Intervista ai Wilco: “Alla fine, sul palco siamo sempre contenti di quello che facciamo”

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Wilco Band 2022 2023

In attesa di rivedere i Wilco in Italia, dove saranno per due date ai festival Acieloaperto a San Mauro Pascoli in provincia di Forlì-Cesena (24 agosto) e al TOdays di Torino (25 agosto), Mauro Fenoglio ha intervistato il chitarrista Nels Cline

di Mauro Fenoglio

Dal 2004 il chitarrista compositore di Los Angeles Nels Cline è il rifugio rassicurante per i tormenti e l’ansia dell’inquieto Jeff Tweedy. Arrivato quell’anno nei Wilco, insieme al polistrumentista Pat Sansone, all’indomani dei picchi d’ambizione (e sofferenza) in studio, Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born, Cline è subito diventato una delle chiavi per innalzare il livello di resa dal vivo del gruppo di Chicago. Forte della sua storia di collaborazioni aperte con talenti del pop e rock mondiale (da Thurston Moore a Carla Bozulich a Mike Watt), della sua curiosità febbrile per musiche di mezzo mondo. Il primo album dei Wilco a cui prende parte in studio, è quello della prima apparente normalizzazione, quel Sky Blue Sky del 2007, che aveva la sola colpa di non ambire alla stratificata ricerca di suono dei precedenti. Che riportò l’etichetta “country” in casa, quasi fosse una colpa. Eppure, basta ascoltarsi il volo da psichedelia gentile della chitarra (ed effetti) di Cline in Impossible Germany, per capire che certe letture dovrebbero prendersi un po’ di tempo in più, per arrivare a frettolose conclusioni. E poi, basti il trattamento Cline + Sansone delle tracce più iconiche dei due fondamentali album del triennio 2002 /2004, nel maestoso live Kicking Television del 2005, per capire quanto la coppia rappresenti quell’anello mancante, per legare finalmente la cornucopia di idee di Tweedy alla piena realizzazione sul palco. Eppure, questo 67enne, che ha iniziato a suonare la chitarra a dodici anni, in coppia con il gemello nei Homogenized Goo, coverizzando Jimi Hendrix, che ha suonato in più di 150 dischi di jazz e rock, rimane un gentiluomo, umile e gentile. “Non vorrei sembrare irrispettoso” è uno dei suoi incisi tipici, prima di rispondere a qualsiasi domanda. La sua band ha pubblicato un nuovo album nel 2022, Cruel Country, ambivalente titolo per un viaggio di tradizione e tentazione, che li ha rivisti suonare tutti insieme a The Loft a Chicago, dopo l’esilio pandemico. Tornano a sui palchi d’Italia ad agosto (fra le date, a Villa Torlonia a San Mauro Pascoli in provincia di Forlì-Cesena per Acieloaperto il 24 agosto e il ritorno a Spazio 211 a Torino, il 25 agosto, per il TODays, 16 anni dopo la loro prima leggendaria apparizione su quel palco). Poco prima di pubblicare un nuovo capitolo della loro storia. The Cousin, in uscita a fine settembre si preannuncia come un’altra invenzione di Tweedy per scombinare le carte, chiamando questa volta la vulcanica Cate Le Bon al banco di produzione. Una nuova sfida che Cline ha raccolto con la solita tranquillità e curiosità. Tanto, alla fine, è sempre e solo rock’n’roll. Come ci dice lui stesso, da casa, a New York.

Nels Cline wilco
(Credit: Carolyne Cole)

Facciamo un viaggio indietro nel tempo. Qual è il tuo primo ricordo musicale?

“Devo andare molto indietro nel tempo. I miei genitori erano entrambi professori in una scuola di Los Angeles. Erano molto interessati alla musica, oltre che alla recitazione. A mio padre piacevano molto i musical di Broadway. Forse le prime musiche che ho ascoltato erano quelle dei musical Un Violinista Sul Tetto o Funny Girl. Ho visto addirittura gli spettacoli insieme al mio gemello Alex, quando eravamo molto piccoli. Ricordo anche la mia reazione a The Grand Canyon Suite, composizione orchestrale di Ferde Grofé. Mi ricordo la copertina, con una foto di asini che scendevano lungo la mulattiera del canyon. Ascoltavo il pezzo e me li immaginavo uno in fila all’altro. Ovviamente, anche dischi per bambini come Sparky And His Magic Piano. Ma la mia prima epifania musicale è stata a dieci anni, quando la mia maestra delle elementari, durante una lezione sull’India, fece suonare un’intera facciata di uno dei dischi di Ravi Shankar su World Pacific Records. In particolare, un disco in coppia con Ustad Alla Rakha alla tabla. È stato un momento importante per me. Mi ha fatto capire come la musica potesse essere per me non solo evasione, ma anche obbiettivo. A quell’epoca iniziai anche ad interessarmi ai Byrds. Era il 1965 o il 66 e cominciavano a sviluppare il loro suono”.

Quanto la tecnologia e lo sviluppo della chitarra come strumento ha influenzato il tuo modo di suonare?

“Credo che l’innovazione che ha avuto più impatto per i chitarristi sia stata l’introduzione del pedale loop per gli effetti. La possibilità di riprodurre dal vivo sul palco suoni, che prima si potevano creare solo in studio, è stato un gran cambio. Riverberi, delay, armonizzazioni sono riproducibili facilmente ora. Io non uso nessun software di modellazione dell’amplificazione, ma uso un pad e una consolle da DJ, per poter imitare certi effetti eco, per creare effetti psichedelici senza ricorrere ai registratori a nastro. Che sono, si molto preziosi, ma anche molto complicati da manutenere quando sei on the road”.

Il tuo approccio alla musica ti ha portato a conoscere musiche di diverse culture e tradizioni. Come sai, è diventato molto complicato tracciare una linea netta che distingua contaminazione da appropriazione. Come gestisci quel delicato equilibrio, senza che infici la tua naturale curiosità?

“È una domanda molto pesante, amico mio. Non voglio certo suonare come uno che non pensa a certe cose o che è insensibile. È certamente difficile, perché sono il più vecchio nei Wilco. Come ti ho detto prima, sono cresciuto partendo da Ravi Shankar, che mi ha incuriosito così tanto da farmi pensare di voler imparare a suonare il Sitar, come primo strumento. Se il mio stile chitarristico in qualche modo rivela il mio amore per la tradizione africana occidentale di gente come Group Doueh, per la musica Tuareg, o per musicisti del Mali come Tinariwen, significa che mi sto appropriando indebitamente di qualcosa che non è mio? Non credo. Queste musiche sono parte della mia vita interiore e sono fonte d’ispirazione. Non vado certo in giro cercando d’imitarle a tavolino, ma la loro ispirazione è molto forte. Così come Miles Davis può essere una fonte d’ispirazione o altre forme musicali della comunità nera negli Stati Uniti. Questi collegamenti vengono fuori senza troppi filtri, anche se mi rendo conto che oggi mi verrebbe richiesto di averne molti di più. Cerco sempre di non essere irrispettoso o manifestamente imitativo, ma penso che l’essermi riferito a quei riferimenti, da quando ero molto giovane, è stato un modo, nel mio piccolo, di renderle anche riconoscibili in un contesto diverso. Mi approccio ad esse ancora con rispetto e trepidazione. Sono molto vecchio ormai e non so quanto io possa ancora cambiare. Sono cresciuto in un mondo in cui i mezzi d’informazione iniziavano ad espandersi e diventava improvvisamente più facile sentire suoni esotici o lontani, come la musica gamelana o del Madagascar, da dischi che magari ti venivano spediti a casa. In modo molto naturale, senza che ci fosse alcun rischio di appropriazione”.

Ci dici qualcosa delle sessions al the Loft per Cruel Country? Da dove è venuta la decisione di registrarlo in presa diretta, suonando tutti insieme? Solo una reazione alla liberazione post pandemia?

“Non so dirti quale sia stata la ragione esatta di quella decisione, al di là del trovarsi tutti insieme in una stanza a suonare. Le canzoni sono state costruite durante il lockdown inizialmente da Jeff, che ha iniziato a farcele ascoltare mentre eravamo in isolamento. Per esempio, una canzone come The Universe parte da un’idea alla chitarra suonata da Patrick, a casa sua a Nashville. Ero molto depresso durante il lockdown, pensavo di dover fare qualcosa di più per il mondo oltre a suonare. C’era quindi il desiderio di trovarci di nuovo tutti insieme in uno stesso spazio a suonare. Avevamo già provato quel tipo di approccio prima della pandemia, andando a The Loft a Chicago, per suonare insieme in un solo pomeriggio le cover dei Beatles Don’t Let Me Down e Dig A Pony per il documentario di Peter Jackson sul quartetto. Ci siamo chiesti se volessimo riprodurre quel feeling, dopo la fine dell’isolamento, e lo abbiamo semplicemente fatto”.

C’è questa pigrizia critica nel definire i Wilco, attingendo alla facile etichetta “country”.Tu sei arrivato nella band nel 2004, prima della pubblicazione di Sky Blue Sky, un album molto lineare se paragonato ai complessi Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born. Sky Blue Sky e’ stato inizialmente sottovalutato proprio per il suo approccio tradizionale. Dopo 19 anni con loro, cosa pensi che sia la parola “country” per i Wilco?

Sky Blue Sky è stato il primo album in studio della formazione attuale. Non ho mai pensato a Yankee Hotel Foxtrot o A Ghost Is Born come dischi sperimentali. Forse, per il mio approccio e la mia formazione musicale. Certo, sono dischi molto eccitanti, con estese esplorazioni sonore che Sky Blu Sky non ha. Ma musicalmente, è un disco molto interessante, pur avendo una cifra sonora più modesta dei due precedenti. Principalmente perché, come per Cruel Country, è stato per lo più suonato dal vivo insieme a The Loft, in cerchio, con amplificazione e ritmiche minime. riducendo anche la necessità di sovraincisioni. Inizia anche con una canzone molto lenta e delicata come Either Way, che forse ha dettato un po’ dei giudizi preliminari su tutto il disco. Personalmente non riesco a giudicare nessuno degli album dei Wilco come ‘country’. C’è una tradizione cantautoriale di cui Jeff è molto conscio, certo, che guarda al folk e al country nelle strutture armoniche e nei testi. Ma, alla fine Jeff riesce a tirarsi fuori dalla familiarità di un certo tipo di scrittura, in modo peculiare. Cruel Country è forse più tradizionale, non avendo chitarre distorte o un drumming particolare. Credo che il riscontro che Sky Blue Sky ha poi avuto nel tempo, sia solo la conseguenza del fatto che le persone devono avere il tempo di familiarizzare con ogni nuovo album dei Wilco” (ride nda).

Ci parli dell’incontro con Cate Le Bon per il nuovo The Cousin, che uscirà fra poco?

“Mi piacerebbe rivelarti una grande storia ma, molto banalmente, Jeff ci ha proposto l’idea e tutti abbiamo detto di sì. Lei è venuta a Chicago, restandoci a lungo. Ha lavorato molto con Jeff nella post produzione e nel mixing, ma nella parte iniziale della gestazione dell’album è stato Jeff a dirigere tutto. Lei aveva idee molto specifiche. Nel mio caso, passava dall’articolare idee musicali seguendo un percorso più nozionistico a formulare proposte più metaforiche. Ricercava un suono specifico, che provava a descrivere secondo logiche non musicali. Io la ascoltavo seduto, provavo delle cose fino a che non trovavo la chiave che lei cercava. È stata un’esperienza particolare per me. Jeff è molto creativo e intelligente: non fa mai la stessa cosa due volte. Il nuovo album ha seguito un metodo completamente diverso da Cruel Country. Gli piace sconvolgere, mischiare le carte. Anche se non so bene come descrivere il disco nuovo, che sarà di sicuro diverso dal precedente. Ci sono alcuni episodi di soft rock, altri più scuri e strani”.

Nels Cline Wilco 2
(Credit: Carolyne Cole)

Questo mese suonerete di nuovo a Spazio 211, a Torino. La prima volta, il 17 luglio del 2007, durante l’esecuzione di Spiders (Kidsmoke) andò via la corrente sul palco. Jeff Tweedy e Glenn Kotche continuarono ad accompagnare con chitarra acustica e tamburi il pubblico che non smise di intonare il coro a ripetizione, per diversi minuti.  Fino a quando la corrente tornò, tu riprendesti il riff di chitarra come se nulla fosse successo e il pubblico esplose con voi per il finale. Fu una cavalcata psichedelica di venti minuti, un momento quasi storico che molti ricordano ancora a Torino.

“Me lo ricordo molto bene. Sono molto contento di tornare, perché spero di incontrare di nuovo i fratelli Opalio dei My Cat Is An Alien, che erano lì quella sera. Magari sono ancora in giro e riesco a salutarli. Quello è stato un momento di folle e spontaneo rock’n’roll. Alla fine, sul palco siamo sempre contenti di quello che facciamo e tiriamo avanti, indipendentemente da quello che succede. Recentemente, al terzo concerto di fila a Reykjavík, la mia strumentazione ha deciso di lasciarmi improvvisamente. Per dieci minuti ha smesso di funzionare e Jeff si è messo a cantare con il pubblico. Lui sa essere un vero entertainer. Comunque quella sera a Torino è stato memorabile”.

Nonostante siate dei musicisti tecnicamente molto preparati, ho sempre avuto l’impressione vedendovi dal vivo, che sul palco ricerchiate di più l’intuizione, il gioco, il divertimento, pur partendo da un livello di elevata professionalità. Alla fine è solo rock’n’roll?

“Corretto. Assolutamente. È la ragione per cui sono entrato nei Wilco. Li avevo già visti dal vivo più volte dai loro inizi ed erano bravi, ma mancavano forse di forza e consapevolezza. Uso sempre la parola “architettura” quando parlo di Jeff, perché ha un talento di scrittura e una capacità di produrre nuove idee non comune. Credo che, alla fine, noi forse riusciamo a completare quella sua capacità, con la nostra attitudine sul palco, dove tutto diventa più intuitivo e gioioso”.

Hai collaborato con tantissimi artisti in passato. Mi dici una collaborazione che vorresti tentare in futuro?

“Oddio….. Me lo hanno chiesto già un paio di volte ed è sempre tremendamente difficile rispondere. Posso pensare a tanti nomi sconosciuti. Per esempio, ultimamente, suono molto con un chitarrista amico mio di Brooklyn che si chiama Gregg Belisle-Chi. Vorrei fare degli house concerts con lui. Mi vengono in mente tanti dei musicisti con cui ho collaborato in passato, come per esempio, Zeena Parkins oppure Thurston Moore con cui mi piacerebbe rifare qualcosa come Pillow Wand. Sono sicuro che dopo questa conversazione mi verrà in mente un nome famoso che avrei dovuto assolutamente citare. Non so, Beyonce oppure Rihanna. Magari, riuscirei a mettere su un bel duo anche con una di loro!”

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