di Stefania Ianne

Appuntamento a Parigi durante il festival Rock En Seine, sabato 25 Agosto, per vedere Anna Calvi dal vivo e per un’intervista a caldo post-concerto. La Calvi ha il suo terzo disco, Hunter, in uscita tra pochi giorni, pubblicato da Domino Records, un disco molto meditato, che affronta temi caldi e personali di identità. Anna Calvi non fa tantissime date dal vivo, ma sono riuscita per caso o per disegno a vederla sin dal suo esordio dapprima durante un altro festival in Francia, Beauregard nel 2011 e poi in apertura per Morrissey a Londra, un concerto recensito per Rumore nel 2014. In Inghilterra Calvi è quotatissima, non solo per il suo virtuosismo chitarristico, ma anche per l’originalità e la raffinatezza delle sue produzioni musicali. Il suo talento è stato apprezzato sin dagli inizi dai grandi stregoni della musica, da Brian Eno a David Byrne, passando per Nick Cave e persino una collaborazione con Marianne Faithfull. I suoi primi due dischi sono entrambi stati nominati per il prestigioso Mercury Prize in Inghilterra. In Italia, forse la stiamo ancora scoprendo, nonostante le sue origini per metà italiane, come svelato dal nome. E dopo una performance infuocata sul palco della Scene Cascade al Rock En Seine, digerita l’adrenalina della performance, mi ritrovo faccia a faccia con Anna Calvi, nel suo camerino minimalista alle spalle del palco principale.

Il tuo concerto oggi è stato potentissimo. Ti ho vista dal vivo all’inizio della tua carriera e dopo l’uscita del tuo secondo album e posso raccontare la tua performance dal punto di vista del pubblico. Il tuo concerto stasera mi sembra simbolico della tua evoluzione come performer e sembrava trasudare sicurezza, potenza, quasi aggressività. Come è andata dl tuo punto di vista?

“Quanto più lavori su quello che fai, tanto più diventi sicuro. Tra l’altro sono interessata all’idea di sentirsi liberi dal proprio corpo. È un’idea di libertà che mi affascina per quanto riguarda la musica e soprattutto con questo nuovo disco ho cercato di sentirmi quanto più libera possibile”.

Tramite la musica?

“Sì, grazie alla musica”.

Ed è un’esperienza che si verifica sul palco oppure anche quando scrivi la tua musica?

“Solo sul palco”.

Effettivamente sembri una persona totalmente diversa sul palco. E l’affiatamento con i musicisti che ti accompagnano sul palco è evidentissima.  Ricordo Mally Harpaz al tuo fianco sul palco alle tastiere sin dal primo concerto. Collaborate da molto tempo?

“Sì”.

Ti accompagna anche nel lavoro di composizione o solo sul palco?

“Mally non mi aiuta durante la composizione dei pezzi ma la sua opinione è importantissima per me. Ogni volta che scrivo delle canzoni nuove è spesso la prima persona a sentirle. Il suo parere è importante e poi è la mia migliore amica. È meraviglioso avere una persona a cui sono legatissima accanto sul palco, nella mia band. Sono molto, molto fortunata”.

Sì, immagino ti garantisca un sostegno morale di livello superiore oltre ad essere una bravissima musicista.

“Siamo lì l’una per l’altra”.

Ritorniamo a parlare del tuo nuovo disco, Hunter. L’uscita è prevista a giorni. È passato qualche anno da quando hai pubblicato un disco di materiale nuovo. Anche se devo premettere che ho amato il tuo EP di cover, Strange Weather – a proposito, bellissima la versione di Ghost Rider dei Suicide che avete suonato stasera! Posso chiederti da dove nasce la tua ispirazione?

“Per questo nuovo disco?”

Sia per Hunter in particolare che più in generale.

“Direi che ho iniziato a scrivere non appena ho finito il tour di promozione del disco precedente. Ho vissuto a Strasburgo mentre componevo per essere vicina alla mia compagna. E mi sono resa conto che vivere in un posto molto tranquillo mi ha aiutato notevolmente in senso creativo, non c’erano distrazioni di altro tipo. È stato un periodo molto calmo, idillico. E di solito suono la chitarra e canto mentre registro le canzoni per conto mio, e le canzoni prendono forma da sole nella loro versione più grezza, autentica… Ho scritto un sacco di materiale nuovo prima di trovare delle canzoni veramente valide che mi sembravano giuste per il nuovo disco. Mi sono presa tutto il tempo possibile perché volevo scrivere delle canzoni che mi rappresentassero al meglio e di cui sentirmi fiera. Ho aspettato fino a quando non ho sentito di avere il materiale più vicino al mio modo di sentire”.

E ti sei sentita particolarmente ispirata dall’atmosfera francese oppure è stato solo il bisogno di tranquillità a facilitare la scrittura?

“Direi non tanto l’atmosfera francese quanto il silenzio. Anche se mi trovavo in un posto molto bello e la bellezza mi ispira sempre”.

Capisco la tua necessità di circondarti dal silenzio. Voglio dire, siamo costantemente bombardati dal rumore e se vivessi a Londra tutto l’anno probabilmente diventerei pazza. Quindi forse avevi bisogno di tempo per ascoltarti, per ascoltare il tuo corpo e le tue emozioni. L’ispirazione quindi nasce dall’interno? Da te stessa?

“Penso sia una combinazione tra l’introspezione e in questo caso l’esplorazione del mio rapporto con il genere umano, il mio rapporto con il femminismo e cosa significa essere uomo o donna o essere diversi. Sono cose molto personali ma allo stesso tempo volevo esplorare il mio rapporto con quello che sta succedendo nel mondo, ascoltare la conversazione più ampia. Quindi introspezione sì, ma anche qualcosa di più ampio”.

Non si può ignorare completamente il mondo che ci circonda…

“No, appunto”.

Stiamo parlando della rivoluzione del genere umano, dovremmo definirla così, non credi? Sta succedendo in questo istante, è nell’aria che respiriamo, la gente sta sfidando il ruolo che ci è stato assegnato dalla società, le aspettative nei nostri confronti. Ma mi rendo conto che nei confronti del cambiamento una gran parte delle donne si stanno dimostrando molto conservatrici, più degli uomini. Soprattutto nel mondo anglosassone gli uomini si stanno mettendo in discussione e stanno lasciando un certo spazio libero all’espressione libera di se stessi, ma mi rendo conto che c’è molta resistenza nelle donne nel mettere in discussione l’idea di quello che una donna dovrebbe essere.

“Interessante. Anch’io credo ci sia molta misoginia interiorizzata nelle donne. Credo che come minimo tutte le donne dovrebbero essere unite dall’evidenza del bisogno del femminismo. Non dovremmo essere costrette a discutere con altre donne per far capire loro quanto il femminismo sia fondamentale, dovrebbe essere scontato. È molto deprimente incontrare una donna che ha interiorizzato il misoginismo. Ma non sto dando la colpa a nessuno è talmente radicato in tutto quello che facciamo, nell’aria che respiriamo. Passo molto tempo a pensare a queste cose…”

Stiamo vivendo un periodo storico molto fluido, la gente ha bisogno di trovare sé stessa. Non solo siamo stati condizionati dalla società e quindi è difficile esprimersi liberamente, ma è tutto assurdo, le nostre interazioni sono assurde… ma sto andando fuori tema…

“No, no, mi piace parlare di queste cose!”

Per essere sincera non vedevo l’ora di conoscerti perché mi sembra che fin troppa della produzione musicale femminile sia poco incentrata sui contenuti e sulla musica di qualità ma piuttosto la musica viene venduta tramite il corpo spesso nudo e trovo il tutto molto deprimente. Abbiamo bisogno di modelli femminili forti che ispirino le nuove generazioni.

“Una donna può essere nuda sul palco senza compromettere la propria dignità. Una donna nuda dovrebbe essere la cosa più potente al mondo invece nella nostra cultura ci insegnano che è sempre frutto di passività e che la donna diventa un oggetto e non rispetta sé stessa. Mentre i criteri usati per gli uomini sono diversi. Un uomo nudo mantiene la propria forza. Vorrei arrivare ad un punto in cui non si giudichino più le donne perché si spogliano. Perché dovrebbe essere umiliante mostrare il proprio corpo? Non è quello che stavi dicendo tu, ma è un argomento a cui penso molto, come possiamo riprendere il controllo del nostro corpo, come possiamo superare la nudità come oggetto. Ha anche a che fare con il titolo del disco, Hunter, ero stanca di vedere le donne come le prede, volevo raccontare la storia di una donna cacciatrice, non passiva, ma una donna che tiene il potere nelle sue mani”.

Sì, capisco quello che vuoi dire, ho solo il timore che questa immagine sia imposta dal mondo musicale alle ragazzine se vogliono avere successo. Il corpo nudo, femminile o maschile dovrebbe essere la cosa più naturale al mondo e per me diventa un problema se diventa uno strumento per vendere un prodotto senza contenuti.

“Sì, capisco”.

Sono stata affascinata dall’immagine della cacciatrice, nel tuo ultimo disco e dal punto di vista musicale Hunter e Chain sono le mie preferite. Mi sembra che pian piano stai forgiando una nuova direzione, un esempio da seguire per le artiste donne che non vogliono farsi stereotipare in una formula di successo per vendere dischi. A proposito, qual è il tuo rapporto con la tua casa discografica, Domino Records. Ti hanno sostenuta nel tuo approccio anticonvenzionale?

“Sì, il loro approccio è molto aperto, lasciano il lavoro artistico all’artista, non si immischiano, non cercherebbero mai di farmi seguire una certa direzione o dirmi cosa posso o non posso dire. L’artista ha il controllo completo, il che è stato completamente liberatorio”.

E per quanto riguarda i tuoi produttori, tutti di altissima classe, li scegli tu?

“Per quest’ultimo disco ho pensato a Nick Launay perché volevo che il disco avesse un suono viscerale, e lui è bravissimo a fare dei dischi che respirano, vivi come degli animali. È questo il suono che sento per i Bad Seeds e sono convinta che per il mio disco Nick ha catturato l’animalità, il bisogno di liberarsi dalle costrizioni, è quello che volevo ottenere sia con la mia voce che per la chitarra e persino nel suono della batteria”.

Hai citato i Bad Seeds e dalla tua biografia sappiamo che sei stata adottata ad uno stadio molto prematuro nella tua carriera da personaggi molto importanti nella storia del rock, per esempio hai suonato in apertura per i Grinderman di Nick Cave, hai collaborato con David Byrne. Come sei riuscita ad avere tanto seguito così presto nella tua carriera?

“Non ho idea! Mi sembra che Brian Eno abbia sentito i miei demo in qualche modo ma ti giuro che non ho idea di come sia successa la storia con Nick Cave. Sono stata fortunatissima, non ci sono altre spiegazioni”.

La fortuna è stata che il tuo talento è stato riconosciuto prestissimo. Ma queste figure così importanti hanno cercato di guidarti in qualche modo con la loro esperienza?

“No, non direi che abbiano cercato di guidarmi, diciamo che ho cercato di imparare quanto possibile da queste esperienze e da queste persone. C’è una cosa che ho notato a proposito dei musicisti più maturi, gente come Brian Eno, Marianne Faithfull, David Byrne, non fanno quello che fanno per soddisfare il proprio ego, non devono provare nulla a nessuno. Semplicemente sono innamorati della musica, ed è questo che li rende così affascinanti, la musica è il loro interesse principale, non devono colpire nessuno. Mentre i musicisti più giovani devono ancora dimostrare di valere qualcosa ma se riesci a superare tutte queste cazzate, rimane solo la gioia per la bellezza della musica, ed è questa la cosa che mi ispira di più. Ed è questo che rende Brian Eno così speciale, il livello di entusiasmo che Eno ha per la musica, è superiore all’interesse di qualsiasi altro musicista che io abbia incontrato. E il suo entusiasmo è contagioso, ti fa capire che anche tu sei innamorata della musica e ti aiuta a dare il meglio di te. È una cosa semplicissima… ovviamente ci saranno tante altre cose che fanno di lui il collaboratore ideale”.

Il mondo musicale è molto competitivo, ci sono tantissime voci che cercano di farsi sentire al di sopra del rumore creato da tutte le altre band, tutti alla ricerca della fama. Sono sempre sorpresa di vedere un talento genuino riconosciuto e valorizzato. Come riesci a preservare la tua autenticità contro tutto il rumore, e la competizione aggressiva che ti circonda?

“Non penso che si tratti di una competizione. Non siamo atleti, non devo vincere, non funziona così”.

È l’atteggiamento migliore…

“Ed è anche importante preservare una vita privata e uno spazio per la mia identità che non sia solo la musica che scrivo. Io esisto anche come una buona amica, una buona compagna, una brava figlia. Tutte queste cose sono altrettanto importanti per preservare la mia identità rispetto alla mia identità come musicista. È questo quello che permette di non essere schiacciati dal circo che ci circonda”.

È questo il motivo per cui non pubblichi nuovo materiale più regolarmente?

“Quando ho qualcosa di valore che sento essere pronto per la pubblicazione, non ho remore a pubblicare, ma allo stesso tempo non mi sento obbligata perché penso: cazzo, la mia carriera… oppure non facciamo meeting per creare una strategia su come avere più successo, non sono fatta così. E ci tengo troppo alla mia musica per buttarla via”.

Penso si percepisca la differenza tra un musicista che prende la musica sul serio e chi lo fa per interesse monetario. Parlando di passione per la musica o altro, vorrei farti una domanda più leggera ed esplorare l’influenza dei colori nella tua vita professionale. Mi sembra che soprattutto all’inizio della tua carriera il colore rosso fosse molto importante ma dal video di Don’t Beat The Girl Out Of My Boy, noto una vena più scura prendere il sopravvento. Il passaggio dal rosso al nero segna un’evoluzione metaforica nella tua musica?

“Sento che il mio colore principale sia sempre il rosso. Durante la promozione del mio primo disco, indossavo una camicia rossa quindi penso che il mio cervello si rifiuti di ripetere quella scelta ma penso che il colore rosso sia quello che mi descriva meglio. Il rosso simboleggia la carne, la passione, il sangue, il pericolo…”

La vita…

“La vita, l’intimità… sì, è il colore perfetto”.

Mi chiedevo se per caso, quando fai un’intervista, non ci sia mai una domanda che vorresti che qualcuno ti ponesse, ma nessuno lo fa mai…

“Mmmm lo sai che quando fai delle interviste, i giornalisti finiscono sempre per fare le stesse domande quindi forse sarebbe divertente rispondere ad una domanda piuttosto banale, non so…”

Tipo, hai un cane? Come si chiama?

“Hahaha sì, tipo se fossi un cane, che tipo di cane saresti? Capisci? Una domanda banale che cambi completamente il copione”.

Per finire, quest’intervista verrà pubblicata in Italia. Lo so che sei per metà di origine italiana, anche se a vederti o a sentirti, a me appari molto più inglese. Sei stata influenzata in qualche modo dalla tua connessione con l’Italia?

“In che senso ti sembro inglese?”

Non saprei, è una sensazione. In realtà se non sapessi che fossi di origini italiane, non lo avrei mai immaginato. Anche musicalmente, se c’è un’influenza mediterranea nella tua musica penserei alla Spagna, soprattutto nella tua produzione agli inizi, sicuramente non italiana.

“E allora i miei capelli marroni scuri? (Si tira i capelli per farmeli vedere meglio, ndr). Sicuramente questo vuol dire qualcosa! Quello che sto per dire forse è uno stereotipo, non so nemmeno se sia veramente una caratteristica italiana, ma in realtà sono molto emotiva, molto passionale, quando mi arrabbio lo faccio vedere in maniera molto evidente, tutte queste caratteristiche non mi sembrano molto inglesi, perché in Inghilterra semplicemente diciamo “I’m fine” e non diciamo nulla, facciamo finta che tutto sia normale, mentre io sono molto espressiva e mi sembra che sia qualcosa che provenga dalla mia famiglia italiana, piuttosto che dal mio lato inglese”.

E dal punto di vista musicale?

“Penso che ci sia molto romanticismo nella mia musica, anche in quest’ultimo disco, non si tratta di canzoni d’amore tradizionali ma una vena romantica che mi sembra sia molto poco inglese. Non penso la mia musica abbia un suono inglese, piuttosto un suono mediterraneo”.