Live Report: Savages @ The Forum, Kentish Town (Londra), 6/11/2013

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Savages

di Stefania Ianne

Il Forum a nord di Londra – a due passi dal mercato di Camden – è il luogo tristemente turistico per eccellenza. Dall’esterno non si direbbe nemmeno che stasera fosse previsto un concerto. Il nome del gruppo headliner non è presente nemmeno sull’insegna poco illuminata del locale. Né all’interno. Nonostante tutto il parterre è esaurito, ma dal balcone si può ancora sbirciare la performance delle Savages.

All’ingresso, in posizione impossibile da vedere per chi entra nel locale, una serie di locandine. Poche parole in inchiostro nero stampate su fogli semplici. Un avvertimento da parte dal gruppo. In poche parole, ci chiedono di spegnere i telefonini, di concentrarci sulla performance. “Our goal is to discover better ways of living and experiencing music… Let’s make this evening special. Silence your phones.” Messaggio in linea con il loro manifesto ma prontamente ignorato dagli spettatori. I telefonini sono presenti dappertutto, insieme a due telecamere ufficiali e a parte ovviamente i soliti fotografi impazziti all’ingresso sul palco di Jehnny Beth, la cantante. Uno pseudonimo. La cantante francese di questo gruppo londinese è magnetica. Impossibile ignorarne l’intensità dello sguardo e delle parole. Nel locale il colore dominante è il nero, che predomina anche sul palco, e nell’abbigliamento delle ragazze. E nell’oscurità generale i forti contrasti sono evidenziati dall’illuminazione del palco con lancinanti luci bianche ad evidenziare la follia negli occhi della cantante. Capelli cortissimi, tacchi altissimi. Come sempre. I paragoni con Siouxie and the Banshees si sciolgono come neve al sole. Mi sembra di rivedere un Ian Curtis ancora più fragile, vulnerabile, ma forte allo stesso tempo. La ragazza è anche un’attrice e si vede. I movimenti sono studiati. Teatrali. Tutta la performance è incredibilmente affiatata, levigata, naturale. Le quattro ragazze non sono solo sono musiciste navigate, ma sembrano essere nate per suonare insieme, come un puzzle finalmente completato.

Il concerto? Intenso, impressionante, ossessivo. Una maratona di un’ora senza una pausa, senza il rituale sterile dell’encore. Classe pura. Un’esperienza teatrale con una colonna sonora fuori dal tempo che ci riporta indietro agli anni ‘80 e i gruppi post punk, con l’aggiunta di tanto feedback, una marea di feedback, creata dalla chitarra dell’imperturbabile Jenny Thompson. Le percussioni sono tribali, avvolgenti, dominanti. Dall’alto della sua posizione Fay Milton danza alla sua batteria creando una serie di tempi e contrattempi in perfetto sincronismo con Ayse Hassan, la bassista posseduta dal ritmo delle proprie linee di basso. L’acustica non sempre è perfetta, soprattutto per la voce. I testi non si distinguono. I problemi tecnici tra l’altro avevano completamente rovinato la performance dell’opening act, nonostante l’interesse dei giornalisti, per quanto inusuale. Non aiuta il fatto che Beth si liberi dei propri stilettos e canti Hit Me e Husbands in bilico sulle barriere, supportata dagli uomini della sicurezza e ad intimissimo contatto con il pubblico, e gli odiati telefonini sono pronti a scattare in un flash a ripetizione a distanze millimetriche. “It’s good to see you”, parla con un minimo di accento francese, di ritorno sul palco scalza. “I would pay to see you pagherei io per vedere voi, ci dice. Bella mossa. Il pubblico è conquistato. L’aggiunta della fatidica c-word, l’insulto estremo in inglese, fa poi il resto nell’introduzione a Fuckers. Una versione lunghissima a conclusione del concerto. Watch this space: queste quattro ragazze fanno molto sul serio.

Qui sotto, il video di Shut Up.

Redazione Rumore
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