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di Elena Rebecca Odelli

Sei album all’attivo e un libro che ha mostrato il fianco sul suo lato più fragile, quello che propone Giovanni Luca Picariello, aka Ghemon, è una propria cifra stilistica non solo in termini di scrittura di barre, ma di modo di intendere il genere. Spesso, quando si parla degli artisti nel mondo dell’hip hop si perde di vista la persona che c’è dietro il microfono. Ghemon è Gianluca, non un personaggio di cartone utile a vendere dischi, ma un artista musicale a metà strada tra il rapper e il cantautore, che quando scrive disegna le sue rappresentazioni della realtà e di se stesso con una sensibilità rarissima in questo genere. ORCHIdee è stato l’album che ha demarcato il limite tra il Ghemon di Ufficio Immaginazione (EP del 2006) e Scritto Nelle Stelle, disco pubblicato il 24 aprile per Carosello Records. Che ha cambiato il modo di intendere il rap e la musica black in Italia caratterizzato da una forte anima melodica che ha portato l’artista di Avellino via via sempre più al cantato. Cifra stilistica che ritroviamo anche nell’ultimo disco in cui Ghemon parla in maniera franca, senza sovrastrutture lasciando libero il suo flusso di coscienza, il suo modo di vedere e sentire, spaziando tra funk, uk garage, house e barre che sono inevitabilmente la sua comfort zone.

Cosa diresti al te di Bloodstains del 2000?

“Abbi fiducia in te, gli direi sinceramente quello e gli direi anche di buttarsi tutte le volte che lo sente. Non so quanto io sia cambiato, a parte nelle cose che sono sotto gli occhi di tutti. Il nucleo dell’entusiasmo e del fare a modo mio è rimasto identico a 20 anni fa, sono cambiati sicuramente i modi e l’esperienza. Ho la stessa voglia di migliorare, ed è quello che ti fa inevitabilmente cambiare perché ti fa sistemare ciò che pensi non sia in bolla. Io sono più sicuro, consapevole, ho più colori ma il nucleo, come ti dicevo, è rimasto quello”.

In Scritto Nelle Stelle ci sono influenze funk, house e uk garage. Qual è stato il collante che hai trovato per renderlo omogeneo?

“Il filo logico dovevo essere io, questi generi non potevano essere replicati con lo stampino ma dovevano passare attraverso me e dovevo essere sempre io il legame tra una traccia e l’altra per non farle sembrare totalmente distanti tra loro. Per quello che mi riguarda credo di esserci riuscito, anche il feedback dei miei fan di questa prima settimana, mi ha mostrato che nessuno degli esperimenti attraverso nuovi territori musicali è risultato troppo strano da sembrare lontanissimo da me. Credo di avere abituato il pubblico che mi segue al mio desiderio di variare molto, ogni brano ha una matrice molto vicina al di là delle declinazioni, dei suoni o dei bpm che possono essere acustici o prodotti, quei generi hanno una matrice di musica nera”.

Sei sceso mai a compromessi. Non hai mai strizzato l’occhio al volere dei fan, piuttosto che al volere di Gianluca o di Ghemon che dir si voglia?

“No, direi proprio di no ed è anche un po’ la mia bandiera e la mia croce, perché non scendere a compromessi è una medaglia che viene riconosciuta solo con il tempo quindi ci sono molti momenti di passaggio in cui continui ad essere coerente e di cui, non per forza, te ne danno atto. Poi, arriva un punto in cui questa medaglia te la danno, anche solo per la resistenza nel rimanere coerenti con il proprio percorso. Non ho mai forzato le mie sperimentazioni, ma mi sono sempre preso la responsabilità di farlo perché ne sentivo l’esigenza e questo, avendo un pubblico molto fedele, mi ha consentito di abituarli, di non mandarli totalmente in confusione, magari ne erano sorpresi ma non si sono mai trovati spaesati. Non hanno mai trovato una spaccatura con il passato, questa linea di continuità mi interessa mantenere”.

In Champagne parli del non temere il giudizio degli altri. Cos’è per te il giudizio?

“Una rottura di cazzo, letterale. Chiunque faccia un lavoro che ha a che fare con il pubblico, dal musicista al ristoratore, dal negoziante al fabbricante di abiti avrà sempre qualcuno che giudica la qualità del servizio che sta apportando. A un certo punto, per non essere succubi del giudizio va fatta una media, distaccandoti sia dai commenti positivi che da quelli negativi. Devi prestare l’orecchio a entrambe le fazioni, se così vogliamo chiamarle, perché non sempre i giudizi positivi sono legati a un fan particolarmente innamorato di te o i negativi siano solo dei detrattori. La sfida sul giudizio è provare a fare un passo indietro e fare una media, non solo sulla parte critica. Ogni tanto serve riflettere”.

In Scritto tra le stelle anche i brani non sono stati posti a caso ad esempio Questioni di Principio si trova all’inizio e KO come ultima traccia ad esempio.

“Volevo mettere bene per terra all’apertura e alla chiusura del disco alcuni miei pensieri. In Questioni Di Principio c’è una riflessione sul fatto che in molti ti tirano costantemente per la giacchetta per suggerirti le strade più veloci, cosa dovresti fare meglio, e se sono ben disposto ad ascoltare tutto, non è automatico che io faccia ciò che vogliono gli altri. Ho il potere di fare come dico io e, talvolta, devo ricordarmelo. KO, alla fine, va più verso chi ascolta il disco. È un percorso che accompagna l’ascoltatore tra le mie considerazioni, per poi lasciare un messaggio: comunque vada non lasciarti scoraggiare. È una condivisione, uno sprono”.

Cos’è per te il rap oggi? Ci sono dei rimandi al 2007. Ascoltando In Un Certo Qual Modo, ricorda La Rivincita Dei Buoni.

“Il rap è presentissimo nella mia vita, nei miei ascolti, è uno strumento che mi piace utilizzare ma che non mi sento obbligato a usare. È uno dei colori che mostro solo quando mi va. C’è stato un periodo in cui mi sono quasi sentito costretto a rappare, oggi ho maggiore libertà a riguardo. Mi ha anche permesso di tornare a dischi precedenti e aggiornarli. Il rischio del rap è che essendo uno strumento immediato e che si evolve in modo mostruoso, ogni giorno ci sono ragazzi sempre più giovani che propongono una nuova formula più aggiornata, è che tu rimanga anacronista. Spesso lo paragono a WhatsApp e ai social, all’immediatezza che tu puoi mettere in musica. Quando uro il rap cerco di usarlo nella maniera più fresca possibile, cercando di proporre cose che magari mi sono familiari, ma non come le avrei fatte dieci anni fa, perché a me suonerebbero stantie”.

Dieci anni fa il rap veniva associato a un messaggio di rabbia, urgenza. Nei tuoi album, anche precedenti, il rap invece è associato alle tue fragilità.

“Ho aperto quella porta quando nessuno la voleva aprire. C’è stato un momento con il primo e il secondo disco, in cui il rap italiano ha iniziato a tirare fuori caratteristiche molto più simili a ciò che accadeva a livello internazionale, il Gangsta rap. Subito, in quel momento, ho puntato i piedi per mostrare che non c’era solo quel modo di vedere la musica, credo di aver dato un’altra chiave di lettura anche per chi non era così tanto dentro al genere. Ho continuato lungo quel percorso e l’ho fatto anche con questo disco”.

Quanto costa entrare a patti con quello che è la propria introspezione, che non è più una cosa tua ma diventa di tutti?

“Non è mai facile, ho scelto molto presto di usare questo, ho scelto di dire la verità senza sovrastrutture, non so perché lo faccio. Mi è venuto spontaneo, è la mia cifra e mi sento pulito così. Costa, però è anche quello che mi rimanda indietro l’amore e la stima. Non tutti si riconoscono in una musica dove c’è sempre una facciata. I miei coetanei, tra i 30 e 40 anni, mi fanno notare che non è per nulla facile togliersi le sovrastrutture”.


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