
La band americana Future Islands capitanata dall’eccentrico (perlomeno sul palco) Samuel T. Herring è passata da Milano, alla Triennale, per una data unica nel nostro paese
di Luca Doldi
I Future Islands, anche se mantengono quell’aura da eterna giovane band (o di band nata già adulta, a seconda dei punti di vista), sono ormai in giro da vent’anni, come ha ricordato il loro frontman alla fine del concerto, e in questi vent’anni la loro formula è rimasta quasi invariata. Hanno affinato il suono, sono diventati meno spigolosi e più compatti, a partire dal secondo album (In Evening Air) hanno trovato una cifra ritmico-melodica che ha poggiato le basi sui New Order (ascoltando Swept Inside non si può non notare il riferimento), per poi addentrarsi sempre di più nel pop e arrivare ad azzeccare alcuni dei migliori singoli synth-pop di questi anni. Quella formula però è forse diventata anche una gabbia che alla lunga li ha limitati: non credo sia un’eresia dire che ascoltando alcuni degli ultimi di questi singoli le differenze non siano moltissime e a un orecchio distratto potrebbero sembrare tutti uguali (anche se non lo sono, sia chiaro).
Anche l’incredibile voce di Herring, che caratterizza così tanto il sound della band presenta la stessa faccia della medaglia, e lo si nota soprattutto dal vivo quando pezzi di diversi album si succedono rapidamente e le linee vocali rimangono più o meno le stesse, soprattutto nelle strofe. So che è inusuale iniziare a parlare di un concerto con una critica a freddo sulla band, ma è una critica che aiuta a far capire difetti e punti di forza che hanno contribuito a creare un’atmosfera unica durante la serata alla Triennale di Milano.
Ma facciamo ancora un passo indietro. I Future Islands non sarebbero i Future Islands senza “quella” esibizione, e questo credo sia assolutamente innegabile. Non vorrei essere ridondante citando per l’ennesima volta quel video, ma vorrei partire da lì per spiegare la bellissima atmosfera che si respirava alla Triennale di Milano. Tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo ballato come Samuel T. Herring in un momento in cui eravamo sicuri di non essere visti da nessuno. Con più o meno grazia e coordinazione. Tutti noi abbiamo un lato “imbarazzante” che non riveliamo a nessuno. Il cantante di Baltimora ha avuto il merito di portare quel lato “weird”, che appartiene a tutti noi, su quello che ai tempi era in assoluto il palco più importante del mondo. Non importa se non hai la fisicità tipicamente da rock/pop star, se sei stempiato a 30 anni e ne dimostri già 50, puoi salire su un palco vestito da mimo o da attore di prosa e ballare nel modo più strano che ti viene in mente, fare le faccette, ed è ok, perché in fondo siamo tutti così.
Il successo di quel video arriva da lì, perché in un mondo che iniziava già ad essere iper standardizzato in ambito pop, l’immagine di quell’uomo “strano” parlava alla parte più profonda e nascosta di noi: sei “ok”, in qualunque modo tu sia e in qualunque modo tu ti veda, in qualunque modo tu ti muova, e non c’è nulla che tu non possa fare (nel rispetto degli altri, si intende).
Alla Triennale durante il concerto dei Future Islands infatti si respirava un’atmosfera incredibilmente positiva: coppie abbracciate e sbaciucchianti di ogni età, tipo e orientamento sessuale, persone di tutte le età, famiglie con figli, in un contesto iper rilassato in cui il mood era proprio: siamo tutti “ok”, non c’è nessuno che si deve sentire fuori posto. Puoi essere quello che vuoi, puoi ballare come vuoi e nessuno ti giudicherà.
Un live partito subito forte con King Of Sweden (traccia di apertura del loro ultimo album People Who Aren’t There Anymore) e letteralmente volato via nonostante le quasi due ore di durata. Mentre le canzoni si susseguivano senza particolari sussulti, in un progressivo e inarrestabile crescendo, quello che era impossibile non notare era la totale padronanza del palco di Herring. Per quanto quella famosa e strana danza fatta negli studi di Letterman sembrasse improvvisata, la verità è che l’artista mescola elementi di recitazione, teatro-danza e danza contemporanea, con veri elementi coreografici. La sua è una forma di comunicazione non verbale con il proprio pubblico, cerca una connessione ad un livello ancora più profondo di quello che può dare la musica. Canta rivolgendosi a specifiche persone davanti a lui, o almeno dando l’impressione di farlo, i testi delle canzoni diventano un dialogo diretto fra lui e chi si trova sotto al palco. Così come i gesti che fa mentre canta danno enfasi a quello che esprime con le parole: sembra quasi “viverle” sul palco. Da qui anche la necessità di introdurre sempre la canzone e il tema che la riguarda, per far si che questa connessione si instauri ancora prima che il pezzo parta. In modo particolare si è fatta notare per la sua dolcezza proprio l’introduzione di Seasons (Waiting On You): “Questa canzone parla di quella persona che aspetti per tutta la vita e spero che quella persona sia qui con voi stasera” .
In aggiunta a questa teatralità c’è un’energia incontenibile che lo pervade. Si diverte e vuole far divertire il pubblico, riesce a farsi volere bene (immensamente bene), sembra, per fare una battuta, una sorta di Lorella Cuccarini intrappolata nel corpo di Renato Pozzetto. Un Renato Pozzetto però terribilmente atletico e preparato fisicamente, perché per saltare e muoversi senza sosta per due ore a 40 anni, è necessario essere molto allenati. Al di là delle battute però, Samuel T. Herring è forse il più grande performer dei nostri giorni. E il resto della band? Composti, chirurgici, potenti. Concentrati completamente sull’esecuzione (magistrale) sempre fedele alla versione originale, senza distogliere in alcun modo l’attenzione dal loro frontman. Fondamenta solide formate da basso e batteria (quasi un unico corpo, impeccabili sotto ogni punto di vista) sulle quali i synth disegnano tutti gli elementi melodici e armonici della loro musica.
Nella scaletta del concerto ha spiccato in modo particolare e inaspettato una doppietta un po’ inusuale per quello che è il sound canonico della band, Give Me The Ghost Back, con la sua costruzione stratificata di synth e il mid-tempo di The Sickness. Un momento particolarmente toccante è stata la chiusura con Little Dreamer, in cui si sono esibiti con la scenografia spenta (tre cerchi di led molto semplici ma incredibilmente efficaci), e a “luci accese”, momento nel quale Herring ha ricordato, come dicevo all’inizio, che la band è in giro da vent’anni ed è molto fortunata ad avere ancora così tanta gente che canti le sue canzoni.
Un live che ha restituito ai presenti un senso di pace interiore, di entusiasmo, libertà e positività. Si può dire che nessuno o quasi stesse fermo, per il mix di ritmi in levare e la voglia di seguire Herring nei suoi volteggi. La misura di queste sensazioni l’ha data un momento particolare alla fine del concerto in cui i quattro sul palco sono rimasti in silenzio e quasi immobili per diversi secondi, e il pubblico ha iniziato ad applaudire sempre più forte per scaricare in qualche modo l’energia che la band gli aveva trasmesso dal palco. Un momento abbastanza surreale, in cui più di uno si è voltato indietro, perché dal modo in cui Samuel guardava nel vuoto, con la sua teatralità, sembrava ci fosse qualcosa o qualcuno di particolare dietro al mixer.
Ci sono band che non sono disegnate per conquistare un successo mainstream universale, che pur con i loro difetti riescono anno dopo anno, album dopo album, a fare di quei difetti i loro punti di forza, il loro marchio di fabbrica per distinguersi dagli altri, cesellando piano piano un suono che diventa sempre più solido e convincente. Band che parlano alle persone con un livello di connessione profondo, che le grandi pop/rock star non potranno mai avere, nonostante i proclami di vicinanza verso il proprio pubblico. Ci sono band che sì non saranno perfette ma ce le teniamo strette, perché sanno regalare serate speciali, che vanno anche al di là della musica in sé.



