• 24
    Shares

di Elena Rebecca Odelli

Entrambi siciliani, Lorenzo Urciullo e Antonio Di Martino, entrambe firme note nel panorama discografico italiano. Entrambi, volenti o nolenti, hanno cambiato in qualche modo la strada dell’indie senza accomodarsi sulle facili dinamiche del pop. Colapesce e Dimartino alzano la posta in gioco e il 5 giugno pubblicano un album collaborativo, I Mortali. Un disco che si pone in contrapposizione rispetto alle dinamiche musicali odierne creando un sodalizio musicale che suona come una band rodata e dà vita a un linguaggio che non è proprio né dell’uno né dell’altro. Un album in cui entrambi spingono sull’acceleratore della provocazione non risparmiandosi in immagini e citazioni. Sullo sfondo la Sicilia, la loro terra, senza luoghi comuni ma fotografandone alcune caratteristiche proprie dell’italiano. Se è vero che Bufalino diceva che siamo tutti morti in incubazione è anche vero che la nostra società pone l’immortalità come un bisogno latente di ognuno di noi, così anche in questo caso, il duo siculo si pone in netta contrapposizione esaltando la vita che scorre.

Nell’epoca in cui puntiamo all’immortalità basti pensare alle donne con la crema per le rughe e agli artisti con canzoni che rimangano anche dopo la morte, voi intitolate un album I Mortali, perché?

Colapesce: “Volevamo fare pace con l’immortalità e si è persa questa idea di fare pace. La mortalità ha assunto una connotazione negativa, il nostro intento è stato quello di capovolgere quest’ottica. Bufalino diceva che siamo dei morti in incubazione”.
Dimartino: “In realtà la mortalità è un pretesto per parlare della vita il fatto del che siamo destinati alla morte ci fa apprezzare di più momenti che viviamo”.

I Mortali è un disco collaborativo dove anche voi vi ponete in un’ottica di band ed era dal disco di Guè Pequeno e Marracash che non si vedeva. Com’è nata questa idea?

C: “Secondo me è stato sempre nell’aria. E’ un’idea nata in maniera naturale, abbiamo seguito le nostre scelte, come abbiamo sempre fatto anche da solisti. Siamo andati sempre controcorrente ma per seguire una propria visione o ottica”.

È anche un disco di citazioni da Piero Ciampi a Platone, da De Andrè ai Beatles

C: “In realtà sono citazioni latenti, si vedono perché le abbiamo spiegate raccontando il disco ma non sono mai troppo palesi. Ci sono immagini che omaggiano gli artisti che hai nominato ma non è così evidente. Il nostro background è andato a confluire nella parte della composizione e della scrittura, cosa che succede anche nei nostri dischi solisti. È giusto mettere in luce i propri riferimenti per aprire ad una tridimensionalità di ascolto”.
D: “Concordo con quanto ha detto Lorenzo: ci sono citazioni ma mai palesemente dichiarate, le abbiamo più che altro trovate noi dopo. Erano suggestioni che abbiamo trovato a posteriori ma non sono mai state premeditate come citazione”.

Ne Il prossimo semestre mettete in luce alcune dinamiche proprie dell’autorato moderno.

C: “Il prossimo semestre è una meta canzone, parla del lavoro di scrivere dell’autore e l’intento era quello di mettere in luce una serie di cliché. Il titolo stesso fa riferimento al semestre Siae è incentrato sul gioco del parlato: Vorrei scrivere per Mina, ci vorrebbe una hit, sono discorsi che spesso scrivendo per altri ci facciamo”.
D: “Ci siamo posti queste domande. Non è una canzone di denuncia ma la presa di coscienza di una situazione che noi stessi viviamo. L’autore quando si trova davanti a un foglio bianco si trova di fronte a delle strade da prendere e percorrere, il tipo di produzione da decidere. Personalmente mi sono sentire dire spesso la frase “Trasferisciti a Milano” perché Milano è la città delle opportunità, anche scrivere per Mina a me non dispiacerebbe. Sono una serie di frasi da cui non ci siamo mai esclusi”.
C: “Anche l’argomento dei migranti, si tende di evitare gli argomenti impegnati perché la canzone deve essere fruibile, mostrando anche una serie di limiti che la discografia italiana negli ultimi anni si è imposta per non turbare l’ascoltatore. Cosa che noi abbiamo fatto volutamente con questo disco, nell’intento di disturbare utilizzando anche un’estensione del linguaggio e termini che non sono propri della canzone pop”.

Una cosa è certa, sicuramente vincete il premio per i titoli più creativi un esempio lampante è Rosa e Olindo. Come vi è venuto in mente di scrivere una canzone sul loro rapporto d’amore?

D: “Volevamo scrivere una canzone d’amore che non ci riguardasse in prima persona Ci siamo appassionati alla storia di Rosa e Olindo come due giudicati assassini che in qualche modo non nascondevano il loro amore ma temevano per il loro amore più che per la pena. Quando Olindo diceva:“Vorremmo una cella matrimoniale”, dimostra quanto l’idea di vivere in carceri separati fosse più deleteria che dover scontare un ergastolo in carcere. Da spettatore è un amore che in qualche modo vuole vincere contro le pene giudiziarie. Dichiararlo nel titolo è stata una nostra scelta, all’inizio volevamo intitolare questo brano Mostri perfetti, però non si sarebbe capito di chi stessimo parlando, invece volevamo dichiararlo. Non prendiamo una posizione giuridica o legale in merito”.
C: “È una canzone d’amore a prescindere dal contesto. Nel disco utilizziamo molto questa forma di astrazione proprio per evitare di scrivere in modo personale. Nei nostri dischi solisti viene fuori la nostra parte autobiografica. Qui abbiamo sacrificato l’io, per raccontare. Una canzone autobiografia sarebbe stata fuori luogo da cantare in due”.
D: “A dire il vero il ritornello lo sento anche vicino al mio vissuto personale, penso che lo stesso sia per Lorenzo, dedicare un pensiero al giorno e nello stesso momento in cui lei ti sta pensando. È una speranza universale, tutti lo abbiamo provato o pensato un assunto simile”.

Avete alleggerito il lessico per questo disco collaborativo.

D: “Ci sono termini che nei miei dischi non avrei messo. Il bello de I Mortali è lo sperimentare sulla lingua e avvicinare le parole a noi stessi, senza discriminare dei termini. In Majora cantiamo “pazza non è che hai mangiato pollo”, è una frase di Lorenzo e che io non avrei mai pensato, però ora com’è venuta, mi piace. Ci siamo avvicinati al linguaggio dell’altro, creando una terza via di linguaggio”.
C: “Siamo usciti dalla nostra comfort zone. La sensazione di alleggerimento che si può avere è correlata alla produzione che abbiamo scelto, sicuramente più pop, più immediata rispetto ai nostri dischi da solisti. Dal punto di vista linguistico il vocabolario è molto spinto, basti pensare a frasi come: l’inglese che piscia sul mare, i bambini che ruttano”.

La produzione fa eco agli anni 60, ci sono anche atmosfere, arrangiamenti, molto diversi dai vostri dischi. È stata una scelta calcolata?

C: “L’idea era quella di avere un suono diverso dai nostri lavori, abbiamo coinvolto produttori diversi e lontani dal nostro genere. Il disco risulta omogeneo perché le nostri voci, il nostro modo di scrivere ha fatto da collante. C’è stata un’esigenza di portare il suono da un’altra parte. Adolescenza Nera spinge verso Kanye West, ci sono i Tame Impala, Blur, abbiamo sfruttato molto l’onda americana forse perché loro sono dei maestri a interpretare il suono del futuro”.

È un disco che in qualche modo rivendica la sicilianità. Volevate esserne portatori sani?

D: “Mi sento portatore di un immaginario che è difficile scrollarmi di dosso, penso che lo stesso sia per un veneto. Non volevamo fare la Sicilia un manifesto della nostra poetica, è più il pretesto per parlare di qualcosa di universale. Per questo, come terra e storia, la Sicilia si presta più di altre regioni, perché è un’isola, perché ha avuto una storia letteraria importante, Lorenzo prima ha citato Bufalino, ma potrei citare Vittorini, Lampedusa. Per chi scrive e nasce in Sicilia è difficile prescindere dal pavimento che calpesti. In qualche modo rientra nella tua poetica e modo di scrivere in maniera prepotente. Per chi ascolta la prima cosa che viene in mente è che uno dei due si voglia fare portatore della sicilianità in giro. In realtà è solo portarsi addosso un cumulo di esperienze che ci sono appartenute e che appartengono ad altri prima di noi. Quando scrivi una canzone come Luna Araba e l’ambienti in Sicilia, l’intento è dare della Sicilia non una visione folkloristica ma pensare alla Sicilia come un non luogo dove accadono cose in cui la luna rende tutto più salvifico. Le immagini non sono stereotipate, la scala dei turchi non è citata per il bianco della sua pietra ma perché ci sono dei bambini che stanno facendo una gara di rutti in un pomeriggio di estate. Sono immagini che hanno attraversato la nostra infanzia e adolescenza”.

Quello che siete oggi è coerente con l’immagine di voi da adulti che avevate durante l’adolescenza?

C: “Io volevo fare l’ingegnere navale. Avevo altre aspettative. Poi sono passato al giornalismo ma è stato anche lì un fallimento, mi sono laureato in comunicazione ed editing ed è stato fallimentare, poi mi sono trovato con la chitarra in mano”.
D: “Da adolescente pensavo che sarei morto giovanissimo, in realtà sono arrivato a trentasette anni per cui è andata bene. Non avevo una visione di me mi sono chiesto dopo quindici anni come sarei stato, senza risposte. Anche adesso se penso come sarò tra quindici anni, in realtà non riesco a immaginarmi, rimando l’idea di immaginarmi più vecchio di quello che sono”.
C: “La canzone ti permette comunque di rimandare quel momento e di rivivere quei momenti, tenendoti in una teca di cristallo. So che Antonio cerca lavoro ancora ogni tanto”.
D: “Sono iscritto al sito lavoro.it. Siamo autori e cantautori da vent’anni forse dovremmo accettare che questo è il nostro lavoro”.

Cosa vi annoia? Perché Noia mortale, esprime molto bene una condizione comune.

D: “L’idea della noia è il manifesto dell’essere umano. Ogni tanto sembra che i cani si annoino in realtà stanno facendo altro. Gli esseri umani per il loro essere animali sociali si sono abituati ad annoiarsi, è una nostra caratterista A me annoiano molto gli slogan, le persone che parlano per slogan, la musica fatta di slogan, i titoli ad effetto dei giornali con un contenuto nell’articolo totalmente diverso”.
C: “I siciliani sono maestri di quest’arte e spesso tramutano la noia in energia positiva. Sono cresciuto in un paese dove la noia era il sindaco del paese, i vecchietti in piazza a non far niente però non li vedi soffrire. C’è un approccio alla noia diverso. La noia in Sicilia è abbastanza invadente. Negli anni c’è stato un alto tasso di disoccupazione. Io sono un amante della noia”.
D: “A me capita che per scrivere mi devo annoiare, devo trovarmi in una condizione in cui non trovo nient’altro da fare. In Sicilia siamo dei maestri reali della noia”.


  • 24
    Shares