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Fotografia di Delfino Sisto Legnani / Testo di Elia Alovisi

La linea tra genuino e gentrificato è sottilissima a Milano nel 2018. Un loft ricavato in un complesso industriale disfatto nella scollegata periferia est dell’Ortica come conta? E gli spazi espositivi in cui bere birrette dalla bottiglia affittati a poco prezzo per le stradine anonime a Nord di Loreto, invece? E il Terraforma? Bé, difficile dirlo. Perché il festival, di per sé, è pura bellezza. Arrivi alla stazione di Bollate Nord, in mezzo a tante piccole casette a schiera, e un piccolo cartello di legno ti dice che c’è una navetta per il festival, e di aspettare. Arriva davvero, la navetta. Ha l’aria condizionata ed è gratuita. Ti lascia a Villa Arconati, ai suoi vialoni col brecciolino e ai suoi vialetti di frasche, alle sue siepi geometriche e ai suoi imperfetti spazi aperti. In mezzo ci sono dei banconi e dei palchetti, tutti in legno. Perché è un festival ecosostenibile e compostabile, Terraforma, e lo può essere grazie a fondamenta costruite su un terreno in cui arte e commercio creano un legame solido.

Una proposta musicale fuori dai giochi come quella del Terraforma (fatta di DJ, percussionisti e rumoristi vari per tre giorni in un gioiello architettonico a nord di MIlano) potrebbe infatti difficilmente generare profitto se non fosse inserita in un contesto iper-curato e venduto, giustamente, come esperienza. Non è roba prettamente incontaminata, ma permette l’esistenza di una cosa genuina. E ci vanno quelli vestiti con la roba della domenica che si portano i figli, gli mettono le cuffione per proteggergli i timpani e giocano sui teli mentre Donato Dozzy fa vibrare l’aria del pomeriggio di un quattro quarti che sembra andare avanti in eterno. Ci vanno però anche quelli con le Off White ai piedi e una T-shirt di Gosha Rubchinskiy sul petto, un migliaio d’euro impolverato e infangato addosso, e nessuna voglia di dormire. Attira estremi, il Terraforma, con la promessa di una sorta di rave controllato in mezzo alla natura.

Una sorta di, appunto. Perché ai rave di solito non ci sono le installazioni sonore di Caterina Barbieri in un planetario, né artisti capaci di intrattenere una folla con un tamburo e tre microfoni – come Mohammad Reza Mortazavi, uomo dai polpastrelli capaci di fare la techno con un po’ di pelle tirata e nulla di più. E magari nemmeno le oscillazioni tra ambient e noise di Byetone, o la disordinata elettronica bristoliana di Batu. Magari c’è Moko Shibata, in arte Powder, che con un’etica del lavoro tipicamente nipponica passa ore a sviluppare minuziosamente ritmi e melodie. Sicuramente ci sono i tizi a torso nudo che si arrampicano sulle casse per spaccarsi le orecchie, un po’ come quelli che Tim Hecker disse di avere preso a ispirazione per la sua tesi di laurea sul rumore. Un altro che appropriandosi della genuinità del rave e trasportandola in un contesto elevato – forse “gentrificato” è troppo, ma il paragone tiene – ci ha creato splendida musica.

Non è facile trovare un filo extra-musicale che cinga tutti i presenti al Terraforma. Scappati dal Coachella convivono con naturisti d’altri tempi, bene abbienti alloggiano in tende luxury accanto a normali cristiani che sono felici di appoggiare il corpo su un’amaca. Solo sul dancefloor, che poi è uno spiazzo terroso davanti a un non-palco che dice “Non guardare, balla”, sembrano tutti uguali. Alle quattro e mezza di mattina, quando si spengono le luci, i visi tornano a parlare dei loro proprietari. Gli italiani con la macchina, gli stranieri con la tenda. Quelli che aspettano il primo treno dell’alba e quelli che boh, restano lì, che qualcuno con cui fare mattina tanto lo trovano. Quelli con lo sguardo stanco, quelli con gli occhi accesi. Quelli che sono stati a Terraforma, un vero festival in cui arte e visione imprenditoriale si rivelano compatibili, e qualcosa hanno provato.


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