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Di Rossano Lo Mele

Una delle vicende di cronaca musicale di maggior interesse delle ultime settimane è senza dubbio quella che riguarda il rapper nero americano A$AP Rocky. Ricapitoliamo per sommi capi: in quel di Stoccolma per un concerto, il rapper e la sua crew diventano protagonisti di una rissa. Ancora dai contorni sfocati. Rocky dichiara che lui e le sue guardie del corpo sono state seguite con insistenza da alcuni ragazzi per quattro isolati nel centro di Stoccolma. Nonostante le ripetute richieste da parte del suo staff di allontanarsi, i ragazzi avrebbero continuato la loro opera di molestia, spaccando un paio di cuffie addosso a un membro della security. Da lì il parapiglia e la rissa. Diversa la versione dei ragazzi, che asseriscono di essere stati aggrediti dallo staff: uno dei due sarebbe stato addirittura buttato a terra e pestato dallo stesso A$AP. Dopo quanto accaduto, il rapper è stato recluso in carcere per un mese in Svezia. Durante il quale, apriti cielo. Hanno difeso il collega molti musicisti nordamericani, da Justin Bieber a Nicki Minaj e Puff Daddy; fino a Tyler, The Creator (nostro disco del mese un numero fa), il quale ha inequivocabilmente twittato: “Non andrò mai più in Svezia”. In segno di sostegno ad A$AP. E questo è il meno. Perché al fatto cominciano a interessarsi di persona l’influencer Kanye West e sua moglie Kim Kardashian. I quali, come noto, sono amici stretti dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Partono le petizioni per la scarcerazione, Kim e suo marito intervengono per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione, ma Donald Trump fa ancora di più: la questione diviene centrale nella sua agenda e sul suo profilo Twitter, da lui sempre gestito come strumento di comunicazione ufficiale. The Donald chiede la scarcerazione immediata e senza condizioni di A$AP, cittadino americano ingiustamente recluso nelle prigioni svedesi. Il primo ministro locale replica però che non c’è nulla da temere: lì, davanti alla legge, tutti i cittadini sono uguali, e se l’imputato non ha fatto nulla non avrà nulla di cui preoccuparsi. 

Proprio mentre questi fatti tinteggiavano le incolori cronache estive, se ne affacciava un altro sepolto nella memoria. Il periodico americano “The Atlantic” rendeva pubblico un audio del 1971 in cui il futuro presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, al telefono col presidente in carica Richard Nixon, definiva “scimmie” i delegati africani delle Nazioni Unite. “Scimmie che fanno ancora fatica a indossare le scarpe”, per l’esattezza. Questa la frase pronunciata da Reagan all’indomani di una delicata seduta in cui i delegati in questione non avevano sostenuto il pensiero a stelle e strisce. Ognuno ha i difensori d’ufficio che il tempo gli dona. Se nel caso di A$AP sono Kanye West e Donald Trump, per la buonanima di Ronald Reagan è scesa in campo la figlia Patti Davis, affrettandosi a dichiarare che suo padre non era il razzista dipinto dalla cronaca. Il che è probabilmente anche vero, ma non è questo il punto. La goffaggine di un politico che – nonostante il ruolo istituzionale acclarato – si ritrova coinvolto in situazioni del genere stupisce sempre: sorvolando sul contenuto, ma perché dirlo al telefono? E poi: perché di colpo le vicende di un rapper diventano così centrali? La storia di A$AP Rocky è già pronta per un cosiddetto “factual”, ossia pezzi di realtà con gente importante presa nel proprio habitat, pronti a essere raccontati in TV come alternativa alle onnipresenti serie? Mentre le domande si assopiscono l’una vicino all’altra viene in mente il film Vice – L’Uomo Nell’Ombra: quello che racconta vita e opere di Dick Cheney, ex vicepresidente degli Stati Uniti interpretato da Christian Bale. Nell’osservare il pallido Cheney muoversi nell’arco di una carriera lunga circa mezzo secolo, lo spettatore si chiede come sia stato possibile che. Vediamo Dick in età già matura, ubriaco e perditempo, messo alla porta dalla moglie. Osserviamo Cheney ormai anziano tradire l’omosessualità della figlia per questioni di calcolo numerico elettorale. Cheney non nasce come un vincente o uno stratega della politica internazionale. Impara un pezzo alla volta, apre e chiude le porte girevoli giuste, col timing propizio, senza meriti particolari, se non una spregiudicatezza di cui non è nemmeno troppo conscio. Poi la storia farà il suo corso e lo riabiliterà. La cronaca fa il resto: in seguito alla insistenze americane, A$AP Rocky è stato scarcerato. Uomini nell’ombra, appunto. A Cheney è bastato battersi conto il matrimonio omosessuale per accreditarsi presso gli elettori moderati. A Trump serviva recuperare credibilità di fronte agli afroamericani e agli stranieri in genere (l’enorme elettorato non bianco) dopo tutti i proclami fatti su Messico, grande muraglia e immigrazione in generale. Ci sono paesi dove il trucco funziona sempre: il cittadino un tempo apertamente dileggiato e insultato diviene un tuo elettore. La chiamano sindrome di Stoccolma.  


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