Editoriale 270/271: Historia de la musica rock italiana

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di Rossano Lo Mele

Conoscete Aldo Cazzullo, sì? Una delle firme di punta del “Corriere Della Sera”. Scrittore. Volto televisivo e opinionista in ambito politico. Qualche mese fa, intervistato da Linus su Radio Deejay pronunciò questa frase: “Gli italiani presi uno per uno sono molto bravi, anche gli italiani del sud”. Che fa un po’ il paio con la celeberrima sentenza del settimanale “Cuore”, 20 e più anni fa, che diceva: “Ho conosciuto dei meridionali gran lavoratori”. Qualche settimana fa Cazzullo è tornato sul luogo del delitto, e all’interno della sua rubrica su “Sette” del “Corsera” ha osservato (si parlava di cultura in senso ampio) un’egemonia degli scrittori meridionali.

Io non ho capito bene quale sia il problema di Cazzullo Aldo da Alba, Cuneo, Piemonte, Italia. Probabilmente il problema non esiste neanche. So però bene che ogni qual volta si parla di musica, in Italia, è un casino. Mi chiamo Rossano, sono un terrone, ma cresciuto e vissuto da sempre al nord, di mestiere faccio l’autotrasportatore di me stesso, giro il paese, sempre. Parlo di musica ovunque con quasi chiunque. E ormai le posizioni sono radicalizzate in due correnti:

1) la musica italiana fa cagare.

2) meno male che c’è la musica italiana.

A differenza di Cazzullo, io la vedo diversamente. Faccio mio il pensiero di Vincenzo Cerami, buonanima. Che parlando di calcio diceva: il calcio, in Italia, è una cosa del nord. Ogni tanto Milano e Torino lasciano uno scudettino a Roma o Napoli, ma per il resto è una storia loro. Ecco, con la musica (oggi) non è tanto diverso secondo me. Ci sono cose fantastiche che continuano vivaddio a uscire dal sud (dagli Smania Uagliuns a Nicolò Carnesi a chi vi viene in mente), ma perlopiù la musica è un fatto del (centro)nord. Per questioni di peso economico, di geografia e di location troppo banali persino da spiegare. Roma, certo. Ma soprattutto: tanta Emilia, molta Romagna, parecchia Lombardia e un po’ di nord-est e nord-ovest. Il quadro è più o meno quello. Non mi pare di scorgere la vituperata egemonia del sud, in questo mondo. Ma soprattutto: continuo a non capire la logica – cazzulliana o meno – per cui una cosa debba togliere valore ad altro o porsi come suo opposto. Un quesito che mi affligge e che mi rigetta al cospetto del solito problema: spesso l’ascoltatore rock italiano tende a essere provinciale e a radicarsi in convinzioni che tutelano (mah) la sua identità, proprio screditando il resto.

La musica italiana non salverà l’Italia, per carità. Anzi, il suo successo (indie e mainstream) è persino preoccupante da un punto di vista linguistico/culturale: vuol dire che sempre più ci ripieghiamo sul nostro idioma e la confidenza e la scoperta delle lingue si allontana ancora. E l’Europa pure. Isolandoci. Non siamo la Svezia, ma non lo siamo neanche numericamente. Perciò un grande paese di 60 milioni di abitanti (basta guardare come ci marcia la Francia, da sempre, col cinema e con settimanali come LesInrockuptibles) è giusto che produca una sua grande spinta e tradizione culturale. Un patrimonio da condividere. Perché quello fa la musica migliore. Chi invece nutre profonda avversione nei confronti della musica nazionale, bollandola come antica, ridicola o non all’altezza, forse dovrebbe fermarsi un attimo e osservare che: mai come in questi ultimi 15 anni sono giunti al successo progetti “difendibili”. Nel senso di gente che ha lavorato sulla qualità del suono, sull’iconografia, sulla progettualità tutta. Non si diventa gli Zu o i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Baustelle o gli Ovo, Brunori SAS o Ghemon, gli Zen Circus o I Cani, gli Afterhours o Riccardo Sinigallia così per caso. Tutta gente che ha lavorato sodo e oltre a beneficiare di una meritata e semprepiù ampia audience, ha alzato di un bel un po’ l’asticella del rock italiano. Ma di questo parlo più avanti questo mese, specie in virtù della copertina “esplicita” che abbiamo scelto.

Insomma, la musica nazionale non toglie niente a quella straniera. E viceversa. Il problema è semmai la voragine che si trova dietro i nomi di cui sopra e una serie di altri. Ecco, sulla base c’è da lavorare. Ma tanto. Dove per base intendo quella marea di dischi in stile Litfiba, Marlene Kuntz o Negrita pieni ’90 (loro avevano o hanno una ragion d’essere che era la loro, però) che continuano a uscire e a essere promossi come fossero chissà che (e non lo sono quasi mai, fidatevi). Perché la base, invece, altrove, a Berlino come a Londra, a New York come a Parigi, parte proprio da un altro livello. Le vie dell’emulazione (musicale) sono finite. La personalità vince. Sempre. E quella non ha passaporto, gentile Aldo Cazzullo.

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