Midlake-Acoustic

di Stefania Ianne (foto via)

Sabato pomeriggio, Washington D.C. è infestata di turisti: quelli ordinari alla ricerca della grandezza americana e i turisti venuti espressamente per il Cherry Blossom Festival, rito primaverile condiviso stranamente con il Giappone. La serata è meravigliosa, il sole splende e i petali cadono dalle migliaia di alberi appena mossi dal vento, una nevicata surreale nelle luci contrastate forti del crepuscolo. Con la musica dei Midlake in cuffia l’approccio verso lo storico Lincoln Theater attraverso la città è psichedelico: dalla doccia di petali e l’overdose di turisti, attraverso l’immancabile Chinatown e la storica midtown Washington. Lungo il percorso le costruzioni diventano meno imponenti e la folla meno stereotipata. Gli stand gestiti dai cinesi pieni di soda, cioccolata e hotdog svaniscono nel nulla. Spuntano i bar traboccanti di vitalità e ‘liquor’. Musica nell’aria. Un murales gigante con il viso sorridente di Marvin Gaye riscalda l’atmosfera insieme ad una band improvvisata di strumenti a fiato, lungo il percorso.

All’ingresso del Lincoln Theater, la coda fa il giro dell’edificio. Ci uniamo ai locals. Magliette dei Pearl Jam si incrociano con quelle dei Beatles a dimostrare l’età media abbastanza elevata dei fan di Neil Finn. All’ingresso il controllo di un documento d’identità è obbligatorio. Come obbligatorio è il timbro stampigliato sulla mano destra, niente eccezioni, la sinistra non va bene. L’inchiostro è ultravioletto, ci dice l’attendente rendendosi conto dei nostri visi sorpresi dall’assenza di colore. Il teatro è shabby chic, con enormi archi con carta da parati floreale e il cameo del profilo di Lincoln chiaramente riconoscibile lungo le pareti. Il personale del teatro in nero si aggira con lo sguardo vuoto tra i corridoi, sembrano zombi in un film di Romero.

I Midlake iniziano con precisione germanica alle 20, i Midlake acoustic, Eric Pulido precisa con la sua voce chiara, gentile, precisa, da non confondere con i Midlake electric di solito in 6 e molto più rumorosi.  Stasera sono in 3: Pulido alla chitarra acustica e voce, Jesse Chandler alle tastiere e flauto e Joey McClellan alla chitarra. “We’ve stripped down for Neil Finn” ci dice “We’ve enjoyed stripping down for Neil Finn”. Gioco di parole che diverte anche Finn appena fuori dalla scena, inaspettatamente.

È l’ultima data del tour che li ha visti aprire per Neil Finn, l’atmosfera è gioviale. Come impressionare un pubblico nuovo in mezz’ora? Pulido è incredibilmente a suo agio visto che ha ereditato il ruolo del frontman all’improvviso, da poco più di un anno. Il suono è fantastico e l’acustica della sala perfetta. Il pubblico è in sala per Finn? Poco importa, il suono avvolgente di Antiphon e il fascino pulito dei texani conquistano la sala. It’s Going Down, Antiphon, Aurora Gone si susseguono in perfetta armonia e in completa sicurezza. Ma il concerto si conclude fin troppo velocemente e con una cover inaspettata: Bob Dylan, I Shall be Released, accompagnati da Finn al piano, quasi una mission statement a dimostrare le ambizioni non tanto segrete dei taxani, intenti a conquistare il mondo con la loro rivoluzione tranquilla.

Dopo la pausa Neil Finn si presenta con una band stellare e un backstage psichedelico – ci dichiara le sue intenzioni di concludere il tour con un concerto monumentale come Springsteen, 3 ore e mezza è il target: “there is no curfew here” ci dice. E ci attaccano con un repertorio enorme da Crowded House e Spliz End passando per l’ultimo da solista Dizzy Heights. Purtroppo nonostante le lodi di Pulido prima del concerto, la noia ci avvolge fin dalle prime battute probabilmente facilitata dall’effetto jet lag. Resisto fino a Only Talking Sense, una richiesta dal pubblico per strada durante la giornata. Apprendo su Setlist che era solo il pezzo numero 8 su 26…