teho teardo

di Antonio Belmonte

Ad un’ipotetica festa rionale l’assessore di turno li presenterebbe col più classico dei “loro non hanno bisogno di presentazioni”. E in effetti cosa vuoi stare a presentare! Il “biondo teutonico” ha segnato, da solo o in compagnia, alcune delle pagine avanguardisticamente più significative dell’alt-rock mondiale, mentre il “piccoletto italiano” ha composto alcune delle colonne sonore più fottutamente magnetiche del nuovo cinema italiano. Insomma, l’epocale eclettismo del primo e il cinematico talento del secondo hanno partorito senz’ombra di dubbio quella che ad oggi risulta la collaborazione più intrigante del panorama musicale europeo. Ah, loro sono Blixa Bargeld e Teho Teardo, con buona pace dell’assessore.

Stanno per suonare all’Auditorium Flog di Firenze, popolato stasera da un pubblico piuttosto maturo (non mancano gli irriducibili con la t-shirt degli Einstürzende Neubauten) letteralmente in preda alla curiosità – compreso il sottoscritto – di saggiare dal vivo la sintonia creativa palesata dai due nel pregevole Still Smiling e, sulla fiducia, nell’imminente Ep Spring!.

Eccoli sul palco alle 22.45, in compagnia della talentuosa violoncellista Martina Bertoni, ad inaugurare con la schizofrenica Nur zur Erinnerung quel rarefatto flusso sonico-narrativo che rimarrà immutato, nella sua crepuscolare bellezza, fino alla fine. I rimanenti undici brani di Still Smiling – nella loro coerenza post-industriale e teatrale densità – costituiranno inevitabilmente la doverosa spina dorsale del live: da Mi scusi, che puntualmente rinnova lo stupore per le piroette linguistiche del buon Bargeld alle prese con la nostra lingua natia, alla trilingue Come up and see me, figlia delle stralunate suggestioni romane del musicista berlinese (“La foresta di antenne sui tetti dell’Esquilino” che simboleggia la non-comunicazione contemporanea), passando per le contorsioni vocali di Axolotl, ispirata dal filosofo Giorgio Agamben, e i tristissimi ricordi di Still Smiling, custoditi in una trance interpretativa da brividi.

I momenti più toccanti arrivano però con lo struggente slow-motion poetico di What If e con la cinematografica A Quiet Life – primogenita creatura di questo straordinario matrimonio artistico – la cui grazia melodica non si lascia minimamente intimorire da una sterile provocazione antitedesca innescata da uno spettatore polemico e che Herr Bargeld si lascia scivolare addosso con invidiabile signorilità.

Prima della chiusura – affidata alle surreali declamazioni di Defenestrazioni – c’è anche il meritato spazio per qualche chicca estrapolata da Spring!: l’inquieta riflessione orchestrata di Nirgendheim, l’ammaliante cover di The Empty Boat di Caetano Veloso e quella più ammiccante di Soli si Muore di Patrick Samson (seconda classificata al Festivalbar ’69) a testimoniare la disarmante versatilità stilistica dei tre protagonisti, nonché un’estemporanea voglia di sdrammatizzare.

Dopo il fulmineo saluto di congedo e la riaccensione delle luci ti accorgi di quanto stasera la parola “concerto” sarebbe oltremodo riduttiva per rubricare un vero e proprio interscambio emotivo tra “privilegiati” – musicisti e spettatori – consumatosi come all’interno di una condivisa sindrome di Stendhal: da una parte il canto avvolgente e tentacolare di Bargeld, il suo charme annichilente, saturo di fragranze brechtiane, dall’altra le manipolazioni sonore di Teardo – quasi defilato rispetto al carismatico sodale – a sublimarne il messaggio attraverso un’alchimia di chitarre, archi, elettronica e sperimentazioni. E lì, davanti a loro, noi, il pubblico, a godere col cuore gonfio di una spettacolare moltitudine di collegamenti ipertestuali, di traiettorie sonore in collisione, di visioni (e visionarietà) incrociate e di effluvi umorali in permanente sospensione. Più che di “moderna musica da camera” – come lo stesso Bargeld ebbe a dire tempo addietro – un continuo divenire melodico che alla fine tutto ricompone dentro al più corroborante dei silenzi.