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di Caterina Cardinali

Davvero poche cose belle sono successe da quando tutta la faccenda della pandemia è iniziata. Seduti, distanziati e disinfettati, ci guardiamo attorno con l’aria di chi non sa bene cosa aspettarsi ma di sicuro sta aspettando qualcosa. Qualcosa di bello, che ci grazi il cuore dal rigore dello scorso inverno, quando chiusi in casa contavamo i giorni e le persone, e tutto sommato poi per tanti la vita andava avanti nella stessa direzione, ma in senso opposto.

Poi a un certo punto si accendono le luci e la serata inizia con il cosiddetto saluto del Sindaco, che ricorda Mirko non solo come un “geniaccio della canzone pop surreale” come si legge sul sito dell’evento, ma soprattutto come una persona che teneva alla sua città e voleva farla evadere dai confini del provincialismo. Difatti Mirko Bertuccioli, assieme a Vittorio Ondedei e Anthony Ettorre, avrebbero dovuto curare la sezione sperimentale di musica e cinema all’interno del Pesaro Film Festival. Questo preambolo serve a sottolineare che tutto c’era meno che la sregolatezza, dietro al genio musicale di Zagor, che di fatto collaborava attivamente allo sviluppo della sua città, una città che conta nella sua amministrazione un assessorato alla bellezza, e forse non è un caso.

Così partecipare a Luccichini Dappertutto in commemorazione di Mirko Bertuccioli, è stato un po’ come compiere un rito di bellezza e rioccupare uno spazio rimasto vuoto per troppo tempo.

Ad aprire le danze arriva Vittorio, “Toto”, che ci invita a ballare muovendo dita e palpebre, dal momento che non è possibile utilizzare L’anca, canzone manifesto del movimento libero e di riappropriazione dello spazio personale, che spesso negli ultimi mesi ci era mancato.

“Iniziamo”, annuncia Toto e da qui in poi il palco si trasforma in qualcosa di più simile ad una jam che ad un concerto, dove ad ogni pezzo dei Camillas si alternano a cantare gli amici di Zagor, e ognuno di loro rappresenta una parte della sua personalità: quella più melodica e naif di Bisonte, con Lo Stato Sociale e i Bluebeaters, quella più romantica con Calcutta e La canzone del pane, quella nonsense di Sbranato con Pop X, quella più rock’n’roll di Mi dai fastidio con Maria Antonietta. E poi c’è l’anima scanzonata e corale di Auroro Borealo, quella più drammatica di Colombre, quella introspettiva di Vanessa Vermouth e Giacchino Turù, quella comica del Duo Bucolico, quella pazza di Giacomo Laser e quella intimista di Brace. Fondamentalmente nessuno degli ospiti ha mai abbandonato il palco, ma ognuno ascoltava seduto ai lati aspettando il momento giusto per intervenire, di nuovo come ad una jam. E poi c’è stata Il Codice, una pioggia di voci che ha inondato la piazza per mezz’ora con il coro: “Ci gonfieremo davvero, diventeremo palloni, palloni blu”, che i palloni blu erano davvero in cielo e in mezzo a quei palloni c’era anche Mirko.

Nelle parole di Vittorio:

Il concerto è stato un prodotto collettivo, a cui ciascuno ha contribuito scegliendo la canzone, costruendo assieme l’arrangiamento e soprattutto interpretandola a proprio modo! E poi libertà di salire e intonare cori e balli. Eravamo tutti assieme in ogni momento.

Di fatto Luccichini Dappertutto non è stato solo un concerto, e nemmeno la parte musicale di un festival del cinema, di fatto è stata la festa di una città che ha celebrato la vita di un uomo attraverso chi lo ricorda, la sua musica e le sue parole, oggi appese nelle luminarie in via Almerici, che si illumina ogni sera con il testo de La canzone del pane.

Davvero poche cose belle sono successe da quando tutta la faccenda della pandemia è iniziata. Luccichini Dappertutto è una di queste. Non dimentichiamoci mai delle cose belle.


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