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Intervista a Tre Allegri Ragazzi Morti e Cor Veleno: “Oggi non ci diamo la possibilità di credere nell’altro”

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In occasione dell’ultima data del tour all’Hiroshima Mon Amour di Torino, abbiamo incontrato i Tre Allegri Ragazzi Morti e Cor Veleno per farci raccontare di Meme K Ultra, il loro primo disco insieme

di Renato Failla / foto di copertina Antonio Viscido

Il 25 marzo di quest’anno è stato pubblicato l’album Meme K Ultra per La Tempesta, un disco nato dalla collaborazione tra Tre Allegri Ragazzi Morti e Cor Veleno, due tra i più importanti progetti musicali italiani degli ultimi trent’anni. Due entità musicali diverse nei loro generi – da una parte le chitarre Rock contaminate dai ritmi e sonorità sudamericane e Reggae, dall’altra l’Hip Hop non convenzionale – che si incontrano a metà strada per far confluire le loro esperienze in un lavoro capace di crearne una terza a sé stante. Tra ritmi cadenzati, synth, bassi corposi, batterie pulsanti, scratch, flow serrati e melodie vocali squisitamente Pop, Meme K Ultra è sinonimo di libertà, la stessa cantata ne La gente libera, il singolo apripista e chiave di lettura per comprendere al meglio questo nuovo ed inedito progetto. Per artisti abituati a portare “per strada” il proprio messaggio musicale e culturale, il tour conseguente è stato il vero banco di prova su cui costruire un nuovo pubblico variegato ed omogeneo allo stesso tempo, capace di presenziare sotto il palco con la stessa intensità durante tutto il concerto, nei momenti in cui le due band si incontrano per suonare il loro album insieme come nei rispettivi singoli set per ripercorre parte della carriera di ognuno. L’ultima tappa di questo lungo tour estivo si è conclusa il 15 settembre all’Hiroshima Mon Amour di Torino, per l’occasione sono andato ad assistere ad una festa non solo di ricordi ma di presente e futuro, lo stesso di cui si parla nella lunga e stimolante chiacchierata fatta con Grandi Numeri e Luca Masseroni prima della loro ultima data insieme. Seduti ad un tavolino a poche ore dal live, tra suggestioni sul presente e futuro del mondo, racconti di quel lungo processo creativo iniziato nel 2019, di Argentina, Doors, Imagine Dragons e Crossover, David Byrne e DIY nell’era digitale, ho avuto nuovamente conferma di come la musica possa essere ancora veicolo di libertà e forza collettiva se alla base esiste la fiducia nell’altro.

Com’è andato il tour fino ad oggi?

Grandi Numeri: “È andato molto bene, ci abbiamo messo tanto cuore e passione nel riuscire a mettere tutte le idee in undici tracce del disco e portarle sul palco, perché era importante, era la scommessa su cui puntavamo. L’abbiamo portato in giro per tutta l’estate, a parte qualche pausa forzata, però fondamentalmente siamo orgogliosi. Per quanto mi riguarda c’ho messo tutto quello che potevo”.

Tre Allegri Ragazzi Morti e Cor Veleno sono due progetti musicali di generi differenti che raccolgono pubblici diversi. Quello di questo progetto com’è composto?

GN: “Beh, magari Luca (nel frattempo si siede Luca Masseroni, Tre Allegri Ragazzi Morti, nda.) me la lascia passare questa cosa. Siamo riusciti a creare un pubblico più fluido che andasse un po’ oltre gli steccati del genere. Quello dei Tre Allegri ascolta tanta musica, è cresciuto con loro e ha fatto palestra, scoperto sonorità che non sono esclusiva del Rock e poi con La Tempesta hanno creato la vera scene Indie italiana. Noi Cor Veleno siamo sempre stati abbastanza ibridi, sul sound, non ci siamo mai fermati al contorno dell’Hip Hop vero e proprio”.
Luca Masseroni: “Anni fa sono stato in Argentina e Brasile e ho visto che la gente ama la musica e le canzoni di tutti. Sono un po’ cresciuto abituato a sentir dire: «Mi piace Jovanotti e non mi piace Ramazzotti», dico così per rima. Devo dire con grande sorpresa – sembro un po’ l’artista che se la butta e si compiace – che durante il loro set vedevo le stesse persone nel pubblico cantare le loro canzoni e poi le nostre. Ecco, questa cosa mi ha molto colpito – scusami Giorgio perché non te l’ho mai detto durante questi concerti (risate, nda.) Ed è bellissimo perché invece pensi che magari la gente ascolti per settori”.
GN: “Ovviamente c’è anche gente così, ma lo scopo finale era riuscire a mettere insieme tante persone. Davide Toffolo dice sempre che è una festa, in questo caso sì perché per la scena musicale italiana è qualcosa di abbastanza inedito”.

Considerando il Rap da una parte e il Rock dall’altra, un tempo molti lo avrebbero chiamato Crossover ma vedendo il significato letterale del termine siete veramente andati oltre, anche in relazione ai musicisti di diverse estrazioni presenti nel disco.

GN: “Credo sia una cosa partita da molto lontano, prima del crossover stesso. Già negli anni 60 e 70 abbiamo assistito alla musica Folk mischiata con il Rock. Manzarek dei Doors, per esempio, in un documentario afferma che loro non volevano fare Rock ma provare a fare come James Brown, solo che veniva fuori un Funk abbastanza ridotto. Il Crossover degli anni 90 è stato quasi come una necessità discografica. Per dire, oggi anche gli Imagine Dragons fanno Crossover e nessuno li chiama così. All’estero questa cosa è già superata da un pezzo”.
(intanto si alza per andare a prendere una birra).

Siete due realtà molto affiatate con alle spalle tanti anni di lavoro, come avete fatto a far incontrare i due mondi?

LM: “Lo dico con un po’ di malinconia perché stiamo chiudendo il tour: la chimica, il cortocircuito di ogni band è una cosa che da fuori nessuno può conoscere, come i rapporti familiari. Non c’è stato proprio un tempo di fusione reciproca, però è stato inevitabile e bello e la cosa importante quando una formula musicale sta in piedi è bene sapere perché sta in piedi. Questo disco è cresciuto nello studio dei Cor Veleno e personalmente da batterista e come approccio personale sono entrato in punta di piedi. Avendo avuto una formazione musicale anche con il Reggae, il Rocksteady, con quell’andamento ritmico un po’ a gobbe di cammello sorrido nel pensare a questo mostro per i batteristi che è il click, perché in studio lo uso ma nei live no. In questo progetto non sono più da solo a tenere il mio tempo ma c’è il metronomo che può fare da collante coi vari strumenti, ritmicamente, ed è una cosa molto più strettamente musicale come atteggiamento, un po’ più chirurgica, più guidata. Però per me esperienza bellissima, secondo me l’ensemble è uscito bene”.
GN: “Sì, poi a livello sonoro, a volte è prodotto in studio in un modo e magari dal vivo ha una sua funzione, quando suoni con una band storica come la loro con tanti live alle spalle…”
LM: “Beh, reciproco…”
GN: “…Hai un impatto che è unico”.

Vi capita di guardarvi intorno per cercare di capire che percorso stia facendo la musica in Italia?

GN: “Si sta sperimentando sicuramente più che in passato. Ovviamente ci sono sempre stati dei pionieri, dei precursori, però in generale ora lo si fa di più, proprio riguardo a ciò che ti ho detto prima a proposito del Crossover. Anche nella stessa Dance, non il genere musicale che prediligo, i produttori ora si sono finalmente spostati dalla classica cassa dritta per creare la canzone Pop sperimentando molto di più”.

Mi sembra ci sia una tendenza sempre maggiore tra le persone più giovani ad intraprendere la carriera solista, forse per comodità ed egoismo…

GN: “Forse perché hanno mangiato la foglia. Hanno capito che nessuno è in grado di gestirti meglio di te stesso quando hai qualcosa di valido – ovviamente c’è anche tanta gente che si autoproduce ma il risultato è pessimo – nel momento in cui hai un bel team. Inseguire la forma classica della promozione, dell’etichetta, che non esiste praticamente neanche più, è inutile, quindi è meglio essere indipendenti, riuscire a finalizzare il prodotto con gente che fa parte del tuo mondo, dei veri e propri collettivi in cui non ci sono solamente i musicisti sul palco. Da un lato è meglio così, però dall’altro… c’è un po’ di nostalgia del periodo in cui i talent scout delle case discografiche riuscivano a trovare la gemma da far brillare al massimo. Credo che i giovani abbiano capito un po’ le dinamiche, metabolizzate e messe al servizio di un approccio diverso. Parliamo ovviamente ad un livello generale di attitudine, ci sarebbero tante parentesi da aprire perché ci sono dei casi interessanti, belli, innovativi e altri che sono molto ridondanti”.
LM: “Per me è un momento strano. Anche se sono abbastanza distante, non seguo molto, ho la sensazione ci sia sempre quel divario come nella popolazione, tra i ricchi e i poveri. Allora facciamo che i poveri sono quelli del circuito indipendente che fanno alla vecchia maniera, ci metto anche questo progetto”.
GN: “Sì, perché è una cosa nata tra noi, non dentro uno studio discografico”
LM: “Sì, vedo un tipo di interazione diversa. Prendendo l’esempio dell’artista singolo, alle volte può essere controproducente perché costruiscono un gruppo di musicisti intorno e quel famoso corto circuito che si innesca in una band non è così forte, in quella modalità un po’ busker con cui tanti si sono formati nel passato. Però rispetto a chi fa musica oggi, magari per un target giovanile che ha un tipo di interazione da social, c’è una formula diversa. Per quello ti dico faccio il vecchio, non conosco, disconosco ma riconosco sia sicuramente un processo. E allora, vedendo i gruppi storici, quando ero ragazzino io era il periodo in cui c’era ancora una storicizzazione e mitizzazione dell’artista e penso magari potrebbe essere così anche un domani, lo vedo in alcuni giovanissimi che imbracciano lo strumento, non stanno lì ad inserire solo la chiavetta. David Byrne nel libro Come funzione la musica spiega che negli anni 90 le multinazionali assorbivano queste major ma senza livellare tutto, facevi un grande prodotto, anche se magari Pop. Quando ero adolescente e leggevo, avevo una certa idea della cultura, criticavo molto un certo tipo di comunicazione; e per quanto fosse magari una cosa collegata al gusto personale di vedere quel telefilm piuttosto che il programma di intrattenimento, inconsciamente capivo che probabilmente questo lavoro c’era. Quindi, forse, questi sistemi di intrattenimento hanno creato un senso critico sempre meno forte, tanto che oggi siamo diventanti così cronici come società dell’immagine che non c’è più tanto quel rapporto fisico con le cose”.
GN: “Oltre ad essere d’accordo con quello che ha detto Luca, aggiungo che il pubblico dei Cor Veleno e Tre Allegri non fa da sparring partner a questo tipo di approccio molto semplicistico. Io sento tantissimo Pop travolto da questa spirale di mediocrità. L’esempio del Grande Fratello Show, non quello di Orwell, tremendo già alla prima edizione, è andato solo peggiorando perché la mediocrità implica l’abbassamento dell’asticella. Se prima hai fatto una cosa poi non può farne una migliore ma devi andare a peggiorare perché vuoi sempre di più che abbia efficacia. Per fortuna, esistono dei prodotti Pop validi, il primo che mi viene in mente è La Rappresentante di Lista, i testi ce li ha. Al di là dei singoli che magari sono un po’ più di impatto per l’airplay radiofonico, loro fanno dei dischi che sono stupendi”.

A proposito di contenuti, il titolo del disco ha anche la parola “Meme” al suo interno, un metodo con il quale ormai si comunica sui social nel commentare questa o quella notizia.

GN: “Il meme è subdolo. Fa ridere anche me, naturalmente, però è figlio della civiltà delle immagini, come un cartellone pubblicitario, uno slogan. Familiarizzano con quello e poi lo ripetono all’infinito. Ogni meme ha un messaggio veicolato dentro, importante o meno, stupido o no, però aiuta quel processo di comunicazione per immagini, come dicevi tu, andando subito al dunque senza crearti il bisogno di capire più di tanto. E questo può abbassare sì il livello critico ma in più non permette lo sviluppo del pensiero individuale, perché vieni assorbito dallo schema in cui tutti condividono la stessa cosa con quell’unico linguaggio e fare la voce fuori dal coro diventa più difficile, cercare di creare una discussione perché magari la risposta data è che è tutto scritto nel meme, non c’è altro da dire”.
LM: “Io confesso, sono diventato tuo fan quando ho sentito quella citazione del K Ultra (risate, nda.)”.
GN: “Penso che in questa era di complotti, a cui uno può credere o non credere perché per fortuna siamo in un contesto in cui si può avere un’opinione libera riguardo le cose, il più grande riguardi la fine della fiducia nei confronti dell’altro. La società è talmente polarizzata che ognuno ha il suo modo di pensare senza però la volontà al confronto. Il mio pensiero è mio e non accetto né di dare spazio ad un’idea diversa e né che possa cambiare la mia sulla base di un convincimento esterno. Non ci diamo la possibilità di credere nell’altro”.

Domanda difficile: parlando del disco, c’è una canzone preferita o sono tutti figli uguali?

GN: “Ce ne sono due in particolare anche se, ovviamente, mi piacciono tutte. Una è La tua anima che balla perché mi ha dato la possibilità di lavorare, oltre a tutti gli artisti presenti nel disco, da Adriano Viterbini con cui avevamo già lavorato, a Metal Carter, Bearzatti, con Mimosa che per me è una potenza. Già dalla prima volta in cui l’ho sentita, nel primo disco, sono rimasto folgorato. E poi La gente libera a livello di sound, di idee, di ciò che racconta. Quando ci incontravano in giro, a me e Davide Toffolo, e ci chiedevano che disco avremmo fatto…”
(inspiegabilmente si accende l’assistente vocale del telefono che risponde “Non credo di aver capito”)
GN: “Ecco… (risate, nda.) E insomma, pensando a La gente libera mi veniva da dire New Wave (ancora risate, nda.) rispetto alle sonorità, ai synth, alle batterie incazzate e bassi ossessivi. Molti mi guardavano stupiti pensando a come fosse possibile mettere la New Wave col Rap. Però è così, figo”.
LM: “Da batterista, Chiedo il nome è quello che ha bella una fisicità. Per il testo La gente libera e poi mi piace molto Meglio andarsene affanculo per il tipo di attacco che mi ha preso dal primo ascolto, tanto che quando Giorgio registrò nuovamente la voce, più precisa, in bolla, ci sono rimasto un po’ male (risate, nda.). Quasi mi veniva dire a Squarta, No, ma prima era più underground”.
GN: “Quando lo ristamperemo la metteremo. Il disco è stato concepito prima della pandemia, poi con l’arrivo di tutto noi musicisti abbiamo per primi subito gli effetti di questa libertà condizionata. Al tempo mi trovavo all’estero e ho registrato canzoni tipo Come le onde e questa da solo, con uno studiolo che avevo messo su un po’ a caso per portarmelo dietro ed è stata una fortuna, ci ha permesso di portare avanti determinati provini. Ti ringrazio Luca e anch’io riconosco che quella canzone come altre erano belle anche quando le abbiamo registrate all’inizio, però poi entri in studio, hai a disposizione strumenti, possibilità di fare più cose ed inevitabilmente si trasforma un po’ ”.

Volge al termine questo tour, quindi l’altra faccia del lavoro di un disco. Avete avuto mai la possibilità di fermarvi un attimo in questo periodo per pensare a cosa potrebbe esserci dopo?

GN: “Credo sia naturale pensare al dopo, poi se ci sarà la possibilità di ritrovarci in studio qualcosa tireremo fuori ma è anche giusto ci sia modo per creare cose nuove dei rispettivi progetti e questa è stata una di quelle fondamentali, per quello che mi riguarda. Io sono disponibile, se ci sarà voglia, lo faremo”.
LM: “Secondo me questo disco diventerà uno di quei grandi classici”. (e gli occhi un po’ brillano, nda.).
GN: “Ma me l’hanno già detto… i 99 Posse, uno dei gruppi che ha fatto la storia della musica contemporanea, già dal terzo ha iniziato a sperimentare molto di più, contaminando tanto per andare oltre gli steccati della musica. Anche se l’attitudine è diversa dalla mia, magari da quella dei Tre Allegri, è importante ci siano lavori capaci di sintetizzare tantissime sfumature della vita, dell’idea di fare musica, della poesia che c’è dentro. Toffolo ha fatto anche in questo disco delle canzoni manifesto. È bello che sia così, fare questo, andare avanti, tornare, magari fare in un’altra maniera, trovare altre direzioni. La bellezza di avere la libertà, di fare le interviste è anche questa no, il fatto che non sono interviste e basta, a volte c’è anche il mondo che contribuisce a farle…”. (nel frattempo veniamo distratti da un po’ di persone che entrano in stanza)
LM: “Io volevo dire: «Ciao mamma, butta su l’acqua per gli spaghetti». Ah no, non è un’intervista radio?”

L’arrivo improvviso di chi dovrà sistemare la cena per le band prima del live interrompe bruscamente quel clima di tranquillità e chiacchiere creatosi tra due che sembrano già vecchi amici, che si raccontano un pezzo di vita insieme e la buttano sul ridere rispetto a quell’inconveniente finale, perché forse l’ironia è la prima chiave per affrontare seriamente la vita e la musica come i Tre Allegri Ragazzi Morti e Cor Veleno hanno sempre fatto e continuano a fare.

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