L’elezione a presidente del Brasile di Jair Bolsonaro, esponente a dir poco controverso del Partito Social-Liberale – tanto che perfino Marine Le Pen ne aveva preso le distanze – sta facendo scalpore, ma già prima della vittoria non erano mancate le voci di dissenso da parte degli artisti. Fra questi, Roger Waters, che il giorno prima del voto era in concerto proprio in Brasile e dal palco, un attimo prima che scattasse il divieto di parlare delle elezioni, ha detto: “Questa è la nostra ultima possibilità di resistere al fascismo prima di domenica. ‘Ele nao’ (lui no)”. Waters ha parlato della situazione brasiliana anche con Caetano Veloso, in un’intervista che potete vedere più sotto, mentre lo stesso Caetano Veloso sul New York Times ha ricordato quando venne arrestato dalla giunta militare alla fine degli anni ’60 insieme al altri artisti e intellettuali, fra cui Gilberto Gil, che si opponevano alla dittatura – di cui Bolsonaro è dichiaratamente nostalgico -, e manifestato il suo timore di una sottovalutazione del pericolo da parte della stampa. “Il mio paese sta dando prova di essere una nazione come le altre”, scrive:

Come altri paesi nel mondo, il Brasile sta affrontando la minaccia dell’estrema destra, una tempesta di conservatorismo populista. Il nostro nuovo fenomeno politico, Jair Bolsonaro, che è favorito alla vittoria delle elezioni presidenziali, è un ex capitano dell’esercito che ammira Donald Trump ma sembra più Rodrigo Duterte, l’uomo forte delle Filippine. Bolsonaro caldeggia la vendita libera di armi da fuoco, propone la presunzione di difesa personale se un poliziotto uccide un “sospetto” e dichiara che un figlio morto è preferibile a un figlio gay.
Se Mr. Bolsonaro vincerà le elezioni, i brasiliani potranno aspettarsi un’ondata di paura e odio. Infatti abbiamo già visto il sangue. Il 7 ottobre un sostenitore di Bolsonaro ha accoltellato il mio amico Moa do Katendê, un musicista e maestro di capoeira, durante un alterco politico. La sua morte ha lasciato la città di Salvador in uno stato di lutto e indignazione. Di recente, mi sono ritrovato a pensare agli anni 80. Registravo dischi e facevo sold-out ai concerti, ma sapevo che cosa doveva cambiare nel mio paese. A quei tempi, noi brasiliani lottavamo per avere elezioni libere dopo 20 anni di dittatura militare. Se qualcuno mi avesse detto che un giorno avremmo eletto alla presidenza gente come Fernando Henrique Cardoso e poi Luiz Inácio Lula da Silva, sarebbe suonato come qualcosa da augurarsi. Poi è successo. L’elezione di Cardoso nel 1994 e poi di da Silva nel 2002 avevano un grande peso simbolico. Dimostravano che eravamo una democrazia, e cambiarono forma alla nostra società aiutando milioni di poveri. Ma nonostante tutti i progressi e l’apparente maturità il Brasile, la quarta più grande democrazia del mondo, è tutt’altro che solida. […] Come personaggio pubblico in Brasile, ho il dovere di spiegare questi fatti. Sono un uomo anziano adesso, ma ero giovane negli anni 60 e 70, e mi ricordo. Perciò devo parlare.

Qui potete leggere l’intero articolo, e qui sotto potete vedere l’intervista: