Way Out West 2018 (Credit: Claudio Britos)

di Teo Agostino

Il parco Slottsskogen è la location nodale del Way Out West, uno splendido giardino botanico situato al centro di Göteborg. Ogni angolo, ogni dettaglio, sembra dirti, o meglio sussurrarti: benvenuto in Svezia. Qui abbiamo raggiunto dodici anni prima del previsto gli obiettivi di sviluppo sulle rinnovabili. Qui abbiamo promosso delle leggi ad hoc sul consumo di alcolici nei parchi limitandone l’uso ad alcune aree circoscritte (sic). In un trionfo verde, tra alberi e laghetti, si trovano gli stage della rassegna: Flamingo e Azalea, i due principali, comodamente posti uno di fronte all’altro, Dungen, il palco dedicato all’elettronica, il tendone Linné, preso d’assalto durante il temporale della terza giornata. L’ansia meteorologica è caratteristica di ogni festival del nord Europa che si rispetti, ma quest’anno la dea Fortuna è stata più che clemente. Esclusi i diluvi serali del sabato, il pubblico ha goduto di due ottime giornate, con fresca aria scandinava e persino entusiasmanti momenti di sole.

Way Out West (Credit: Hilda Arneback)

Il programma quotidiano del parco si sviluppa tra le 2 del pomeriggio e mezzanotte, poi entra in scena lo Stay Out West, ovvero la serie di aftershow nei vari club della città, che offre diverse chicche per i nottambuli insaziabili (Superorganism, Phoebe Bridgers, The Lemon Twigs, The Brian Jonestown Massacre, Suicideyear, tra gli altri). La larga partecipazione di artiste femminili è uno dei fiori all’occhiello di questa edizione del festival, degna di un dieci e lode alla voce gender parity. L’eclettismo di Peggy Gou, miglior act del Dungen, esplode in un set colorato e groovy. Il pubblico del Linné si è lasciato ammaliare dal flow strepitoso della rapper americana Noname e dall’energia della sua band. Jorja Smith, appena ventunenne, dimostra un savoir-faire inaspettato e una propensione viscerale per l’R&B. Altrettanto stupefacente l’esibizione di Sigrid, stellina norvegese, classe 1996: la ragazza, due EP all’attivo, spadroneggia sul palco con dei brani synth-pop che creano dipendenza immediata. Solo un piccolo lavoro di restyling – et voilà – il gioco è fatto. Da una wannabe (popstar) scandinava ad una già affermata: Lykke Li gioca in casa e, anche sotto un acquazzone mica male, riesce a sublimare la sua malinconia sexy esaltando l’equilibrio dei contrasti: accessibile e oscura, intensa e fredda, proprio come la cucina pop di Oldani. Fever Ray, la creatura electro-pop di Karin Dreijer Andersson (ex Knife), è un altro attesissimo act svedese che non manca mai di incisività; provoca e coinvolge, sfiorando l’auto-parodia e atmosfere da happening dadaista, in pieno stile queer.

Jorja Smith (Credit: Hilda Arneback)

Lily Allen torna sulle scene dopo quattro anni molto difficili, pane per i denti dei tabloid inglesi. Viene annunciata dal Way Out West a sorpresa, a meno di due mesi dall’inizio del festival. Ma il suo concerto non entusiasma e la band che accompagna la cantante londinese pecca di inefficacia (dove diavolo è la batteria?), così come i nuovi brani non possiedono affatto il mordente necessario. Quello che indubbiamente Lily ha portato avanti con coerenza negli anni è un caratteristico cattivo gusto nel look, a base di unghie finte, palpebre glossy, tute e vestiti imbarazzanti à la Geordie Shore. Ciononostante, canta sempre molto bene. Strappa un sorriso alla platea quando comunica il suo disappunto perché non riuscirà a vedere Kendrick Lamar a causa di un volo subito dopo la propria esibizione. E poi un pezzaccio come Fuck You in scaletta gasa sempre tutti; come si fa, quindi, a non voler bene alla principessina ribelle del pop britannico 00’s?

M.I.A. (Credit: Hilda-Arneback)

Un’artista che è impossibile non apprezzare è M.I.A., talento dinamico e poliedrico. Il suo show, corredato da visual in stile Bollywood sotto acidi, è molto divertente ed esplica ciò che la Nostra rappresenta nella musica da circa 15 anni, una dea impura della contaminazione. Poi c’è St. Vincent. Il carisma di Annie Clarke è così potente da farci amare le sue tute in latex e le tamarrissime chitarre arancione fluo. Sul palco è lei l’assoluta protagonista, tant’è che la sua band è composta per 2/3 da musicisti coperti da maschere spersonalizzanti e parrucche bionde, come a volerci dire che la frantumazione dell’io è inevitabile. Annie avrà letto Pirandello? Chissà, ma di sicuro conosce bene la lezione di altri maestri del Novecento. Dal vivo riesce nell’ardua impresa di combinare e rinnovare il funk sexy e sintetico di Prince, l’istrionico Bowie glam e l’intelligenza nevrotica del suo mentore David Byrne.

St. Vincent (Credit: Hilda)

Anche nello show dei Dirty Projectors sono tre ragazze (Maia, Kristin e Felicia) a fare la parte del leone. La band di Brooklyn, capitanata dal genio di Dave Longstreth, snocciola i pezzi degli ultimi due album (stupendi, usciti a meno di un anno e mezzo l’uno dall’altro via Domino Records), ed è come mangiare le ciliegie a giugno: non vorresti smettere mai. Cosa che sfortunatamente non si può dire di King Gizzard & The Lizard Wizard. Ritmi incalzanti e profluvio di chitarre ti portano dritti nel 1971. Tutto bello per circa 12 minuti, poi ti viene voglia di andare a bere una “A Ship Full of IPA” per sgrassare via i manierismi dal cuore. Avete mai visto un live di un premio Pulitzer? Quello di Kendrick Lamar è uno show brillante, dove nulla è lasciato al caso. La sinestesia audiovisiva è grandiosa, grazie ad una band pregevole e a video suggestivi. Uno show degno del rapper più influente di questi anni. La massiccia presenza di pubblico al Flamingo già un’ora prima dell’inizio del concerto – unico caso dei tre giorni – ha dimostrato quanto l’hype per l’evento nell’evento fosse alle stelle. E non ha deluso le aspettative; anzi, dopo aver assistito al suo live, la speranza che il talento di Compton passi presto dalle nostre parti è ancora più viva.

Iggy Pop (Credit: Hilda Arneback)

Un sempiterno Iggy Pop infiamma l’Azalea a suon di inni punk nichilisti, mentre al Dungen un altro biondo, il producer scozzese Denis Sulta, fa ballare tutti con un freschissimo mix di techno e house. Gli Arctic Monkeys sono gli headliner della prima serata e confermano ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, il loro stato di grazia. Alex Turner non è più il brufoloso enfant terrible che, bene o male, tutti abbiamo amato. È cresciuto e oggi si muove sul palco come un consumato crooner – completo e camicia da dandy – più l’onnipresente slapback sulla voce. Giusto che il percorso di una band decennale cambi direzione, si evolva; un caso paradigmatico del “change return success”, fondamento dell’I Ching, antico trattato di filosofia cinese. Quello che è rimasto vivo nei ragazzi di Sheffield sono la qualità e il fuoco espresso nella loro performance. Due cose tutt’altro che scontate.

Kamasi Washington (Credit: Ray_Hanna_Brunlöf)

Trasuda qualità anche la prova di Kamasi Washington, bomber del jazz revival della West Coast. Il sassofonista losangelino, avvolto nell’ormai emblematica tunica dorata da santone afrofuturista, è accompagnato da un gruppo strepitoso, ogni membro viene definito da Kamasi stesso come top player nel proprio ruolo; simpatico il siparietto dove presenta i due batteristi dicendo “Ronald è uno dei due batteristi migliori al mondo, Tony è l’altro”. E giù di assoli, l’audience in visibilio applaude divertita. Divertimento che si sposa con i brividi provocati dallo show degli Arcade Fire, il temporale di cui si parlava prima non c’entra niente qui. La pioggia scende violenta per buona parte del concerto, ma l’intensità della compagine canadese non cala nemmeno per due minuti. Una forza espressiva che stupisce anche chi, come il sottoscritto, li ha visti dal vivo in parecchie occasioni. Parafrasando un noto spot del Tè Infré di fine anni ’90 verrebbe da chiedersi: “Win, ogni volta una grande emozione, ma come fa?”. Un concerto degli Arcade Fire è sempre un’esperienza caleidoscopica. Quale chiusura migliore per un festival della più grande band indie-rock degli ultimi vent’anni?