Jonathan

di Stefania Ianne

 A slow burner. Le canzoni di Jonathan Wilson sembrano esprimere sensazioni che non riusciamo a definire. La sua musica ti cresce dentro senza che te ne accorgi, se hai la pazienza di ascoltare.
Da vicino sembra di una timidezza infinita, sicuro solo dietro la propria chitarra.
Dal vivo il contatto con il pubblico è fin troppo frammentario. Wilson non è un entertainer, semplicemente compone e produce musica in uno spazio atemporale perduto nella natura dei grandi spazi americani. Ma stasera Wilson non è circondato dall’oscurità ed un paesaggio infinito di stelle, la California è molto lontana.  Londra è il posto, una sala inaugurata negli anni 30 del secolo scorso annessa al municipio di Islington, a due passi dalla più conosciuta Union Chapel. “A good looking joint”, come lo definisce Wilson. E il pubblico è adulto, educato. Ascoltano e pendono dalle sue labbra, dalla sua chitarra. Gran semplicità, sia sul palco che tra il pubblico. “My man Omar”, Velasco il suo chitarrista, da solo alla chitarra apre il concerto. Nell’intervallo il ragazzo che prepara gli strumenti sul palco, sembra seguire un rituale. Il primo gesto che compie non appena salito sul palco è quello di accendere una serie di stecche di incenso. L’incenso che brucia lentamente è presente per tutto il concerto. Alimentato costantemente dai musicisti sul palco. L’atmosfera è rilassatissima, da fine anni 60, inizio anni 70 con il ritorno del flower power. Il concetto è reiterato dall’arrivo sul palco del bassista, capello lungo e occhialini alla John Lennon. Wilson si presenta sul palco con camicia infinita, magrissimo, sguardo intenso, capelli lunghi legati in maniera incurante, mocassini, concentratissimo sulla propria musica.  Durante il concerto i rari accenni rivolti al pubblico sembrano casuali, quasi forzati, ma non c’è cattiveria, al contrario Wilson trasuda umiltà, semplicemente quest’uomo sembra perso nella sua musica.  E la musica è infinita sul palco anche se sono solo 2 le composizioni prodotte da Wilson, Gentle Spirit e il recentissimo, Fanfare una produzione a dir poco ambiziosa, come dimostra l’uso della creazione di Adamo di Michelangelo sulla copertina. Il successo per lui è giunto fin troppo tardi, a 37 anni. Non ha fretta, è un uomo paziente. I suoi tempi sembrano dilatati dagli spazi enormi in cui vive a metà strada tra la civiltà nativa e la religione dei great outdoors e l’esuberanza spinosa messicana. Queste le sensazioni che all’inizio non riuscivo a ben definire nel mio primo approccio alla musica di Mr Wilson. Il concerto sicuramente offre una riconciliazione. Ci saluta dicendo “peace” e con le dita a segno di V in aria, storico simbolo della pace.