di Stefania Ianne

È l’ultima data di una mini-tournée in Europa, soprattutto nei paesi scandinavi, per i Soundgarden. La seconda data a Londra in un clima di autunno precoce. Sono preceduti sul palco dagli svedesi Graveyard che ci terrorizzano con una versione di hard-rock amplificato agli steroidi, velocità d’esecuzione e volumi pazzeschi. Incomprensibile la discesa dall’alto della sala di un paio di hot-pants illuminati da uno spotlight sullo sfondo stilizzato del logo della band in bianco e nero all’inizio del concerto.

La Brixton Academy è una venue storica a Londra. Soffitti stuccati, candelieri. Nella sala è tutto dipinto di nero comprese le statue di gusto molto dubbio quasi attaccate al soffitto del locale – busti, alberi e cipressi in cartapesta a rievocare un giardino da incubo. Un altoparlante esplode nell’intervallo per la musica pompata a volumi fin troppo elevati. Mi ricorda una scena del deludente Singles, un film quasi patetico girato sullo sfondo musicale di Seattle, la scena in cui Matt Dillon, con parrucca metallara, e Chris Cornell provano il sistema di amplificazione ad altissimo volume appena installato sulla loro macchina. Con il telecomando alzano il volume e scuotono la testa al ritmo della musica, fino all’inevitabile esplosione degli amplificatori. Delirante.

Soundgarden

Di ritorno col pensiero a Brixton. In sala, in seguito all’esplosione, cambia il tono e tra i pezzi suonati per intrattenere il pubblico mentre si preparano gli strumenti si distingue una Rusty Cage eseguita in versione quasi folk da Johnny Cash. La preparazione è veloce. La batteria infinita di Matt Cameron viene svelata. Il tempo di montare gli effetti per le chitarre e siamo pronti. Chitarre senza filo per cambiare. Solo il microfono è tradizionale e durante il concerto richiede l’intervento costante dei roadies visti i chilometri macinati da Cornell alla voce quando non è bloccato dalla chitarra ritmica. Impossibile invece fermare Kim Thayill alla chitarra, nonostante l’andatura leggermente claudicante. Un obiettivo sempre in movimento. Impossibile da fotografare. Ben Shepherd al basso è il personaggio più enigmatico. Si presenta in vecchio stile con un bel calcio assestato allo spotlight che lo disturba sulla parte destra del palco. Esplode in una pioggia di scintille dopo pochi minuti di concerto.

La musica è spettacolare dalle prime note. Matt Cameron la forza instancabile che spinge il motore Soundgarden. Alle spalle dei musicisti, proiezioni caleidoscopiche, la forza della natura, l’acqua distruttrice, il fuoco devastatore sono tutte metafore che ben illustrano la potenza del suono Soundgarden. I Soundgarden per fortuna sfuggono agli stereotipi del genere. Saliti alla ribalta nel periodo di punta del grunge di Seattle insieme ai vari Alice in Chains, Pearl Jam e Nirvana, i Soundgarden hanno sempre seguito una rotta più intensamente heavy metal, ma i continui cambiamenti di tempi musicali, le influenze più disparate che traspaiono nell’esecuzione e il falsetto cornelliano, sicuramente frutto dell’esempio Robert Plant, hanno reso questa band sempre originale e sicuramente attuale, come le orde di fans minorenni presenti al concerto esemplificano. Ovviamente la presenza di uomini di mezza età impegnati nell’esecuzione di ogni canzone con la propria immaginaria air guitar è massiccia e molto divertente da osservare. Per fortuna, i Soundgarden sul palco invece fanno sul serio. Potente l’esecuzione di Rusty Cage, inevitabile. Intense Fell on Black Days e Like Suicide. Spesso Cornell, semplicissimo in maglietta bianca e pantaloni grigi, lascia che sia il pubblico a gridare le lyrics. Ne accetta i doni di improvvisati striscioni su cartoni. Cornell è ancora molto amato. Concludono con l’eterea Beyond the Wheel dal 1988. Ultramega OK, in una pioggia infinita di feedback.