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arctic monkeys assago

di Elia Alovisi – foto via Vivo Concerti

L’altra sera, al Forum di Assago, gli Arctic Monkeys non hanno fatto né When the Sun Goes Down505. La cosa potrà non avere scosso gli animi di tutti coloro che si erano andati a vedere la scaletta del tour su setlist.fm, ma stavolta io non l’avevo fatto. Mi son proprio dimenticato. E poi è finita che quando sono scese le luci ed è partita Do I Wanna Know? mi son detto, “Ok, come al solito, ci sta”. Quando, appena dopo, sono partite le luci rosse e i quattro di Sheffield hanno corso, disinvolti, attraverso Brianstorm non ho alzato ciglio – tutto a posto, tutto nella norma. Idem per Don’t Sit Down ‘Cause I Moved Your Chair, e anche Dancing ShoesOld Yellow Bricks e I Bet You Look Good on the Dancefloor, giustamente esaltanti anche se già sentite a Ferrara qualche mese fa. Il pubblico è generalmente preso bene, solito grande show, solite pose da boss di Turner (la miglior mossa arriva su Reckless Serenade, quando il buon Alex mima una cornetta abbassata su “Called up to listen to the voice of reason / And got the answering machine”).

Nella setlist iniziano però a scivolare i pezzi nuovi. Non ricordo l’ordine, ma mi ha fatto piacere sentire – finalmente – dal vivo dei pezzi come Fireside, Why’d You Only Call Me When You’re High?, Arabella e One for the Road. Pure I Want It All, che su disco è il pezzo più debole di AM, rende bene con i chitarroni di Jamie Cook bene in primo piano. A un certo punto, dopo la generale agitazione causata da Fluorescent Adolescent, inizia I Wanna Be Yours e mi rendo conto che la prima parte dello show è finita. Il pezzo cita-John-Cooper-Clarke è interpretato in modo devastantemente efficace da Turner, mentre enormi palle da discoteca iniziano a girare sul palco proiettando tante lucine sul pubblico e trasformando il Forum in una sala da ballo dei 50s. A questo punto, come al solito, c’è il bis. Mi dico, “Vabbè, arriveranno When the Sun Goes Down, un’altra, e 505”.

E invece no. Arriva Snap Out of It. E poi Mardy Bum in acustico, come l’ultima volta a Ferrara. Quando poi mi rendo conto che Alex Turner sta salutando il pubblico e nulla sembra presagire un accordo di chitarra pulito su cui il pubblico possa iniziare a cantare “I SAID WHO’S THAT GIRL THEEERE”, mi si inarcano le labbra in un sorriso. Questo perché R U Mine?, con cui si chiude il concerto, era nata come singolo per il Record Store Day. Poi è finita su AM. E ora eccola qua, gioiellino elettrico di stop-and-go, a finire i concerti dei suoi genitori. Senza il crescendo di 505, senza le mani tra le cosce della ragazza in attesa in quell’hotel, senza mani da toglierle dagli occhi. Solo con la consapevolezza che gli Arctic Monkeys sono sul tetto del mondo, e non sembrano avere voglia di tornare sulla terraferma. Perché se c’era un disco con cui potevano permettersi di ribaltare la propria setlist ed eliminare i due pezzi che hanno storicamente sempre inserito, quel disco era AM. Un album che, 10/10 da NME o meno, è una conferma del fatto che siamo di fronte a uno di quei rari casi in cui la carriera di una band non viene definita dai suoi primi due/tre dischi ma prende linfa vitale da ogni sua nuova espressione – vedi Radiohead e Arcade Fire, ad esempio.


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