SI Morrissey band 2

testo e foto di Stefania Ianne

Non potevo rifiutare l’invito di due colleghe croniste di concerti alternativi a vedere l’unica data nel Regno Unito di Morrissey nel 2014. Il posto, evitato accuratamente nella mia vita londinese, è l’arena all’interno dell’ex Millennium Dome. Posto da A-listers, di un’enormità ridicola. Il biglietto che mi viene consegnato mi relega in posizione ‘alpina’. La pressione è alta. Potrei toccare il tetto di plastica della balena, se solo ne avessi la voglia.  La distanza dal palco è abissale. Le sedie sono allineate a un grado di inclinazione impossibile, probabilmente illegale. Nessuna protezione. Mi sento risucchiata dal vuoto che mi circonda. La mia concert buddy si ferma all’inizio dell’ascesa. Preferisce andarsene piuttosto che affrontare la scalata. La capisco. Riesco a vedere il palco solo tramite lo zoom della mia fedele macchina fotografica. Mi chiedo se valga la pena rimanere.

Ma Anna Calvi è prevista in apertura. Non posso abbandonare. Appare come sempre affascinante, elegante e riservatissima. Sprizza un’aggressiva fiducia nelle sue enormi doti musicali da tutti i pori, ma quando parla sembra una ragazzina alle prime armi. Il volume dall’alto della mia postazione non è ottimale, ma la potenza della voce della Calvi rompe le barriere. E i pochi che sono entrati in tempo per vederla, non possono non essere conquistati. La performance è intensa.  È accompagnata fedelmente dalla bravissima Mally Harpaz e da Daniel Maiden-Wood alla batteria. Quest’ultimo nelle brevi pause s’improvvisa fotografo e punta il suo obiettivo reflex incessantemente su Anna Calvi e sul pubblico. La distanza dal palco è tale che solo a metà concerto mi rendo conto che le tastiere che sento sono il frutto del lavoro di un altro musicista alla destra di Maiden-Wood. Ridicolo. La bellezza aggressiva della Calvi e il lavoro spesso classicheggiante delle sue dita sulla chitarra sono totalmente persi, la performance non è nemmeno ripresa sul grande schermo di rigore per l’headliner. Semplicemente ridicolo. Suzanne & I in apertura è sempre una scelta vincente, così come gli arpeggi virtuosi che introducono Rider to the Sea. È a questo punto che la Calvi introduce puntuale una costante dei suoi concerti, una cover di Elvis, Surrender, a sua volta cover di Torna a Surriento. Ma la versione della Calvi perde la vena gioiosa dell’originale e le tergiversazioni hawaiane di Elvis per assumere una vena oscura, pericolosa e decisamente sexy. Da quel momento in poi sono le canzoni del primo CD a dominare in stretta successione per finire con un bolero, la versione messicaneggiante di Jezebel di Frankie Laine, per continuare la connessione italiana remota, come da copione.

I musicisti non hanno il tempo di abbandonare il palco che già un’introduzione video chiaramente molto studiata appare sui due monitor giganteschi ai due lati del palco e su un video improvvisato al centro del palco con la funzione di schermare i preparativi dal pubblico. I Ramones iniziano con il loro muro di chitarre in una performance live, seguiti immancabili dai New York Dolls e da immagini di archivio che interpongono immagini relative al funerale di Margaret Thatcher e immagini di gente giubilante alla notizia “we are having parties” un cartellone annuncia mentre la colonna sonora ci annuncia allegra: “ding dong the witch is dead”. L’umore politico della serata è segnato. Nell’intervallo dei ragazzi tra il pubblico si fanno fotografare con un cartellone che ci informa che Morrissey ha richiesto che nessuno consumi carne all’interno della venue stasera. Il messia non smette di fare proseliti.

SI Morrissey crowd

Il posto pullula di fans hardcore, sono circondata dalle magliette più svariate della storia degli Smiths. E sono tantissimi a dichiarare “Je suis Morrissey” sulle proprie magliette nere. Impressionante il numero di uomini di mezza età che sforzano i pochi capelli rimasti in una pettinatura a banana, molto anni 50. Sono tutti al settimo cielo. Letteralmente. Mi chiedo se sono l’unica persona in sala ad essere infastidita dal modo in cui i promoter trattano questo pubblico adorante? Dalla nostra posizione non stiamo vedendo il concerto! Solo gli effetti speciali. Non è la stessa cosa.

Dal momento in cui Morrissey entra in sala in tenuta completamente bianca – reminiscente di un Elvis Presley anni 70, in versione meno appariscente, al contrario di Elvis Moz trasuda classe, la camicia semi sbottonata sul petto bianchissimo – la sala esplode e si trasforma in un enorme karaoke party. Le telecamere sono concentrate sul viso di Moz, il resto della band è nella semi oscurità. Mi ci vuole un po’ perché la vista mi si aggiusti per distinguere le scritte sulle magliette: il messaggio è chiarissimo: “F*** Harvest Records”, la casa discografica che ha mollato l’ultima produzione di Morrissey perché troppo politica. E dalle prime battute il concerto è politico, con una foto di una regina invecchiata incazzatissima con le due mani ritoccate in Photoshop a mostrarci il dito medio. Moz inizia con The Queen is Dead. Non me l’aspettavo. È un bel colpo. I musicisti in maggioranza texani sono incredibili, la voce di Morrissey fa il resto. Tutto sembra perfetto e la satira politica non guasta con la foto di Elizabeth alternata a quella dell’erede al trono con consorte con la didascalia “UNITED KINGDUMB”. Un altro colpo alla stupidità del regno. La chitarra che introduce Suedehead è accolta con un boato. E per qualche minuto il concerto si preannuncia come una celebrazione della carriera del gran divo Moz con o senza gli Smiths. Ma il messaggio è chiaro. La casa discografica ha abbandonato la promozione di World Peace is None of Your Business e quindi ce lo becchiamo noi quasi integrale per tutta la durata del concerto. È il mio primo ascolto e la versione dal vivo è potente e Moz è semplicemente se stesso. “You look amazing” un ragazzo urla alle mie spalle.

Il problema principale è che per tutta la durata del concerto l’atmosfera è quaresimale, con Moz sul pulpito a fare la predica: “You poor little fools. You fools”. Ogni volta che votate supportate lo status quo, ci ripete in continuazione nella title-track. Ma in quanti in realtà colgano il messaggio non mi sembra chiaro. L’atmosfera da karaoke diventa sempre più palpabile, i movimenti sempre più instabili. Vedo un paio di spettatori oscillare pericolosamente sul bordo dei loro posti verso l’abisso. Le mani sono in alto, intonano la musica con le mani, le parole sono memorizzate e gridate al vuoto che ci circonda. L’uccisione del torero on screen per The Bullfighter Dies è accolta con un boato. Le immagini di quotidiana crudeltà contro gli animali sulle note di Meat is Murder semina la tristezza, mentre Moz contempla teatralmente disperato le immagini che passano sul monitor alle sue spalle. L’umore generale diventa ulteriormente depresso quando Moz ci chiede: “Remember me, forget my fate”. La gente inizia a piangere e ad abbracciarsi sugli spalti.

La conclusione dell’encore prevede cambio di camicia, blue, e una versione tristissima di Asleep mentre i fan tentano disperati di raggiungere il palco. L’esercito della sicurezza è efficiente, non sono in pochi ad essere placcati come sui campi di rugby mentre si lanciano sul palco e portati via letteralmente scalciando ed urlando…

Moz cerca il contatto con la folla e riesce a stringere qualche mano. Conclude con serenità con un altro classico Everyday is like Sunday. L’ultimo atto ufficiale, rituale: sul palco Moz si strappa la camicia e la lancia nelle prime file. Abbandona il palco a torso nudo protetto dai suoi assistenti. La band completa la canzone diligente. Entro 30 secondi le luci sono accese, il pubblico è pronto a scappare. Le lacrime e gli abbracci dei fans continuano fuori, i fanatici si accodano diligentemente per l’after-party al Brooklyn Bowl: musica degli Smith non-stop tutta la notte. Il fotografo Kevin Cummins si fa strada sul parterre del locale, la mia amica del mancuniano Silent Radio lo adocchia immediatamente. Cummins si lamenta per l’assenza quasi totale di crowd pleasers. Ci salutiamo con le pinte immancabili alzate a mo’ di brindisi. Enjoy.