Nel flusso indimenticabile dei Suede

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(Credit: Fabio Izzo)

Il report dell’unica data primaverile in Italia dei Suede, al Fabrique di Milano (27 marzo 2026), in occasione dell’ultimo album uscito lo scorso anno,

“Let’s chase the dragon… we’ll scare the skies with tigers’ eyes!” 

di Stefano Morelli

L’indole spirituale incisa in So Young dei Suede (comparsa tra l’altro sul finale della scaletta), è spesso balzata nella mente e nel cuore del pubblico durante quest’unica serata italiana del Dancing With The Europeans Tour. Un’attitudine anzitutto: elettrizzante, febbricitante, iconoclasta, coraggiosa. Un donarsi, quello di Brett Anderson specialmente, totalizzante sul piano della performance, che ha dato riprova dell’impronta ideale che muove ancora all’interno dell’universo Suede. L’apertura tra l’altro, anticipata rispetto alle indicazioni iniziali, ha visto una corrispondenza ideale col fuoco shoegaze e nevralgico degli scozzesi Swim School (esordienti su album giusto lo scorso anno), sorta di ibrido sonico dissestante tra i turbini noise psichedelici di primi Slowdive, My Bloody Valentine, Cranes e Dinosaur Jr., ma dettati dal canto fatalista, sinuoso e nevralgico, di Alice Johnson che nei momenti più ispirati ha dimostrato di sapersi muovere egregiamente tra i registri di Pj Harvey e Wendy James. Vanno indubbiamente tenuti d’occhio…

Passano circa una ventina di minuti, se non qualcosa in più all’interno di un Fabrique assiepato, prima che l’effetto nebbia ci consegni dal fondo del backstage il quintetto londinese… ed è “la bomba ad unirci”, per dirla con Morrissey, nell’immediato; una versione marziale, acida, urticante, di She apre infatti le danze, nel rosso esplosivo delle luci e con un Anderson abilissimo nel trasmettere adrenalina e nell’incitare gli astanti con prossemica e voce, ed il poker d’avvio lascia senza fiato: tocca poi a Trash, Animal Nitrate e The Drowners, che appare qui secca, imperativa, come una marcia da guerra vera e propria

(Credit: Fabio Izzo)

Nessuno si risparmia, men che meno le pelli di Gilbert e le corde di Osman e Codling, e da quel momento in avanti la serata diventa un flusso di emozioni continue, con un Anderson teatrale sì ma soprattutto spontaneo e ispirato con l’audience (non si conteranno le sue  improvvise discese dal palco sino all’altezza delle terze e quarte file, con la security a far da corte), nel cantare insieme inni quali Can’t Get Enough, Lazy, Filmstar, It Starts And Ends With You o Beautiful Ones, e al contempo nel padroneggiare il palco con un corpo in perenne tensione estetica.

Suede Setlist Fabrique, Milan, Italy, Dancing With the Europeans Tour 2026

Questo rimarrà del resto uno dei segreti dell’intera esibizione: la spontaneità umana dei Suede. Il loro amalgamarsi al pubblico, il loro includerlo senza filtri da star, la capacità di portarlo al medesimo livello d’esperienza creativa, come del resto solo pochi grandi hanno saputo insegnare. Dei Suede, in sostanza, che riprendevano attitudinalmente dagli Stooges e da Iggy (presente Raw Power?), dall’eleganza sì di Brian Ferry e Roxy Music ma nel lignaggio inquieto dei Bauhaus con Murphy, dalla gioiosa eleganza di Bowie, Bolan e Smiths. Non a caso, e a sorpresa, saranno soprattutto le pose più storiche e glam rock ad essere restituite, specie dai primi due album (ovazioni da rito su Metal Mickey e raccoglimento quasi breliano nella resa acustica di The Wild Ones), da Coming Up e da Head Music, sebbene nel giusto bilanciamento col post-punk più recente: Personality Disorder e Shadow Self, di Antidepressants emerge la sola e commovente June Rain.

(Credit: Fabio Izzo)

A chiudere poi nell’encore una Saturday Night dai riflessi melanconici alla Everything Will Flow, ma pare proprio essere stata questa la volontà principale dei nostri, ossia condurci in quel flusso indimenticabile di segni che dà senso all’esperienza e alla memoria, per una generazione che ha ancora il coraggio di perdersi, di vedere, di lasciarsi andare nelle danze interminabili dell’etere… già, proprio come suggeriva un certo Walt Whitman, pensando però a noi: “We were together, we forget the rest”.

Redazione Rumore
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