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ph. credits: Valerio Sammartino, Alessio Rucchetta, Simone N. Valente

di Letizia Bognanni

Fondamentalmente, il mondo si divide in chi pensa che organizzare un festival significhi montare palchi e fare una lineup, e in chi crede che organizzare un festival significhi montare palchi, fare la lineup, inserirli in uno scenario significativo, far sentire accolti e a proprio agio artisti, pubblico e ospiti, programmare attività ed eventi collaterali sensati e ben integrati nel contesto…
Solitamente, chi appartiene alla prima categoria organizza rassegne più che festival, che a volte non arrivano a superare un certo numero di edizioni (e spesso dà la colpa al pubblico che manca o alle istituzioni poco attente). Solitamente, quelli della seconda categoria organizzano festival che possano dirsi tali, grandi o piccoli che siano, e li portano avanti negli anni, stringendo i denti (o la cinghia) al bisogno, li fanno crescere anche per 23 edizioni. Tante quante sono, per esempio, le edizioni del Pollino Music Festival.

Piccolo, ma che risponde a tutte le caratteristiche di cui sopra: il palco è uno solo, per due serate, ma perfettamente incastonato nel verde quasi assoluto del Parco del Pollino. Innaffiato dai temporali dei pomeriggi di venerdì e sabato, che per fortuna non compromettono i concerti – a parte un po’ di effetto Glastonbury. E se non se ne lamentano i campeggiatori, che anzi non lasciano affatto scalfire il proprio entusiasmo per la situazione e per “il signor campeggio” che li accoglie, li aiuta e risolve eventuali problemi, perché mai dovremmo farlo noi che torneremo al calduccio dell’hotel che abbiamo affettuosamente ribattezzato Overlook? N.B. In realtà l’albergo si trova in paese, ma il fatto di essere in salita e completamente circondato da alberi che nascondono la city di San Severino Lucano, e – aneddoto simpatia – il misterioso pallone da spiaggia che troviamo ogni volta in punti diversi del corridoio deserto, favoriscono le battutacce su Shining e Twin Peaks.
Torniamo a bomba (d’acqua): la prima serata è quella che resta a rischio cancellazione fino all’ultimo momento, quando finalmente – anche se purtroppo senza gli opener locali previsti – Angelo Sicurella può salire sul palco insieme a Donato Di Trapani, a riscaldare con la sua indietronica colta e sperimentale l’atmosfera per il set di Cosmo, su cui ormai c’è davvero poco da aggiungere: si balla senza tregua, dalla prima parte, più pop, al finale techno, con il valore aggiunto dato da giochi di luce che sono uno spettacolo a sé. Il venerdì si chiude con il musicista che si unisce al dj-set degli Shake Beat.

Il sabato ci svegliamo, letteralmente, al canto del gallo, esploriamo un po’ il paese – molto carino e ben curato con la sua estetica montana quasi nordica -, facciamo amicizia con le signore della panetteria/bar/ristorante/rosticceria che diventerà il nostro punto di spaccio abituale di colazioni, pranzi e apericene, e nel pomeriggio raggiungiamo l’area concerti, dove passata la pioggia (breve oggi) Motta si riscalda con una partita di calcetto. “Eh sì, qui va così”, dice gente del posto e dell’organizzazione, “c’è qualcosa di rilassante nell’aria, anche chi viene per lavoro si diverte, fa vacanza, gioca a pallone…”. Come non essere d’accordo?
Intanto, rilassatamente, cominciano i live, e se la prima serata era in modalità “rave”, oggi tocca al rock più o meno tradizionale, con i toni psichedelici e blueseggianti di Il Ristretto, Valerio Zito e Black Snake Moan, one man band giovane ma dall’anima di un bluesman sixties, per finire con un Motta che stupisce per l’intensità con cui interpreta e indurisce i suoi brani – fra i quali spunta anche Fango dei Criminal Jokers -, intervallandoli con racconti su un’esperienza sentimental-musicale nel vicino Metaponto che gli è proprio rimasta nel cuore.
Poi, mentre di nuovo si resta a ballare fino all’alba, passa ore a farsi foto col pubblico, mostrando una gentilezza e disponibilità davvero rare.

Per l’ultimo giorno ci spostiamo nel Parco Avventura di Bosco Magliano, dove l’effetto dei due potenti sound system montati in mezzo a uno scenario naturalistico selvaggio e affascinante è quasi straniante. Saranno il reggae e il dub pompati a tutto volume (forse anche troppo) dai dj che si alterneranno per circa sei ore – ultimo ma non ultimo Neil Perch degli Zion Train – ad accompagnarci verso i saluti finali a quest’edizione del festival, vissuti in mezzo a famiglie che fanno pic-nic e bambini che giocano, fra un ballo, un attimo di riposo all’ombra degli altissimi alberi (vorremmo sapervi specificare di che tipo di piante si tratta ma la botanica non è il nostro forte, vi basti l’aggettivo “altissimi”) e una camminata fino al ruscello delle pietre tonanti – un’oasi di pura pace, a dispetto del nome rumoroso, dove non arriva nemmeno la musica -, una parentesi lontana da tutto (qui non prende nemmeno il telefono) dove la parola relax assume un significato così reale che pare quasi di capire anche il significato del reggae.
Ah, il pallone, quando lasciamo l’hotel, non c’è più. L’avrà preso Motta?


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