Stealing sheep

di Stefania Ianne

Venerdì sera. Serata calda e ancora assolata nella City di Londra. I mondiali di calcio dominano le onde televisive mondiali, invadenti e amplificati dalle vetrine dei pub e degli uffici trasparenti lungo il cammino che mi porta al Barbican Centre. A Torino la festa di Rumore è in pieno svolgimento testimoniata dai tweet che vibrano sul mio cellulare. A Torino con lo spirito in un universo parallelo, a Londra fisicamente per una serata di musica esoterica nell’anteprima mondiale di un concerto dedicato alle canzoni e alla musica dei film di David Lynch. Nell’immaginario comune, non esiste un solo David Lynch. Lynch esiste in una serie di universi contrastanti, in una miriade di incarnazioni e di media, una mente creativa inumana, una produzione infinita. Il progetto è a dir poco ambizioso.

Inizio in leggero ritardo sulla scaletta di solito puntualissima del Barbican. La sala è completa e ricca di personaggi chiaramente ispirati ai film lynchiani. Il tono generale è retrò e tetro allo stesso tempo. L’inquietudine regna. Probabilmente un progetto del genere avrebbe avuto più senso con la presenza del protagonista o postumo – il Barbican non è nuovo a queste iniziative, per esempio la celebrazione della musica di Nino Rota qualche mese fa – ma temo il signor Lynch non sia neppure a conoscenza di questo progetto. Chi si aspettava la sua presenza sul palco non può che inghiottire la propria delusione.

Ma deludente non è l’aggettivo migliore per descrivere questa serata. Tutt’altro. La sala è avvolta nella penombra. Gli strumenti sono disposti sul palco numerosi. Le luci sono studiate per nascondere piuttosto che per rivelare. Un’aurea di mistero avvolge anche l’identità dei musicisti che si susseguono sul palco. Dei fari lancinanti e istantanei colorano il palco retroilluminato e nel corso della serata rivelano a turno lo sguardo costantemente sorpreso di Conor O’Brien dei Villagers, la figura fragile e gli occhi spiritati di Jehnny Beth, delle Savages, il viso intenso di Sophia Brous, l’eleganza di Mick Harvey. Le immagini dei film sono negate, la musica stasera è la vera protagonista.  La scelta è impeccabile.

I musicisti sul palco una miscela internazionale di avanguardia, nuovi talenti e musicisti di enorme esperienza. Si alternano sul palco in silenzio, nessuna interazione con il pubblico. L’atmosfera è quasi fredda, inusuale ma intrigante. La colonna sonora di Twin Peaks e Blue Velvet contribuiscono abbondantemente a definire il tono della serata. Due classici attesissimi ci colpiscono a freddo riprodotti dalla voce melliflua di Conor O’Brien: l’onirica Mysteries of Love, composta dal dream team Lynch-Badalamenti, all’epoca cantata da Julee Cruise, e l’immancabile Blue Velvet un classico reso famoso da Bobby Vincent. Come nei film di Lynch, stasera anche le ballate romantiche nelle intenzioni dei compositori, diventano distorte dall’inquietante visione caleidoscopica lynchiana. Troppo presto nella serata Sophia Brous coraggiosamente accetta la sfida posta dalla versione spagnola di un classico di Roy Orbison, Llorando (Crying), protagonista di una delle scene più intense di Mullholland Drive, un’altra colonna sonora lynchiana grande fonte d’ispirazione stasera. La silhouette nera della Brous, allungata da un cappello a punta, è altamente teatrale ma la sua versione elegante, per quanto interessante e potente, non può competere con quella di Rebekah de Rio nel film.  Anche la performance di Jehnny Beth delle Savages è difficile da commentare. Se si dimenticano gli originali e le voci inimitabili di Koko Taylor e Jimmy Scott, scomparso da pochi giorni, le sue versioni di Sycamore Trees e Up in Flames sono intriganti e misteriose. L’invito alla performance al Barbican sicuramente una conferma della sicura scalata delle Savages nell’elite musicale inglese. Il tutto ribadito dalla presenza durante la stessa serata di Gemma Thompson come ospite alla Royal Festival Hall durante il Meltdown Festival per la performance della composizione della premiere di 41 Strings  composta dal chitarrista degli Yeah Yeah Yeahs, Nick Zinner.

Brous Harvey

La band estemporanea che accompagna le voci è sicuramente l’elemento migliore della serata, solida, creativa, jazzy e ambient al punto giusto. Tra l’altro da segnalare il contributo positivo e energetico del talento emergente delle inglesi Stealing Sheep e delle affermate newyorkesi Cibo Matto. Ma tra i momenti migliori sono sicuramente da segnalare il contributo casuale e sofisticato di Mick Harvey, disceso dal suo piedistallo di chanteur extraordinaire nella personificazione insolita di Serge Gainsbourg. Bellissima e misurata la versione di In Heaven, ancora una volta una creazione di Lynch in collaborazione con Peter Ivers, e ironico ed industriale il contributo inconsueto di Black Dog Runs at Night, tratto dall’onnipresente Twin Peaks. Deludente invece la versione della sfruttatissima Falling da parte di Stuart Staples dei Tindersticks. La serata si conclude con una versione collettiva ma purtroppo mediocre di Wicked Game di Chris Isaak, tratta da Wild at Heart. Il duetto della Brous e Harvey non decolla mai, la chimica tra i due totalmente assente nonostante una performance ottimale della band e cori eccezionali di Stealing Sheep, Cibo Matto e, all’apparenza degli annoiati, Beth e O’Brien.

Nonostante le poche pecche, stasera i musicisti si meritano una standing ovation, il pubblico è soddisfatto. Immagino David Lynch ridere beffardo ma soddisfatto in lontananza. Eterno outsider, stasera nella posizione scomoda del protagonista.