anche con la chitarra acustica e l’armonica a bocca senza neanche la batteria ma con percussioni varie, hanno subito un sacco di modifiche.
Ci mettevamo in saletta e provavamo proprio generi diversi, nonostante la scrittura fosse sempre la stessa e anche il punto di partenza. Quindi il live che stiamo facendo adesso è stato creato dopo.
Perché dopo che il disco era finito abbiamo detto :“Ok, il disco è venuto così, ci sono questi suoni, ci sono queste distorsioni, è rock insomma”. Allora ci siamo adattati a questi suoni sul palco, abbiamo inserito un paio di parti di synth che nei live del primo disco non c’erano, ab­biamo dei fuzz più presenti, è diventato un po’ più ricco un po’ più eterogeneo”.

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Quindi avete aggiunto degli elementi, non siete solo chitarra basso batteria e stop?

“Si abbiamo una gamma più ampia di suoni, io mi divido un po’ tra il sintetizzatore e la chitarra e così via”.

Non avete paura di arrivare al punto di essere in pochi sul palco se questa sperimentazione sonora dovesse proseguire?

“L’unica cosa che mi fa paura è che con il nome che ci siamo scelti sarebbe un problema trovare un quarto, saremmo costretti a fare come quelle band che nascondono i musicisti dietro al palco… (ridiamo)”

Per arrivare a questo suono avete già detto che è stata una cosa graduale, ma non c’è stato un disco, uno solo, che vi ha fatto dire “ecco questa è la direzione verso cui dobbiamo andare”?

“Sì, c’è stato e probabilmente è quello dei Tame Impala, non è l’unico…”

Diciamo che forse è quello che vi ha “aperto la testa”…

“Sì, mi ricordo che mentre eravamo in studio lo mettevamo su spesso tra una canzone e l’altra, lo ascoltavamo spesso nei momenti di pausa, ascoltavamo com’erano registrate le chitarre e i bassi, com’erano fatte le linee di chitarra. Dicevamo “ok come possiamo raggiungere questo tipo di suono” e quindi prendevamo spunto”.

Avete registrato al Sauna Studio di Varese, giusto?

“Sì, dove avevamo registrato anche quello precedente”.

Avete usato un po’ di strumentazione particolare che c’era lì in studio?

“Quando noi andiamo in Sauna non usiamo nessuno dei nostri strumenti ed è uno dei motivi per cui an­diamo lì.  Oltre ad essere un bellissimo studio, una villa sul lago, ha della strumentazione d’annata che a noi piace un casino. Andiamo lì e usiamo un basso Precision del ‘72, una Rickenbacker molto figa, amplificatori anche quelli d’annata, usiamo una batteria Gretsch anche quella degli anni ‘70, ormai conosciamo la strumentazione e andiamo lì perché sappiamo cosa c’è”.

Poi abbiamo usato un sacco di filtri Moog, dove abbiamo fatto passare tutti i suoni, li abbiamo usati anche per le voci. Tutte le parti che senti che sembrano parti elettroniche come in “Con Lei”, che ha quel ritorno di sintetizzatore, in realtà non è un sintetiz­zatore, è un verso che ho fatto io in una canzone, cioè è la mia voce che è stata fatta entra e rigirare attraverso questi filtri ed è stata riutilizzata. Quindi tutto quello che senti in realtà è stato suonato e prodotto da noi”.

Io sono uno di quelli a cui piace di più questo disco rispetto al precedente perché si sente che c’è più cura nei suoni, che è realizzato in modo da dare un qualcosa in più all’esperienza di ascolto, piuttosto che la resa live. Voi siete entrati in studio con l’idea di creare un prodotto bello da ascoltare e che fosse stu­diato apposta per quella dimensione, o lasciando che venisse fuori mano a mano?

“Diciamo che siamo entrati sicuramente con più coraggio e più faccia tosta rispetto al disco precedente, senza paura di uscire dalle righe. E poi siamo entrati con l’idea di fare un disco senza pensare alla dimensione del live, perché secondo me questa è una cosa che ti lega molto. Non puoi entrare in studio e dire: “No aspetta questo poi lo posso fare dal vivo? Questo poi come viene?”. No, non va bene, secondo me lo scopo, quando si entra in studio, è raggiungere il meglio possibile su disco.

Poi pensi ad adattarlo, le canzoni possono anche cambiare dal vivo, non è questo il problema, possono venire anche meglio suonate in maniera diversa rispetto al disco. Non bisogna pensare alla dimensione live perché tendi a restringere il tuo campo d’azione”.

Avete partecipato anche alla fase di mixaggio o avete lasciato fare più che altro a Sergio (Sergio Maggioni di Ghost Records, che ha prodotto anche Tutte le Canzoni)?

“Questa volta abbiamo partecipato anche alla fase di mixaggio mentre nel disco precedente, siccome era la prima esperienza che avevamo con Sergio e non c’era il feeling che c’è adesso fra di noi, era più un rapporto lavorativo. Questa volta l’abbiamo scelto noi quindi c’era un feeling particolare, vista l’esperienza del primo disco, e ci ha chiesto di assistere anche alla fase di mixaggio. Noi comunque gli lasciavamo carta bianca, però quando ci venivano in mente accorgimenti o modifiche, ci lasciava intervenire senza problemi”.

Voi pensate che Un’America sia più un disco di passaggio verso un ulteriore evoluzione, oppure ritenete che sia un punto fermo nel vostro sound?

“Penso che questo disco sia perfetto così come è uscito, funziona perfettamente così dall’inizio alla fine. Però penso che il prossimo non sarà come questo”.

Invece volevo chiederti una cosa sui testi. Ascoltando i pezzi sembra che il tema dell’immigrazione dei popoli e delle culture differenti ti sta molto a cuore. E’ così oppure è stato un caso o solo un periodo in cui ti ritrovavi a scriverne più spesso?

“Ho utilizzato queste tematiche attuali per parlare di un tema più ampio che è quello dei popoli in senso lato, dell’urbanizzazione e del suo contrario, della purezza dei popoli che sono rimasti o che erano rimasti selvaggi e incontaminati fino a qualche decennio fa. Ho usato questo tema perché l’immigrazione secondo me rappresenta proprio un passaggio. Solitamente l’immigrato è colui che passa da un paese meno civilizzato, più povero, dove ha meno possibilità a un paese più “occidentalizzato” se vogliamo dirla così. Questo passaggio fisico dell’essere umano rappresenta un po’ tutta la tematica anche del rapporto fra città e natura, di cui parla tutto il disco. Mi sta a cuore sicuramente il tema, ma non sono un esperto non l’ho studiato, la vedo più da un punto di vista “ romantico” la cosa”.

Da quel che ho letto in giro e anche per come la penso io, pare che Varsavia sia il pezzo che è piaciuto di più di tutti. Secondo me è un singolo perfetto…

“Me lo dicono in tanti…”

Immaginavo… voi invece ve ne eravate resi conto oppure dalla vostra parte è una canzone come un’altra?

“Noi ce ne eravamo resi conto, però non l’abbiamo scelta perché il nostro intento, come ti ho detto, era quello di spiazzare il pubblico. Quindi non abbiamo scelto per forza le più belle ma le più rappresentative del cam­biamento che abbiamo fatto in questo disco”.

Quando avete iniziato a collaborare con Godzillamarket?

“Abbiamo iniziato a metà del 2013”.

Vi seguono molto da vicino?

“Sì, ci fanno da ufficio stampa, booking e seguono anche un po’ la produzione del live. Siamo andati anche un paio di volte al Magnolia quand’era chiuso e con Andrea Pontiroli abbiamo fatto la scaletta, ci ha dato qual­che consiglio, qualche dritta. E’ importante avere qualcuno del settore che riesca a darti dei buoni consigli, perché quando sei sul palco non puoi capire bene cosa sta succedendo”.

Come è stato avere qualcuno che seguisse per voi tutti questi aspetti?

“Ci siamo trovati bene e finalmente abbiamo avuto qualcuno che ci seguisse davvero, perché noi comunque è da poco che siamo entrati in questo mondo un po’ più importante rispetto alla classica band emergente che suona in giro, quindi non sappiamo ancora bene tutte le dinamiche. Non siamo ancora degli esperti, quindi è importante secondo noi avere qualcuno che ci dice cosa va bene e cosa invece è da cambiare”.

A proposito dell’entrare in questo mondo un po’ più importante, come hai detto, adesso con il secondo disco si delinea un po’ la dinamica “professionale” del disco-tour, pausa per comporre e poi ancora disco-tour, c’è stato un momento in cui vi siete detti: “Ok, non è stata una botta di culo, questa cosa funziona e si fa sul serio adesso”.

“Noi cerchiamo sempre di fare sul serio, a me non interessa se è stata una botta di culo o no, adesso noi ab­biamo questa occasione in mano e vogliamo sfruttarla al massimo. Poi ci sono band che hanno mille volte i fan che abbiamo noi e ce li hanno per una botta di culo, altri invece che hanno meno fan di noi che invece meriterebbero grandi cose. In questo momento non mi sto facendo questa domanda, a noi piace quello che stiamo facendo e ce la mettiamo tutta per far diventare la cosa sempre più grande”.