di Doriana Tozzi

Nadine Shah giunge al quarto capitolo della sua discografia con Kitchen Sink, un album che conferma la sua attitudine a muoversi sinuosamente in ambienti oscuri intorno a cui pulsano ritmi magnetici, con liriche che sottolineano ulteriormente la capacità dell’artista britannica di affrontare tematiche spesso scomode e di cui raramente si parla nelle canzoni. Trentenne felice e soddisfatta, con una vita piena, appagante e ricca di emozioni ed esperienze, Nadine si confronta con temi come il matrimonio e la famiglia, affermando la propria libertà – e quella di tutte le donne – di vivere serenamente una vita alternativa rispetto alla tradizione. Partendo così dalla sua esperienza personale, la cantautrice parla a tutte le donne e ricorda loro che c’è sempre una scelta e che le tradizioni non devono essere mai considerate l’unica opzione possibile. Kitchen Sink segue a distanza di tre anni Holiday Destination, e musicalmente riprende il discorso del suo predecessore senza grandi cambiamenti di rotta, confermando principalmente l’intenzione di Nadine di parlare di attualità, emancipazione e ingiustizie sociali senza alcun tabù.

Ciao Nadine, come stai? Come hai trascorso la quarantena?

“Bene, grazie. In questo momento mi trovo con i miei genitori nel nord est dell’Inghilterra. Il mio periodo di quarantena non è stato molto produttivo a livello di composizione di nuova musica, ma mi sono tenuta comunque impegnata con diverse cose, ad esempio ho iniziato una specie di podcast live su Instagram, in cui due volte a settimana ho intervistato giornalisti musicali. È stato molto divertente”.

Artisticamente produttiva sei stata comunque fino a poco tempo prima del lockdown, infatti da poco hai dato alle stampe Kitchen Sink. In questo album punti i riflettori sul sessismo e sulle tradizioni retrograde che vogliono imporre uno stile di vita come se fosse l’unico possibile. Cosa ti ha spinta verso questi argomenti poco popolari?

“Con questo album voglio sostenere la libertà di scelta. Le donne sono costantemente criticate per ciò che scelgono di fare con il proprio corpo e con la propria vita. Io per prima sono stufa di questa cosa. Non ho bisogno di persone che mi ricordino che sto invecchiando e che potrei non avere più tempo per fare figli. Sono felice di seguire il mio ritmo e preferirei che le persone si fidassero del fatto che so cosa sto facendo senza farmi pressioni. Questa frustrazione la subiscono anche molte mie amiche eppure non ci sono molte artiste che parlano di questo nella loro musica e questo mi ha fatto molto riflettere. Ecco perché l’album è così com’è”.

Con ogni nuovo disco sperimenti soluzioni diverse, spesso distaccandoti dai lavori precedenti. In questo caso la svolta non è netta, perché ritroviamo le sonorità oscure, le melodie suadenti e i ritmi ipnotici ormai tuo marchio di fabbrica, ma sembra che tu abbia concentrato maggiormente l’attenzione sui timbri degli strumenti e sui riff che ho trovato più graffianti. Qual è stato il percorso verso queste sonorità?

“Io ho solo detto a Ben (Hillier, il produttore e collaboratore storico di Nadine, ndr) che volevo che questo album fosse un incontro sonoro tra Dr. John e Sesame Street”.

Quali artisti hai ascoltato maggiormente durante la composizione?

“Dr. John e Naked dei Talking Heads”.

L’album è stato lanciato dal singolo Ladies for babies, un brano che si apre con un ritmo magnetico, una strofa suadente e poi esplode nel ritornello. Com’è nato questo pezzo?

“Il ritmo magnetico che senti all’inizio della canzone è il suono di un cd che salta. Ben lo ha registrato a casa sua, mentre i suoi figli stavano giocando con il lettore cd. Lui pensa sempre alla musica, anche quando gioca con i suoi figli. E ora i suoi figli hanno dei meriti sulla scrittura di questa canzone! Comunque Ladies for babies, come tutte le canzoni dell’album, è nata dalla collaborazione tra me e Ben. Lui è molto più ritmico di me. Mi ha inviato il loop del cd che salta e su quello ci ho scritto la strofa. Il ritornello che avevo in testa in quel momento però non si adattava, quindi abbiamo creato una sezione completamente separata, perché il ritornello doveva essere diverso rispetto all’atmosfera controllata della strofa, doveva trasportare nel caos più totale”.

LFB parla delle donne che per alcuni uomini sono buone solo a fare figli (appunto “Ladies for babies”). Trovi che questo sia ancora un luogo comune nella società di oggi?

“C’è una canzone, All that she wants, degli Ace of Base. La canzone racconta la storia di una donna che sta usando un uomo solo per poter avere il suo bambino. Io ho voluto solo evidenziare un’opinione alternativa, perché sono sicura che esiste”.

Il nuovo singolo invece è Trad, in cui affronti il tema della tradizione del matrimonio e di costruirsi una famiglia ma soprattutto delle pressioni che ancora una volta la società fa sulle donne affinché seguano questa tradizione. Pensi che cambieranno mai certe convinzioni?

“Sì, certo. Ognuno dovrebbe avere la libertà di occuparsi della propria vita. Io spesso mi trovo in conflitto tra il mio femminismo e il mio desiderio di sposarmi. Ma quando ci penso sul serio mi rendo conto che l’unica cosa che mi attrae veramente del matrimonio è la festa. Abbiamo bisogno di conoscere e ascoltare più storie di donne che vivono bene le proprie vite in maniera alternativa rispetto alla tradizione. Dobbiamo conoscere anche storie felici diverse da quelle del classico matrimonio, figli e lieto fine da film. E dobbiamo mostrare come tante di noi trovano la propria felicità in migliaia di altri modi, che non coinvolgono matrimonio o figli”.

Questo singolo è il pezzo più lungo, ossessivo e ipnotico del disco. Si apre con un fade in e si chiude con un fade out e tra essi procede come una spirale che gira intorno al tema centrale. È stata l’idea musicale ad ispirarti le parole o sei partita dal testo e hai cercato una musica che potesse enfatizzarlo?

“In realtà il testo ‘shave my legs, freeze my eggs, will you want me when I am old?’ (mi rado le gambe, congelo le mie uova, mi vorrai quando sarò vecchia?) l’ho scritto diverso tempo fa ed era tutto ciò che avevo quando ho cominciato a pensare al brano, quindi è nato molto prima rispetto alla musica. Lo tenevo in caldo in attesa del momento giusto e la giusta base musicale. A 34 anni mi è sembrato il momento giusto per cantarlo, inoltre è accompagnato da una base che, come molte delle mie canzoni, è giunta dopo un incessante lavoro di idee, costruzioni, rifiniture e ritocchi che alla fine hanno reso Trad questo strano paesaggio sonoro surreale che si può ascoltare nel disco. Ne sono davvero soddisfatta”.

A proposito del lavoro di costruzione di cui parli, in alcune interviste hai dichiarato che il songwriting è un lavoro da coltivare quotidianamente. Come avviene per te questo processo?

“Anche se non scrivi fisicamente ogni giorno, devi tenere la mente aperta e sempre attenta a prendere ispirazione da ciò che ti circonda. Potrebbe essere una conversazione che senti per caso su un autobus o un personaggio che guardi in un film. Ecco come lavoro, sono costantemente sintonizzata e pronta ad assorbire la creatività”.